Per quali motivi nacque il Razionalismo filosofico?

1.Per capire perché nacque il razionalismo filosofico, possiamo partire evocando una fiaba molto famosa: Gli abiti del granduca, di Andersen. Brevemente la storia: un granduca, voglioso di avere vestiti diversi, viene ingannato da due sarti imbroglioni che dicono di confezionargli un abito con un tessuto magico che sarebbe visibile solo dalle persone intelligenti, ma non dagli sciocchi. Il granduca non vede nulla, ma non ha il coraggio di dirlo per non passare per sciocco. Quando poi deciderà di uscire per le vie del borgo per farsi ammirare nel suo nuovo vestito, tutto il popolo, saputo delle presunte caratteristiche magiche della stoffa, finge di vedere pur non vedendo. Solo un bambino ha il coraggio di dire a gran voce la verità: “Il granduca è in mutande!” E così tutti prendono coraggio e riconoscono la verità iniziando a ridere a crepapelle; mentre il granduca si ritrova, rosso paonazzo di vergogna, in mutande per le vie del borgo. Il significato della fiaba è chiaro: solo un bambino può avere il coraggio di dire la verità, perché solo un bambino può essere umile da aprirsi dinanzi all’evidenza della realtà. D’altronde Gesù dice: “Se non diventerete come bambini, non potrete entrare nel regno dei Cieli” (Matteo 18).

2.Tanto Platone quanto Aristotele, pur utilizzando metodi diversi di conoscenza (deduttivo il primo; induttivo-deduttivo il secondo) affermano che la filosofia non può che nascere dalla meraviglia; dunque dal sapersi stupire dinanzi alla grandezza ed evidenza del reale. Anche la filosofia medioevale, pur con le sue differenze, ribadirà questo approccio realista. San Tommaso dice che la verità è nell’adeguamento del soggetto all’oggetto.

3.Tale realismo filosofico, però, inizia a dar fastidio da un certo momento della Storia; precisamente all’albeggiare della modernità. La mentalità moderna ha come essenza l’antropocentrismo radicale, ovvero la pretesa di rendere l’uomo fondamento di tutto. In tal modo il realismo filosofico risulta un ostacolo perché conduce inevitabilmente l’uomo a dover riconoscere il proprio limite strutturale; e quindi la propria creaturalità. La realtà doveva invece essere rimossa, perché solo in questo modo si sarebbe potuta alimentare l’illusione di una possibile autosufficienza dell’uomo.

4.Sarà Cartesio (1596-1650) che, in maniera chiara, compirà il passaggio dall’essere al pensiero. Nella sua pretesa di rifondare il reale, e quindi nella necessità di trovare un fondamento per questo nuovo sapere, scoprirà il pensiero come punto di partenza. La realtà -afferma Cartesio- non può costituire il punto di partenza perché potrebbe anche essere l’invenzione di un diavoletto maligno. L’unica certezza è il dubitare di tutto, ma il dubbio è un pensiero…ecco dunque che il pensiero diviene la prima certezza. Cogito ergo sum: penso quindi esisto. Insomma, non è più la realtà oggettiva a garantire il pensiero, ma il contrario. Ci siamo: il pensiero ha sostituito l’essere.


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