C’è una differenza enorme (anzi: infinita) tra la perfettibilità e la perfezione. Eppure foneticamente queste due parole sembrano molto vicine, quasi uguali. La perfezione è dell’assoluto. Per dirla in termini di corretta filosofia, la perfezione può essere solo della causa prima, dell’atto puro. La perfettibilità, invece, è delle creature, le quali, non essendo assolute e causa di se stesse, sono infinitamente inferiori alla causa prima.
Eppure questa differenza storicamente è stata difficile da digerire. Infatti, nella Storia corre una sorta di “filo rosso”, che parte proprio dall’inizio (il peccato originale) per accompagnarci -ahinoi!- fino alla fine dei tempi. E’ il “filo rosso” del delirio da parte dell’uomo di potersi ritenere autosufficiente, risposta a se stesso, fondamento immanente di tutto. Quello che può anche definirsi “antropocentrismo radicale”.
Ciò è avvenuto perché l’uomo ha voluto confondersi, meglio ha voluto confondere la sua intrinseca grandezza (l’immagine e la somiglianza con Dio), con una presunta divinizzazione di sé. Anche qui: dal punto di vista fonetico si è vicini…immagine e somiglianza di Dio con divinizzazione di sé. Eppure: c’è l’infinito come differenza. Ma dicevamo: l’uomo ha confuso la sua grandezza con la possibilità di un delirio. Certo l’uomo è grande. Lo scrittore inglese Chesterton dice che l’uomo è una specie di quercia le cui fronde quasi sfiorano il cielo. Ma -appunto- sfiorano, ma non raggiungono il cielo.
Da qui la stoltezza di fare spazio nella propria vita solo a se stesso, di pensarsi come se si fosse il proprio ed unico universo. Quando poi basta un nonnulla per non più ritrovarsi. Il pioppo punta il Cielo, sembra che stupidamente voglia arrivarci…ma è uno degli alberi più fragili: basta poco per fallire e ripiegarsi su se stesso.
Dio è Verità, Bontà e Bellezza
Il Cammino dei Tre Sentieri

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