I partiti possono davvero pensare al bene comune?

1.E’ difficile (anzi: imnpossibile) che i politici e i partiti possano pubblicamente affermare di disinteressarsi completamente del bene comune. Tali affermazioni sarebbero il loro suicidio mediatico. Eppure, se ci si riflette, la nascita dei partiti moderni fa chiaramente capire come essi siano tutt’altro che interessati al bene comune. 

2.La spiegazione la si trova nella loro nascita che avvenne nei club illuministi. La Rivoluzione francese segna un passaggio decisivo che possiamo definire in questo modo: se nell’ancien régime si discuteva su quale dovesse essere la migliore forma di governo per guidare un unico modello di società, dopo la Rivoluzione francese si è iniziato a discutere su quale dovesse essere la migliore forma di società. Nasce pertanto l’ingegneria costituzionale. Nel chiuso dei club illuministici si discute su diversi modelli sociali e si creano nuovi modelli sociali.

3.Ovviamente tutto questo fu l’esito di vari fattori. Primo fra tutti il cambiamento della prospettiva filosofica, cioè il passaggio dal realismo al razionalismo. Se il pensiero filosofico diviene criterio del vero prescindendo dalla realtà, allora anche il pensiero politico può divenire criterio per inventare nuovi modelli di società, senza che questi abbiano alcun vicolo con la legge naturale ed eterna.

4.I partiti moderni nascono dunque da questa volontà. I partiti moderni si presentano come “universi-mondi” in cui il servizio ad un’ideale oggettivo da riconoscere si sostituisce con la pretesa d’inventare questo ideale (ideologia). Insomma, ogni partito diventa custode di una prospettiva ideologica che va anteposta a tutto.


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