SOSTA: Cos’è la “sofferenza vicaria”?

Secondo la teologia cattolica tradizionale, la sofferenza vicaria è la sofferenza che una persona offre a Dio a favore di altri, in unione con il sacrificio di Cristo.

Bisogna però precisare che solo Cristo ha compiuto la Redenzione. Pertanto, in quanto soggetto divino, la sua passione e la sua Morte sulla Croce sono sufficienti e perfette. Nessun uomo può aggiungere qualcosa a queste. Tuttavia Dio ha voluto che si potesse partecipare all’opera redentrice di Cristo, offrendo le proprie sofferenze unite alle sue.

Il fondamento scritturistico della “sofferenza vicaria” è in Colossesi 1,24: Completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa. 

Ovviamente, come abbiamo già precisato, alla sofferenza di Cristo non manca nulla. Con quel “ciò che manca” s’intende l’applicazione dei frutti della sofferenza di Cristo ai singoli uomini attraverso la cooperazione delle membra del Corpo Mistico.

E così una madre può offrire la propria sofferenza per la conversione di un figlio, un sacerdote può offrire le proprie sofferenze per i fedeli, qualsiasi fedele può offrire le proprie sofferenze per la conversione die peccatori, ecc…

La sofferenza di una singola anima quanto bene può apportare. Il poeta russo Aleksandr Blok (1880-1921) scrive questi versi: Il vento portò da lontano / l’accenno d’un canto d’aprile, / chissà dove, limpido e profondo, / si aprì un pezzetto di cielo. 


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