Rubrica a cura di Corrado Gnerre
Il popolo è ben altra cosa rispetto alla massa. La massa è qualcosa d’informe, che, pertanto, si lascia facilmente plasmare. Il popolo no. Esso ha una sua identità, una sua storia, delle radici. Ha un vissuto che gli permette di giudicare con buon senso il reale. E questo lo conforta di un’eredità: la saggezza. Certo, i popoli non sono uguali; perché le culture non sono uguali. C’è chi ha conquistato il Vero. Chi lo ha atteso. Chi lo ha rifiutato. Chi se ne è allontanato. Ma al di là di questo, ciò che è di natura percepisce il senso delle cose e il mistero del vivere. E, proprio perché Dio ha fatto sì che la natura fosse predisposta all’accoglienza della Grazia, non c’è buon senso popolare che non manifesta questo desiderio; al di là di ciò che la Storia dei singoli popoli partorisce. Ecco perché si può capire l’unicità e la bellezza della Verità Cattolica anche attraverso il buon senso di tutti i popoli.
C’è una sensazione universale che tocca costitutivamente l’uomo ed è quella di avvertire la propria dimora come il “centro del mondo”. La cosa si spiega facilmente. Il vivere umano si esplica all’interno di relazioni precise e anche di luoghi precisi, per cui l’abitudine a rapportarsi ad essi fa sì che questi luoghi e queste relazioni siano il centro del vivere stesso.
Ciò conferma quanto l’uomo non sia un essere astratto, meglio: non sia un essere che possa astrarsi dal suo contesto.
L’uomo, per quanto abbia un’essenza universale ed una natura immutabile (guai a mettere in discussione queste evidenze!), è comunque radicato in un ben preciso luogo e contesto.
Famose sono queste parole del generale vandeano, François-Athanase de Charette de La Contrie, che pronunciò contro gli ideologi giacobini sulla patria: “La nostra Patria sono i nostri villaggi, i nostri altari, le nostre tombe, tutto ciò che i nostri padri hanno amato prima di noi. La nostra Patria è la nostra fede, la nostra terra, il nostro re. Ma la loro patria (si riferisce ai giacobini), che cos’è? Lo capite voi? Vogliono distruggere i costumi, l’ordine, la Tradizione. Allora, che cos’è questa patria che sfida il passato, senza fedeltà, senz’amore? Questa patria di disordine e irreligione? Per loro sembra che la patria non sia che un’idea; per noi è una terra. Loro ce l’hanno nel cervello; noi la sentiamo sotto i nostri piedi, è più solida. E’ vecchio come il diavolo il loro mondo che dicono nuovo e che vogliono fondare sull’assenza di Dio… Si dice che noi saremmo i fautori delle vecchie superstizioni… Fanno ridere! Ma di fronte a questi demoni che rinascono di secolo in secolo, noi siamo la gioventù, signori! Siamo la gioventù di Dio. La gioventù della fedeltà”.
Dunque, a differenza dell’astrazione intellettualistica illuminista e progressista, c’è un’evidenza concreta da cui non si può prescindere: la necessità di una costante dimora.
Ma questa costante dimora è però non solo lo spazio, ma, in un certo qual modo, anche il tempo.
Certo, anche per il tempo va riconosciuta l’oggettività (un giorno è un giorno, un’ora è un’ora, un minuto è un minuto…), ma è pur vero che il tempo viene vissuto psicologicamente in maniera diversa. Un’ora in buona compagnia, passa subito. Un’ora in una visita dentistica con le fastidiose vibrazioni di un trapano tra i denti, non passa mai.
Ebbene, non c’è luogo dove il tempo passi meglio se non nella propria dimora. Perché è la tenerezza ciò che può “smussare” la durezza del tempo.
La tenerezza è proprio ciò che contraddistingue i rapporti affettivi.
La tenerezza rende anche il trascorrere del tempo, cioè l’approssimarsi della conclusione della vita terrena, come qualcosa di giusto e di dolce.
Il ticchettio dell’orologio può dare fastidio perché ricorda l’inesorabilità del tempo e il fatto che ciò che è trascorso, è ormai trascorso; eppure c’è un ticchettio che può essere dolce. E’ il ticchettio della propria dimora… perché come ticchetta bene l’orologio nella propria casa, non ticchetta da nessuna parte.
Dio è Verità, Bontà e Bellezza
Il Cammino dei Tre Sentieri
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