COMMENTO CATECHISMO SAN PIO X: n.243

A cura di Pierfrancesco Nardini


Domanda: Siamo obbligati ad amare anche i nemici?

Risposta: Siamo obbligati ad amare anche i nemici, perdonando le offese, perché sono anch’essi nostro prossimo, e perchè Gesù Cristo ce ne ha fatto espresso comando.


Amare chi ci ama è naturale. Amare chi ci ha fatto del male è un’altra cosa. Ed è umanamente difficile. Per questo la domanda di questo numero del Catechismo ci porta davanti a uno degli insegnamenti più difficili del cristianesimo. Non si limita infatti a raccomandare il perdono. Dice qualcosa di molto più impegnativo: siamo obbligati ad amare anche i nemici. Obbligo, eh, non facoltà… Non è dunque un consiglio riservato ai santi. È un comando rivolto a ogni cristiano.

Ed è lo stesso San Pio X a spiegarne immediatamente il motivo: “perchè sono anch’essi nostro prossimo”. Anche il nemico, nonostante tutto, continua ad essere il nostro prossimo e, soprattutto, Cristo ha comandato espressamente di amarlo.

Nel Discorso della montagna Gesù non lascia molto spazio alle interpretazioni: “amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano” (Mt 5, 44). Come già spiegato anche nel precedente commento, la difficoltà nasce dal significato che normalmente attribuiamo alla parola amore. Se amare significasse solo provare simpatia, affetto o piacere nello stare insieme a qualcuno, il comando di Cristo sarebbe quasi impossibile. Nessuno può decidere, e nemmeno può imporsi di provare simpatia per chi lo ha tradito, umiliato o danneggiato. Ma, come insegnato da Cristo e spiegato dal Santo di Riese, la carità cristiana non coincide con il sentimento. Amare il nemico significa, innanzitutto, non volere il suo male e desiderare per lui il vero bene, che in ultima analisi è la salvezza. È, quindi, il rifiuto dell’odio e della vendetta personale, anche quando rimangono il dolore, la distanza e perfino la necessità di difendersi.

La dottrina cristiana non chiede di continuare a frequentare o a essere in amicizia con chi ci ha fatto del male (v. San Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, II-II, q. 25, a. 8). Chiede di perdonare. Questo punto è fondamentale, perché altrimenti il perdono cristiano rischia di essere trasformato in una caricatura. Perdonare non significa dire che il male non è male. Il cristiano non è obbligato a considerare insignificante un’offesa grave. Il perdono non trasforma un’ingiustizia in qualcosa di giusto. Non cancella automaticamente le conseguenze di ciò che è accaduto. Non obbliga neppure a ristabilire immediatamente un rapporto di fiducia con chi l’ha tradita. Una persona può essere perdonata e tuttavia dover rispondere delle proprie azioni. E questo vale anche nei rapporti personali e nella vita sociale. Per fare un esempio pratico: se qualcuno ci ruba qualcosa, perdonarlo non vuol dire sostenere che il furto non sia avvenuto. Se una persona mette seriamente in pericolo noi o la nostra famiglia, la carità non impedisce di prendere le necessarie precauzioni. Se viene commesso un reato, il perdono della vittima non rende inutile la giustizia. Carità e giustizia non sono nemiche. Sono collegate. Le separa, le rende contrastanti, semmai, chi afferma che Dio è amore e salva tutti. Il punto è un altro: il cristiano non deve trasformare la legittima richiesta di giustizia nel desiderio personale di vedere l’altro soffrire. Qui passa il confine tra giustizia e vendetta.

Il modello è proprio Cristo, che non si è limitato a insegnarlo. Lo ha fatto. Nel momento della Crocifissione, non quindi quando tutto è finito ma proprio mentre subisce un’ingiustizia estrema, pronuncia parole che rappresentano forse la manifestazione più alta dell’amore verso i nemici: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno” (Lc 23, 34). Il cristianesimo pone dunque davanti all’uomo una misura che supera enormemente la semplice reciprocità: non fare del bene soltanto a chi ci fa del bene. Gesù stesso aveva indicato questo principio: se amiamo soltanto quelli che ci amano, non facciamo qualcosa di specificamente cristiano, lo fanno anche i pubblicani e i pagani (Mt 5, 46-47). La carità comincia a mostrare la propria natura soprannaturale proprio quando la reciprocità viene meno.

L’insegnamento di San Pio X appare particolarmente attuale in una società che va sempre più spesso in direzione opposta e, tra l’altro, dispone di strumenti capaci di conservare praticamente ogni parola e ogni errore. Un’offesa pronunciata un tempo poteva rimanere circoscritta a poche persone. Oggi una frase, un’immagine o un comportamento possono essere registrati, condivisi e riproposti dopo molti anni. I social network hanno inoltre reso molto semplice trasformare il contrasto in ostilità personale. Non si discute più soltanto un’idea: spesso si identifica completamente la persona con quell’idea. Chi appartiene al campo opposto diventa facilmente qualcuno da deridere, screditare o eliminare dalla discussione.

È esattamente la spirale che il comando cristiano cerca di spezzare. Perdonare significa decidere che il male ricevuto non diventerà la regola del nostro comportamento.
Un altro concetto che al giorno d’oggi proprio non passa è che il perdono non è debolezza, ma forza. Ci si dimentica che perdonare richiede invece dominio di sé. Cosa molto complicata. Per questo all’inizio del commento si è detto che è una delle regole più difficili per l’uomo, ma si hanno anche esempi importanti che ci incoraggiano ogni giorno sulla possibilità di riuscirci.


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