Dopo la sparizione dello splendore, la Valle rimase in una sorta di silenzio irreale, ma un silenzio che in un certo qual modo si “ascoltava” perché interrogava.
Chi abitava quella Valle avvertiva un’assenza ingombrante, opprimente come un peso sul petto.
L’impressione era come se fosse iniziata a mancare una dolce e costante melodia che avesse sempre accompagnato la vita comune, cioè una musica invisibile che nessuno avesse mai notato davvero, finché non tacque.
Succede che c’è un suono che non si ascolta perché è costante, poi, quando finisce, ci si accorge della mancanza. È solo quando certe cose si perdono, o si rischia di perderle, che s’inizia ad apprezzarle.
Tra gli alberi non si poteva più ascoltare il cinguettio degli uccelli, eppure gli uccelli c’erano ancora ma si limitavano a svolazzare e basta, saltavano di ramo in ramo, costruivano i nidi, imboccavano i figlioletti, ma non emettevano alcun suono.
I prati si punteggiavano di bianco, le margherite sbocciavano e così altri bei fiori di campo, eppure chi guardava quegli spettacoli non se ne sentiva rinfrancato. Sì, se ne riconosceva la bellezza, ma tutto finiva lì.
E inoltre nessun vento leggero soffiava delicatamente per addolcire le afose serate estive. In tal modo restava ferma, pesante, quasi stanca la vita.
Non tutti riuscivano a capire cosa mancasse davvero perché l’assenza non aveva un nome né una forma. Anzi, più passava il tempo e più l’assenza si notava, ma -appunto- non si sapeva cosa davvero fosse.Era una specie di malessere di cui non si riusciva a capire quale potesse essere la causa.
Si, tutti notavano che il Castello non splendeva più, ma a nessuno veniva il sospetto che quell’atmosfera generale dipendesse proprio da quello. Una cosa così grande, così importante, meritevole di chissà quale commento ed analisi, causata da un fenomeno come lo spegnimento dello splendore, no, non era per niente credibile una spiegazione del genere.
Ma torniamo a ciò che si avvertiva.
Una certa tristezza si diffondeva e angustiava un po’ tutto: le case, i campi, persino i volti.
Se si volesse dare una descrizione precisa si trattava di quella sensazione che si prova quando un respiro viene trattenuto troppo a lungo e i polmoni esigono, invocano, aria, ma l’aria non c’è, perché è assente.
Insomma, una specie di angoscia andava a conquistare sempre più cuori, uno alla volta, in silenzio, senza fare rumore e senza clamore, ma inesorabilmente e impietosamente.
Era iniziato il tempo dell’assenza.
Questa definizione non è qualcosa che diciamo ora perché è dato a noi più o meno di conoscere i fatti. Si trattò di una definizione (tempo dell’assenza) che iniziarono ad utilizzare sin da subito gli abitanti della Valle. La sussurravano quasi con rispetto. Non ne comprendevano bene il significato, ma la utilizzavano.
Si era perso qualcosa, ma cosa?
Agli inizi del tempo dell’assenza c’era chi si avvicinava al Castello per controllare, per scrutare e quindi cercare di capire cosa fosse accaduto. Ma nessuno riusciva a capirci davvero.
La struttura era rimasta intatta, immobile nella sua incantevole perfezione, mura lisce, torri slanciate, giardini curati.
Ma adesso il Castello era solo un castello, nient’altro che un castello. Bello sì, ma insignificante.
Non più lo splendore, non più quel miracoloso bagliore che sedava le liti, che cancellava le fatiche, che impediva l’insorgere della tristezza e che rendeva tutto ordinato ed armonioso.
La gente non sapeva spiegarlo.
I più ingenui pensavano che fosse un qualcosa di momentaneo, un capriccio del tempo, una pausa passeggera, così come al sole si alterna la pioggia e al cielo azzurro si alternano gli scuri nuvoloni. Ma non era questo.
I giorni divennero settimane, le settimane mesi. Tutto scorreva lento, ma sempre monotonamente uguale…e nessuno splendore riapparve.
Ogni Speranza rimase delusa, una dopo l’altra, come porte che si chiudono lasciando intendere di non volersi riaprire più.
All’attesa non seguì l’incontro, al cammino la mèta, alla malattia la guarigione, al vuoto la pienezza.
L’orizzonte rimase deserto, senza alcun segno, senza alcuna promessa.
Era come se alla notte non potesse più seguire il giorno, come se l’aurora significasse una sorta di prospettiva irrealizzabile, un sentiero da non poter più percorrere, una sorta di vicolo cieco a cui sarebbe stato sciocco ed ingenuo prospettare una via di uscita.
Con il passare degli anni, i racconti in merito al Castello splendente si fecero più sfumati. I colori di quelle storie iniziarono a sbiadire e a sbavarsi come quando un disegno colorato viene lasciato sotto la pioggia, le nitide figure dopo un po’ si trasformano in un’accozzaglia di colori senza contrasto e senza distinzione.
All’inizio gli anziani dicevano: “Una volta brillava tutto, sapete? Una luce dal basso attraversava tutto”…e i loro occhi si illuminavano mentre parlavano e ricordavano.
Poi già qualche tempo dopo si diceva: “Sì…sembrava che brillasse…forse era così, ma non sappiamo. Realtà o fantasia? Bah!” e seguiva una scrollata di spalle.
E poi ancora dopo: “Quale luce? Quale splendore? Non ne sappiamo nulla”.
È la legge impietosa del tempo che tende a dissolvere tutto, anche ciò che si credeva potesse essere indimenticabile. Come quando il mare del bagnasciuga cancella le impronte di chi ha da poco calpestato la sabbia, quelle forme ben scolpite spariscono del tutto, granello dopo granello, e chi passa di lì non ha il minimo sospetto che ci siano state. Tutto è cancellato. E così davvero si pensa che nessuno sia passato di lì, su quel medesimo luogo, su quella medesima sabbia.
Le generazioni più giovani ormai non sapevano nulla del passato splendore del Castello, perché ormai non se ne parlava più.
Il Castello, benché ancora bellissimo, divenne parte del paesaggio come un vecchio e onorato albero solitario, certamente degno di rispetto, ma privo del mistero che lo aveva reso unico, quel mistero che un tempo attirava sguardi e produceva silenzi di stupore.
I viandanti passavano senza fermarsi, ormai presi dai propri pensieri e dalle loro preoccupazioni.
I bambini non ridevano più passandogli accanto perché per loro era solo una grande costruzione.
I cavalli non ne venivano più conquistati né tantomeno si arrestavano costringendo i cocchieri a scuoterli con fatica.
Dunque, la Valle si era spenta poco a poco, come una candela che consuma lentamente la propria cera.
Le foglie erano sempre verdi, l’acqua si era conservata limpida, ma nell’aria si faceva sempre più sentire l’assenza.
Come quando si entra in una casa dove un tempo viveva un proprio caro che ora non c’è più: tutto è al suo posto, eppure c’è il “disordine” di un vuoto opprimente; e non c’è sensazione, non c’è ricordo, per quanto preciso, che possa riempire quel vuoto.
Passarono così molti anni. Il tempo necessario per annullare qualsiasi ricordo e per annullare la memoria. Abbastanza da rendere il Castello come una specie di sogno, raccontato tante volte, fino a quando lo stesso racconto smarrisce ogni colore ed ogni sapore, fino a quando non desta più alcuna curiosità, come una fiaba ascoltata troppe volte prima di dormire che ormai non suscita più curiosità perché già se ne conosce la fine.
Tutti dunque avevano dimenticato o forse credevano di averlo fatto.
Eppure c’era qualcuno che avrebbe riaperto la storia: un bambino di nome Vilfrido.

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