La scala scendeva lenta, pertanto non intimoriva per pericolosità; non era né scivolosa né rotta. Piuttosto intimoriva per altro: perché non se ne intravedeva la fine, ma anche e soprattutto perché non si sapeva cosa si sarebbe trovato e scoperto al suo termine. Ogni gradino sembrava essere sospeso nel vuoto, come se le pietre, con cui la scala era stata costruita, poggiasse nell’aria. Vilfrido si aggrappava al corrimano di ferro, freddo, con un odore di metallo umido, arrugginito, ruvido sotto le dita, che attestava, anche se non ve ne fosse stato bisogno tanto era evidente, quanto antica fosse quella scala
Matthias precedeva il piccolo e lo faceva con passo calmo, misurato e regolare. Sembrava che l’uomo conoscesse bene quella scala; eppure ciò non era possibile. In realtà non poche volte nel viaggio a Vilfrido era sembrato che lo zio conoscesse molto di più di quello che poi dava a vedere. Lo aveva pensato prima di arrivare al Castello e lo aveva pensato anche dopo che erano entrati nel Castello. Pensieri che poi svanivano dinanzi alle difficoltà che chiaramente si potevano leggere sul volto dello zio.
I due più scendevano e più si accorgevano che tutto si faceva scuro, come se la luce venisse lentamente risucchiata. Ad un tratto però s’intravide il chiarore di una torcia accesa attaccata alla parete. I due accelerarono il passo per poterla raggiungere quanto prima. Erano attratti da quella che sembrava una promessa di visibilità. Arrivati, Matthias la staccò dalla parete e la impugnò. “Questa ci servirà” Si limitò a dire.
Ormai non arrivava più luce solare, nessun riflesso, nessun ricordo del giorno. C’era solo un pallido, molto pallido, bagliore che proveniva da piccole fenditure nelle mura, feritoie sottili che lasciavano filtrare appena una lama di chiarore.
Il silenzio si faceva sempre più consistente. Non che prima non vi fosse. È che adesso si avvertiva una sorta di ovattamento, simile a quando si “chiudono” le orecchie perché si va in altitudine. Il rumore dei passi era diverso, smorzato, quasi assente. Era una sensazione simile a quella che si avverte quando si è in mezzo alla neve: tutto sembra acusticamente isolato. Una sensazione che ancora più chiaramente manifestava l’incombenza di un’assenza. Un vuoto più pesante di qualsiasi stridente rumore.
“Zio, dove stiamo andando?” Chiese Vilfrido con la voce che gli usciva più piccola del solito. Poi chiese ancora: “Cos’è questo posto?”
Matthias non rispose subito. Si limitò ad indicare i gradini davanti a loro, come a dire: guarda e continua, poi esclamò: “Stiamo arrivando alle fondamenta del Castello.
“Quindi andiamo verso la fonte dello splendore?” Chiese Vilfrido. E nelle sue parole era chiara la speranza che tutto si potesse risolvere al più presto.
“Sì, speriamo però di riuscire ad arrivare” Matthias si riposò, poi riprese: “Lo splendore non nasceva dalle torri o dalle sale. Nasceva da ciò che stava alla base. Era come se vi fosse stato un cuore pulsante in fondo a tutto. E’ proprio nel fondo che dobbiamo andare a scrutare e a scoprire. E’ lì che tutto si esprimeva ed è lì che tutto deve rinascere, come un seme che, nascosto, può tornare a germogliare”.
Proseguendo la discesa, notarono sulle pareti delle strane incisioni, linee scavate, curve, segni ripetuti. Erano certamente dei simboli antichi, ma anche raffigurazioni che cercavano di raccontare qualcosa. Mathias si fermò e cercò di capire cosa davvero volessero rappresentare e con la torcia cercò di illuminare i contorni. Ma non riusciva a capirci nulla. Quando pensava di intuire qualcosa, doveva poi riconoscere a se stesso che di chiaro in quelle raffigurazioni c’era molto, ma molto, poco, per non dire nulla.
Vilfrido chiese: “Sono ricordi?” Poi toccò con un dito una di quelle raffigurazioni. Il contatto gli procurò un brivido. Sembrava che quella pietra respirasse. Si trattava di una vibrazione fredda e viva insieme. E tornò ancora una volta a farsi sentire il respiro cavernoso.
Più i due scendevano, più l’atmosfera cambiava e il Castello mutava aspetto, nel senso che quell’ordine che si era potuto ammirare nelle sale, ora era sostituito da locali tenebrosi e assai rozzi.
Però ci fu una novità. S’iniziarono a percepire strane presenze che sembravano senza una forma precisa. Erano esseri viventi? Erano creature visibili? Oppure solo ombre? Delle ombre di vita?
Vilfrido si strinse al martello del suo adulto compagno: “Zio, a me fa paura tutto questo”. E quasi il bambino si vergognò di doverlo riconoscere. D’altronde era passato davvero poco da quando ostentava il suo intento di portare a termine l’impresa.
Matthyas sorrise; e per quell’affermazione sincera del bambino sentì quasi sollevarsi forse perché adesso avvertiva ancora più la responsabilità di mostrarsi lui coraggioso e sicuro. Rispose: “No, Vilfrido, ciò non fa paura. Fa piuttosto pensare. Ti dico che se continuiamo a procedere con rispetto, non abbiamo nulla da temere. Chi vive nel Castello scontando la tristezza dell’assenza porta con sé il rammarico, un senso di fallimento, ma non di odio. Nessuno può volere il nostro male, perché sanno bene che anche chi è fuori del Castello sconta lo stesso rammarico, la stessa tristezza, lo stesso fallimento.”
Intanto l’animo di Vilfrido si era un po’ risollevato e si sentì di chiedere: “Zio, visto che ormai siamo da tempo dentro il Castello, ti sei fatto un’idea di cosa generava lo splendore?” E aveva tanta speranza che l’uomo avesse finalmente capito. Anche perché, se avesse capito, si sarebbero create le condizioni per poter abbandonare quel luogo così enigmatico, che pareva stringersi addosso.
“No, Vilfrido – dovette ammettere lo zio – Se proprio vuoi sapere qual è il mio sospetto, allora ti dico che doveva esserci qualche oggetto magico oppure qualche incantesimo. Certamente qualcosa di molto originale, di strano, di unico. Altrimenti non vedo cos’altro avesse potuto generare un fenomeno così grande ed affascinante”.
Intanto i due avevano ripreso a proseguire, anzi a scendere perché la grande scala a chiocciola non era affatto terminata, girava ancora e ancora. Essa sembrava una perfetta metafora di ciò che da tempo, almeno da quando entrati nel Castello, frullava nella testa di Matthias e Vilfrido.
Si fermarono ad un altro piano. Si trattava di una sala molto più ampia della precedente, una cavità enorme che sembrava scavata apposta per far sentire piccoli. Il pavimento era irregolare essendo di pietra non lavorata, ruvida, piena di avvallamenti. C’erano delle fiaccole accese alle pareti. Ma tutto sembrava scuro in quel luogo, tenebroso e assai triste, come se la luce non riuscisse a vincere il buio. Anzi come se anche quella luce desse sostegno affinché il senso di oscurità potesse dominare ancora di più. Quel poco di chiarore, era dato sì dalle fiaccole, ma anche da qualcosa di lieve, potremmo dire di pallido, che sembrava provenire dalle crepe. Ed era proprio questa scarsa luce che comunque disegnava un chiaro percorso, una traccia sottile da seguire.
Fu proprio lì, in quell’immensa sala, che i due fecero una straordinaria esperienza. Sulle pareti si formarono delle enormi ombre, dilatate, deformate, quasi mostruose. Facevano paura, ma Matthias capì subito e cercò di tranquillizzare il bambino: “Non temere, è solo un gioco di luci. Sta arrivando qualcuno ma sarà come noi”. E in un certo senso disse queste parole anche a se stesso.
Fu proprio così: coloro che arrivarono avevano una statura normale. Si trattava di individui che camminavano silenziosi, passi lenti, senza fretta, senza meta apparente. Nessuno parlava. Colpiva un senso di profonda desolazione che caratterizzava quei volti, occhi spenti, lineamenti stanchi, nemmeno un benché minimo accenno di sorriso. Costoro non parlavano, ma era come se dicessero tanto, come se il silenzio riuscisse a spiegare tutto in maniera chiara. Sicuramente mostravano con chiarezza tutta l’ angoscia dell’assenza. La cosa strana era che in quella situazione non vi erano elementi per poter essere più o meno certi di alcune situazioni che si mostravano alla vista, eppure se non era proprio facile, certamente era possibile capire cosa stesse realmente succedendo.
Vilfrido sentì un nodo alla gola, un vero e proprio groppo che stringe: “Zio -chiede- perché non parlano?”
Mathias posò una mano sulla spalla del nipote: “Posso immaginare che sia il loro dolore a chiuderli in un completo mutismo. È come se avessero concluso che solo questo possa essere il loro inevitabile destino. Non ti saprei dire altro”.
Ma proprio quando stava per terminare, uno di quegli individui che si presentava con un viso ancora più pallido, quasi trasparente, come se fosse stato consumato dall’interno, disse: “Non parliamo per un ben preciso motivo: è inutile comunicare quando è stata distrutta la realtà. A che serve dire qualcosa se questo avrebbe perso qualsiasi fondamento?” Queste parole erano uscite molto lente. Prive non solo di entusiasmo ma anche di energia.
Matthias, superato il prevedibile stupore per aver sentito parlare chi pensava che fosse immerso in un insuperabile silenzio, chiese quasi balbettando: “Ti ringrazio per averci parlato. Ti confesso, però, che non ho capito”.
Lo sconosciuto, conservando un’imperturbabilità (continuava nel suo volto a non esserci alcuna impressione), rispose: ” Fratelli (questo appellativo rincuorò non poco Matthias e Vilfrido) ciò che è stato perpetrato è una sottile congiura. Nulla è stato distrutto, nulla è stato modificato, ogni cosa è al suo posto. Avrete notato che non c’è nemmeno polvere in questo castello. Tutto è apparentemente vivo, tutto è apparentemente ordinato. Tutto. Ma tutto non ha più senso. Immaginate un corpo perfetto che non ha più un’anima.”
“Cosa vuol dire: tutto non ha più senso?” Chiese Matthias sempre più stupito. Avvertì come se quelle parole che aveva appena ascoltate gli avessero aperto un vuoto.
“Vuol dire che prima d’intraprendere un viaggio occorre portarsi un buon bastone per reggersi, così come occorre avere una penna per scrivere o una solida vanga per scavare la terra. Quindi occorre credere che esista la realtà perché si possa parlare della realtà; e perché la realtà abbia un senso. La realtà può conservarsi anche ordinata, ma se è negata, si tratterebbe solo di un’illusione di ordine, un viaggio senza bastone, uno scrivere senza penna, uno scavare senza vanga.” E in ogni esempio che lo sconosciuto personaggio pronunciava sembrava che una torre di quel Castello crollasse. Ovviamente era solo un’impressione, ma un’impressione viva.
Lo sconosciuto, senza accennare un minimo saluto, andò oltre come se ormai avesse detto l’indispensabile e che, pertanto, sarebbe stato inutile dire di più.
Altre figure lo seguirono, così come altri ancora entrarono in quella sala. Vilfrido abbassò lo sguardo poi lo alzò per poter osservare quegli individui misteriosi e silenziosi, inermi, uguali; si sarebbero potuti definire persino consumati. Ogni passo che facevano sembrava pesare come anni ed anni di tristezza. Per come procedevano sembrava che avessero il tempo ai piedi, così come degli antichi carcerati le proprie pesanti catene.
Le parole dello sconosciuto non erano state facili da capire; e forse, anzi senz’altro, Matthias e Vilfrido non le avevano capite bene, però furono sorprendentemente utili perché i due avvertirono come misteriosamente rinnovarsi il desiderio di andare fino in fondo e scoprire cosa fosse davvero accaduto al Castello e risolvere quindi il problema. C’è da dire che ad aver contribuito a questo rasserenamento era stato come lo sconosciuto aveva appellato i due ospiti: “Fratelli”. Appellativo che ai due non era sfuggito e che li fece sentire meno estranei, ma soprattutto non indesiderati.
Matthias fissò il nipote, sembrava che riuscisse a leggere il suo stato d’animo più profondo, proprio come si può leggere un libro aperto. “Prepariamoci, Vilfrido -egli disse- Dobbiamo ancora scendere e da ciò che abbiamo ascoltato finora mi sa che ne dovremo fare ancora di gradini”. E nel concludere queste parole, dopo averla innalzata dinanzi ai suoi occhi, strinse la torcia come se essa avesse avuto il compito da ora in avanti di rappresentare un’adeguata promessa di luce.
Il bambino annuì. Fu un assenso serio, non semplicemente quello di un bambino. D’altronde a quel punto un bambino maturo come Vilfrido non poteva non riconoscere che ormai era il tempo dell’impegno e non solo dei capricci.
Intanto sia a Matthias sia a Vilfrido venne istintivo girarsi indietro ed incredibilmente i loro occhi scoprirono il nulla. Ciò che avenano precedentemente osservato, la sala dove avevano incontrato quel misterioso personaggio, era come se non ci fosse, era come se si fosse totalmente nullificata. Non rimaneva che il tragitto di scala da cui erano proceduti. Tutto sparito. Allora, forse, ma non ne possiamo essere completamente certi, capirono che quell’esperienza era in un certo qual modo legata a ciò che aveva detto il personaggio incontrato: “…è inutile parlare quando è stata distrutta la realtà”. Intanto, ancora, ormai non se ne contavano più le volte, tornò a farsi sentire il respiro cavernoso. E ogni volta che tornava si faceva sempre più chiaro e sempre più fastidiosamente caldo.
Per Matthias e Vilfrido il viaggio nelle fondamenta del Castello stava solo iniziando e già sembrava molto, ma molto, più grande del viaggio fino al Castello. E ciò che avrebbero scoperto avrebbe cambiato tutto, come cambia tutto quando si tocca il fondo, meglio: l’essenza, delle cose.

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