Il peccato originale non ha generato il lavoro, bensì la fatica, ovvero la durezza del lavoro, e così anche la possibilità che il lavoro, pur necessario, non trovi sempre perfetta corrispondenza nel desiderio dell’uomo. E’ il rischio di trovarsi a fare cose in cui non ci si riconosca, in cui tutto si presenti appesantito e impietosamente gravoso. Eppure, anche nella condizione post-peccatum, c’è la possibilità di scorgere la bellezza della propria fatica. E’ quando la si offre nella convinzione che vada ad inserirsi in un’armonia governata da Dio. Diceva santa Teresina di Lisieux che anche raccattare da terra un misero ago ha un valore infinito se fatto nella grazia di Dio e per suo amore. Ecco: la bellezza della propria fatica è inserirla in questo Significato. Un Significato che tutto ammorbidisce e che arriva a mitigare anche la più spossante stanchezza, perché le offre una sublime “ragione”.
Il vetro è fragile, eppure può adempiere ad un compito che è quello, se non di annullare, almeno di rendere meno grave la fragilità. Il vetro infatti conserva.
Ma il vetro anche un’altra importante caratteristica: quella di abbellire e di far risplendere. Se un bell’oggetto si mette dietro una teca di vetro è come se riuscisse a presentarsi agli occhi ancora più attraente.
Eppure questo conservare e questo abbellire è nell’indiscussa fragilità del vetro.
Conservare e abbellire sono due prerogative del Paradiso.
Le anime beate sono riuscite a conservare se stesse. Infatti, la vera essenza degli uomini è quella di raggiungere l’unico giusto e vero fine: Dio. Dunque, un’anima che è in Paradiso ha davvero conservato se stessa, perché ha salvato se stessa realizzando pienamente la sua vocazione.
Ma le anime del Paradiso acquistano bellezza. Dante, nella Commedia, tiene a sottolineare come i beati emanino una tale luce splendente che diventa difficile con lo sguardo sostenere: Queste sustanze, poi che fuoro lie, però sempre del paio che segue l’una del più chiaro il lume ne l’altra. (Paradiso, Canto III)
Dunque, conservazione e splendore…proprio ciò che fa un buon vetro.
Conservazione e splendore prerogative dell’eternità.
Il famoso pittore Salvator Dalì 81904-1989), la cui “arte” la riteniamo tutt’altro che edificante e condivisibile, dice giustamente: Il vetro è come il tempo, fragile, ma capace di conservare l’eternità.
Insomma, un buon vetraio è a servizio di ciò che davvero ci attende, se ovviamente sappiamo corrispondere alla grazia: conservazione e splendore.
Dio è Verità, Bontà e Bellezza
Il Cammino dei Tre Sentieri

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