Il Catechismo di San Pio X commentato per voi (n.143)

Rubrica a cura di Pierfrancesco Nardini


Domanda: Che cos’è il peccato mortale?
Risposta: Il peccato mortale è una disobbedienza alla legge di Dio in cosa grave, fatta con piena avvertenza e deliberato consenso.


Sappiamo che il peccato è aversio a Deo, ossia allontanamento da Dio, che avviene nel disobbedire alla Sua Legge, così arrivando ad offenderLo (v. n. 135).

Il peccato attuale diventa mortale quando è commesso su una materia grave con piena avvertenza (ossia con perfetta capacità di comprenderne la gravità) e con deliberato consenso (ossia con la volontà libera di commetterlo).

Se manca uno di questi tre elementi (materia grave, piena avvertenza e deliberato consenso), il peccato non sarà considerato grave, ma veniale.

È evidente, infatti, che, in mancanza di materia grave, il peccato sarà veniale, così come anche in mancanza di comprensione della sua gravità e/o di consenso pienamente libero.

Abbiamo ripetuto fino alla noia che Nostro Signore, Giustizia perfettissima, non condanna nessuno alla dannazione eterna per atti che non sono gravi o che non sono imputabili.

Per materia grave si devono intendere quelle azioni che vengono insegnate come tali dalla Rivelazione (ad esempio, atti come omicidi, che nella S. Scrittura sono puniti in modo gravissimo) e, di conseguenza, dalla Chiesa. Si dicono che “sono atti che includono in sé tale malizia e tale ripugnanza della legge di Dio” (Dragone).

Sulla materia grave, l’Ott evidenzia la seguente importante distinzione: “1) peccati gravi ex toto genere suo, cioè peccati il cui oggetto non può mai essere leggero, non ammettendo alcuna parvità i materia … Tali azioni possono essere peccati veniali solo a causa di attenzione imperfetta o di consenso imperfetto; 2) peccati gravi ex genere suo, cioè peccati il cui oggetto in sé è importante, però in casi particolari può essere anche leggero; perciò, peccati che entro la medesima specie possono essere mortali o veniali; 3) peccati veniali ex toto genere suo, cioè peccati che rimangono sempre veniali, finché non si aggiunga una circostanza che muti la specie del peccato” (Compendio di teologia morale).

Questo significa che ci sono peccati che possono diventare gravi, non tanto per la materia in sé, quanto per la circostanza in cui sono commessi. L’esempio classico e chiaro è quello del rubare una piccolissima quantità di denaro: in sé non sarebbe peccato mortale, per l’esiguità della somma, ma lo diventa, se questa somma è rubata ad un povero che in quel giorno può sopravvivere solo con quella piccolissima quantità di denaro.

L’imputabilità di un atto è qualcosa che attiene alla sfera soggettiva delle singole persone, su cui possono incidere determinati elementi e situazioni. Vale per la giustizia umana, a maggior ragione varrà per quella divina, che è perfettissima.

La persona che commette un atto peccaminoso deve, quindi, essere in grado di avvertire appieno la malizia di tale atto sia prima di compierlo che nel mentre.

È evidente che, se viene commesso in un momento in cui questa avvertenza non può esserci (pensieri lussuriosi in sogno o un bambino che non è in grado di capire la gravità di una bestemmia che ripete solo per averla sentita) non può essere attribuita nessuna colpa grave.

L’Ott chiarisce che “basta anche la chiara coscienza che l’azione possa essere possibilmente grave peccato. Parimenti, basta che la chiara cognizione sia presente al momento della risoluzione di commettere il peccato mortale, anche se durante l’azione che ne segue, non si pensi più alla sua colpevolezza” (op. cit.).

In conclusione, nel condividere la riflessione del Dragone (“occorre tenere sempre presenti i tre elementi che si richiedono per il peccato mortale. Quando ne manchi uno o due la colpa non è mai grave. Si eviteranno scrupoli e perplessità inutili”), si deve nello stesso tempo fare un’ulteriore riflessione.
Non si deve correre il rischio di cadere nella “trappola” dell’autoassoluzione o della “scusa” della mancanza della piena avvertenza, creandosi convincimenti errati (basati su non corretti ragionamenti, dettati da tentazioni) che un determinato atto per se stessi non sarebbe peccato perché di certo non ci sarebbe piena avvertenza (ad es. chi per giustificare l’ubriachezza volontaria si dice di non essere lucido perché ha una dipendenza). Sono situazioni che non devono indurre a una minor attenzione, ma proprio all’esatto contrario.


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