1.Ovviamente non esiste un’interpretazione cristiana ufficiale delle fiabe più famose. Però alcuni autori hanno individuato nelle fiabe tradizionali una visione morale e spirituale compatibile con il cristianesimo. Altri autori hanno perfino sostenuto che certi racconti tradizionali possano essere letti come immagini della Caduta, della Redenzione e della Speranza. È evidente che ciò non significa che si possa decifrare ogni personaggio come se fosse un simbolo religioso ben preciso.
2.Uno dei pensatori che più chiaramente ha riflettuto sul significato delle fiabe è l’inglese G.K.Chesterton (1874-1936). Nella sua Ortodossia ricorda che molte delle idee fondamentali che aveva imparato da bambino gli erano arrivate proprio attraverso le fiabe. Vi riconosce lezioni morali e religiose. Per esempio, Cenerentola gli richiama il Magnificat, perché la protagonista, per la sua umiltà, viene innalzata. Ancora, La bella e la bestia farebbe capire come qualcosa diventi amabile proprio in quanto molto amato. In All Things Considered, Chesterton afferma che nelle fiabe vi è un invito all’ordine, rappresentato dal rispetto di alcune regole. In Cenerentola, la protagonista deve ritornare dal ballo prima di mezzanotte. In Barbablù, la nuova moglie non deve aprire una certa porta. In Raperonzolo, non si può cogliere nel giardino un raperonzolo. Dunque, per Chesterton, questi divieti fanno capire che il mondo della fantasia è tutt’altro che privo di regole. Anzi, mostra che la libertà e la felicità si possono realizzare in un ordine prestabilito. Insomma, un po’ come è avvenuto nell’Eden, dove si potevano mangiare i frutti di tutti gli alberi, tranne quelli dell’albero della conoscenza del bene e del male.
3.Lo scrittore inglese J.R.R.Tolkien (1898-1973), autore del celebre Il Signore degli Anelli, scrisse un saggio dal titolo Sulle fiabe. In esso non costruisce una sorta di catalogo di simboli cristiani presenti nei racconti popolari, piuttosto si chiede che cosa sia una fiaba e quale bene possa offrire al lettore. Tra le sue funzioni indica il recupero di uno sguardo nuovo sulle cose, l’evasione e, soprattutto, la consolazione: il lieto fine che rovescia una situazione di disperazione. Tolkien chiama eucatastrofe questo improvviso mutamento in meglio, una svolta gioiosa che non cancella il dolore, ma lo supera. Il compimento più alto di questa struttura, secondo lui, si trova nel Vangelo: la nascita di Cristo è l’eucatastrofe della storia umana e la Risurrezione quella della storia di Cristo. La fiaba, dunque, per Tolkien non è necessariamente cristiana nel contenuto; può però rendere intuibile, attraverso la sua forma, una speranza che trova la propria verità piena nella vita di Cristo.
4.Anche C.S.Lewis (1893-1963) ha difeso il valore delle storie fantastiche e delle fiabe. La sua riflessione riguarda soprattutto il modo in cui un’opera può comunicare una visione cristiana. Lewis spiegava di non aver progettato le Cronache di Narnia partendo da un elenco di dottrine da trasformare in allegorie. Le immagini e la storia vengono prima, mentre l’elemento cristiano è emerso nel corso della scrittura. Per lui, il cristianesimo in un’opera d’arte può essere presente in modo indiretto, senza trasformare il racconto in una lezione travestita. Lewis è dunque utile per capire come un autore cristiano possa scrivere fiabe in modo direttamente o indirettamente cristiano, ma non è un interprete sistematico delle fiabe popolari tradizionali.
5.Un precursore importante è George MacDonald (1824-1905), autore cristiano dell’Ottocento e scrittore di racconti fantastici come La principessa e i goblin e La chiave d’oro. La sua opera non consiste principalmente nell’interpretare fiabe già esistenti. MacDonald scriveva le proprie storie meravigliose, convinto che l’immaginazione potesse aprire la percezione di verità spirituali. La critica ha rilevato nei suoi racconti temi cristiani e mistici, come la prova morale, la trasformazione interiore e la fiducia in una guida provvidenziale.
6.Per un’interpretazione cristiana diretta di alcune fiabe tradizionali dei Grimm, si può citare il gesuita e studioso Ronald Murphy (1938). Nel libro The Wolf, the Raven and the Dove legge cinque racconti, tra cui Hänsel e Gretel, Cenerentola, Biancaneve e La bella addormentata, come storie con un significato religioso cristiano. Murphy sostiene che i Grimm le abbiano presentate come racconti di fede. Questa è la tesi interpretativa specifica del suo studio: va quindi attribuita a lui, senza considerarla un consenso unanime degli studiosi.
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