Lo sai che anche il “devozionismo” è segno della crisi della fede?

di Pierfrancesco Nardini

Un fenomeno in cui ogni tanto ci si imbatte è quello del devozionismo, che è cosa ben diversa dall’essere devoti.
La maggior parte delle volte è, in effetti, un devozionismo pratico, ossia non teorizzato e nemmeno fatto apposta, ma è comunque un frutto della crisi della fede.
Facciamo una distinzione.
La devozione è il “sentimento di speciale venerazione e fiducia che si ha verso un dato mistero religioso o una data persona con culto religioso” (Treccani, vocabolario online). Questa è cosa giusta e cattolica: la devozione a Maria è uno dei più importanti elementi nella fede di un cattolico.
Consiste nell’essere devoti alla Madre di Dio e tramite lei a Dio, così come la devozione ad un santo è devozione a Dio tramite lui.
Ogni creatura, infatti, anche la più eccelsa di tutte, Maria, che “sfiorò la divinità” (come dice san Tommaso d’Aquino), non ha alcun potere e capacità se non grazie a Dio, se non per la volontà di Dio. È quindi in un certo modo il riflesso della santità di Nostro Signore. Motivo per cui, con la devozione a Maria o ai santi, si rende onore e gloria a Dio, causa prima di tutto, anche della loro santità.
L’esempio più chiaro è l’Immacolata Concezione: Maria lo è, perché Dio così ha voluto da sempre, sin da prima che lei fosse concepita, perché destinata ad essere “Tabernacolo dell’Eterna Gloria”. Allora nell’amare Maria come Immacolata Concezione, non si ama solamente e semplicemente lei come creatura, ma prima di tutto Dio che le ha concesso questo immenso privilegio ed a noi ha regalato la Mediatrice di tutte le grazie.
Maria e i santi, insomma, sono un “mezzo” per dar gloria a Dio.
Il devozionismo, invece, è una deviazione, cioè crearsi una sorta d’idolo, fa diventare un santo (quindi un uomo, una creatura) il proprio dio, togliendo Dio, quello vero, dai propri pensieri.
La persona non è quindi un “mezzo” per dare gloria a Dio, ma diventa lei stessa dio.
Si va anche oltre, si arriva a venerare (non semplicemente ammirare) gli uomini in generale, nemmeno più i santi, ma politici, sportivi, cantanti, scrittori. Anche cose materiali, per esempio il denaro.
Questo è quello che succede quando si toglie Dio dalla propria vita, quando Colui che è ontologicamente il centro di tutto viene dimenticato.
Nel momento in cui viene a mancare, tutto si ritrova in balia della soggettività e dei propri desideri. Soprattutto, l’uomo, tendendo per natura ad un afflato verso il trascendente, cercherà comunque un centro nella sua vita e, a quel punto, lo troverà in ogni cosa.
Leggiamo allora spesso la vita dei santi, che hanno messo Dio al centro della loro vita e di tutte le loro azioni, così da avere esempi ed ispirazioni forti per mantenere acceso in noi il Centro di tutto.

Una precisazione: in realtà il termine devozionismo potrebbe essere anche sostituito con devozionalismo. Preferiamo non farlo, non perché non possa essere considerato sinonimo, bensì perché nel linguaggio “ecclesialese” contemporaneo lo si usa per prendere le distanze da atteggiamenti, invece molto edificanti, cioè di chi fa di alcune devozioni particolari la bussola per la propria fede. Si tratta di quella fede dei semplici che, come C3S, non solo lodiamo, ma riteniamo essere il segno di un affidamento da cui prendere insegnamento. L’importante è -come detto- ordinare tutte le devozioni a Dio.

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