A cura di Pierfrancesco Nardini
Domanda: Come si dà prova della fede?
Risposta: Si dà prova della fede confessandola e difendendola, quando occorra, senza timore e senza rispetto umano, e vivendo secondo le sue massime: “la fede senza le opere é morta” (Giacomo, II 26)
Concretamente come possiamo dare prova della nostra fede? La risposta di San Pio X è particolarmente significativa. Individua due doveri che non possono essere separati: professare e difendere la fede, quando necessario, e vivere secondo i suoi insegnamenti. Non basta, dunque, dichiararsi cattolici. Ma non basta neppure, attenzione, comportarsi correttamente, pensando che la professione pubblica della fede sia qualcosa di secondario o addirittura superfluo. La fede deve essere professata, difesa e vissuta. Sono tre aspetti di un’unica realtà. Inscindibili.
Confessare la fede significa riconoscere apertamente, pubblicamente, le verità rivelate da Dio e insegnate dalla Chiesa. Non si deve nascondere la propria appartenenza a Cristo quando le circostanze richiedono di manifestarla. Nostro Signore è chiarissimo: “…chi dunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’Io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli” (Matteo 10,32). È un’affermazione che non lascia spazio all’idea di un cristianesimo esclusivamente interiore, nel quale ciascuno possa credere ciò che vuole purché non manifesti pubblicamente la propria fede. Come si sostiene oggi. Naturalmente, non si pretende che il cattolico parli continuamente di religione o trasformi ogni occasione in una discussione dottrinale. Sarebbe anche controproducente, oltre che pesante. Significa, invece, che non può vergognarsi di Cristo. Non a caso San Pio X dice “senza timore e senza rispetto umano”.
Qui è d’obbligo un chiarimento, necessario perchè ai nostri giorni viene travisato il concetto di rispetto umano. Questo, nel linguaggio della teologia morale, non è il doveroso rispetto che dobbiamo alle altre persone. È piuttosto quel timore del giudizio altrui che ci porta a nascondere la fede, a tacere quando dovremmo parlare o perfino ad agire contro la nostra coscienza pur di non essere criticati. Ad essere pavidi. È una debolezza molto comune. Quante volte si evita di manifestare una convinzione religiosa per paura di apparire antiquati, intolleranti o semplicemente diversi dagli altri? Quante volte si preferisce il silenzio non per prudenza, ma per non compromettere la nostra immagine?
Si deve tener conto che non è necessario arrivare a rinnegare esplicitamente Cristo per cedere al rispetto umano. Può bastare un atteggiamento di continua rinuncia alla testimonianza, dettato dal desiderio di essere accettati. Questo è un problema diventato particolarmente evidente nella società contemporanea. In molti ambienti la fede cattolica viene spesso tollerata nella misura in cui rimane confinata alla sfera privata (come tradizione familiare, esperienza personale o sentimento religioso), ma incontra maggiori resistenze quando pretende di orientare anche le scelte morali e sociali.
La fede che deve continuamente adattarsi alle opinioni del momento per ottenere approvazione rischia di perdere la propria identità. Ed è proprio quello che sta succedendo negli ultimi decenni. La Verità rivelata non dipende dal consenso degli uomini. Ogni azione e decisione deve sempre essere sottoposta alla legge divina.
Sia chiaro, non si sta sostenendo che ogni cambiamento della società sia necessariamente negativo, nè che il cristiano debba rifiutare tutto ciò che appartiene alla modernità. Il criterio per giudicare ciò che è bene e ciò che è male non può essere semplicemente quello della sua diffusione o accettazione sociale. Un comportamento non diventa moralmente giusto solo perché viene praticato dalla maggioranza. E una verità non diventa falsa solo perchè viene contestata o non seguita.
I martiri sono fulgidi esempi di quanto si sta dicendo. Oggi purtroppo ci sono ancora nel mondo esempi di martirii di sangue, con attenzione mediatica pari allo zero.
Nella nostra società italiana, è vero che non c’è più questo rischio, ma c’è qualcosa di più pericoloso (e so che per molti è il paradosso di un integralista): l’indifferenza verso la fede e l’ostracismo alla fede pubblica. Se il martire, perde la vita terrena ma ha certificata quella eterna, nella seconda ipotesi, quella nostra, si vive magari fino a cent’anni senza pericoli ma si rischia la vita eterna. La fedeltà a Dio, insomma, deve avere un valore superiore alla ricerca dell’approvazione umana.
San Pio X aggiunge, però, un’altra indicazione importante: la fede deve essere anche difesa, quando occorra. E la difesa non è necessariamente quella fisica, anzi in questo caso è quella “intellettuale”. Non si cercano occasioni di scontro, ma si deve difenderla quando è necessario.
Anche qui, come per il rispetto umano, una precisazione è d’obbligo. Difendere la fede non significa essere aggressivi, insultare chi non crede o trasformare ogni divergenza in una battaglia personale. Ma conoscere ciò che la Chiesa insegna, essere capaci di spiegarlo e non rimanere indifferenti quando la verità viene negata o deformata, confutando gli errori. Il relativo serio problema che comporta tutto questo è che, per difendere qualcosa bisogna innanzitutto conoscerla. Molti oggi hanno una conoscenze superficiale della fede cattolica, se va bene, ma molti altri non sanno realmente cosa voglia dire essere cattolico. Con gravissime responsabilità della gerarchia ecclesiale degli ultimi decenni.
Non è supponenza o presunzione, ma conoscenza del problema che ci fa scrivere così. La conseguenza? Davanti a un’obiezione, possono reagire in due modi: rinunciare a difendere la fede, pensando che non esistano argomenti sufficienti per sostenerla, o rispondere con aggressività, cercando di compensare con la durezza dei toni la debolezza delle proprie conoscenze.
È evidente che nessuno dei due atteggiamenti rappresenta una buona testimonianza cristiana? Nostro Signore in persona ci ha insegnato che difesa della fede non è aggressività. Durante la Passione, davanti a chi lo aveva colpito ingiustamente, rispose: “..se ho parlato male, dimostrami dov’è il male; ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?” (Gv 18, 23). Non rinuncia alla verità, ma non risponde neppure all’ingiustizia con un’altra ingiustizia. E di certo avrebbe potuto…
C’è infine la seconda parte della risposta di San Pio X, che rappresenta il completamento indispensabile di tutto quanto abbiamp detto. Dobbiamo dare prova della fede “vivendo secondo le sue massime”. E richiama l’insegnamento di San Giacomo: la fede senza le opere è morta. Non dimenticare questo insegnamento evita di ridurre il cristianesimo a una semplice professione intellettuale. Possiamo, infatti, conoscere perfettamente il Catechismo, difendere pubblicamente la dottrina e partecipare a discussioni religiose anche molto approfondite, ma rendere tutto inutile, inefficace contraddicendoci con una condotta in contrasto con quel che si professa.
Non si deve, ovviamente, cadere nell’errore di pensare che il cristiano debba essere impeccabile. Tutti siamo esposti alla tentazione e al peccato. La differenza fondamentale è tra chi riconosce la propria debolezza, se ne pente e cerca di correggersi con l’aiuto della grazia, e chi pretende di conciliare stabilmente la fede con una condotta contraria alla legge divina. Abbiamo così un peccatore che riconosce il proprio bisogno della misericordia di Dio (primo caso) e una persona con una fede ridotta a semplice appartenenza esteriore (secondo caso).
Ecco dove le opere diventano indispensabili. Non le facciamo perchè siamo salvati (protestanti), ma per cooperare alla grazia (cattolici). La testimonianza cristiana, dunque, non consiste soltanto nel professare pubblicamente la fede. Deve manifestarsi anche nel comportamento.
Dio è Verità, Bontà e Bellezza
Il Cammino dei Tre Sentieri

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