Intanto la natura si era fatta più familiare, nel senso che iniziavano a comparire dinanzi allo sguardo radure, alberi, costoni di roccia, piccoli e stretti ruscelli che venivano facilmente riconosciuti proprio perché già visti. Quanto è bello assaporare la strada del ritorno. Ogni passo vive la sua fatica con scioltezza, dimentico del peso e dell’affanno. La stanchezza si perde nel suo senso, che è quello di sapere che ogni minuto è sempre un minuto in meno all’appagamento di ogni nostalgia. Si torna al centro dei propri affetti e della propria storia. Si torna da dove si è partiti. Proprio nella gioia del ritorno si può ben capire il perché si è dovuti partire, il perché si è dovuto lasciare il proprio nido. È nel ritorno che tutto acquista senso.
Non passò molto tempo e s’iniziò ad intravedere non lontano la casa di Matthias. Il tetto di ardesia e il colore delle pietre che formavano le mura si scorgevano tra le foglie degli alberi, come quando le varie figure di un caleidoscopio, girando e rigirando, lentamente si compongono e si scompongono. L’aria si era fatta più dolce e addirittura era come se si potesse cogliere un leggero profumo che veniva a fare da gradevole contorno a quella sensazione in cui ogni nostalgia del ritorno trovava il suo sospirato appagamento.
Vilfrido sperimentò un gradevole rasserenamento, tra non molto sarebbe arrivato anche a casa per affondare nell’abbraccio di mamma e papà; e così unire questa gradevole sensazione alla già enorme soddisfazione di aver potuto restaurare lo splendore del Castello. Tutto questo non poteva che renderlo ancora più contento.
Insomma non c’era che da stare allegri. La natura circostante incorniciava perfettamente questo stato d’animo di Vilfrido: il verde intenso, gli alberi che stavano iniziando a vestirsi di giallo, i fiori di autunno che con i loro colori sgargianti sembravano ammonire tutti coloro che avessero pensato che possa essere solo la primavera la regina delle stagioni. E i monti, lì lontani, che con la loro maestosità incorniciavano il paesaggio sereno e brillante della Valle. Lo splendore aveva fatto tornare tutto così come doveva essere. Tutto indirettamente splendeva per lo splendore del Castello.
Ed ecco la casa di Matthias! Ormai pochi metri e ci si sarebbe potuti riposare sui quei soffici divani che erano tra le cose della casa dello zio che più rimpiangeva Vilfrido ogni qual volta se ne allontanava.
Il bambino lasciò la mano dell’uomo e iniziò a correre per ridurre quanto più possibile la distanza dalla meta. “Zio, inizia a prendere le chiavi dal tuo tascone. Ormai ci siamo!!” Disse con un’incontenibile gioia. E, correndo, si chinava sfiorando con le sue manine l’erba alta che incorniciava il sentiero. Era come se volesse toccare tutto di quel luogo, ringraziando perché lo aveva finalmente ritrovato. Quante volte, nei momenti più difficili dell’avventura trascorsa, aveva temuto di non poter più ritornare, di non poter più rivedere quei posti, ma soprattutto di riprovare certe allegre sensazioni.
Vilfrido arrivò al grande portone e si girò per constatare quanto ancora l’uomo fosse distante. Fu così che la gioia incontenibile fu seguita da un senso di serio stupore: Matthias non c’era. Il bambino pensò che si potesse trattare di uno scherzo, forse lo zio si era nascosto dietro un cespuglio, d’altronde ormai c’era tutto il tempo e l’atmosfera giusta per giocare e distendersi. Fu così che Vilfrido cercò di scoprire ove mai fosse il nascondiglio e diceva: “Zio, zio…Dove sei? Ho capito che ti sei nascosto. Adesso puoi anche uscire”. Il bambino ripeteva queste parole cercando anche di alzare la voce, se eventualmente lo zio non avesse adeguatamente sentito. Fece anche il giro completo della casa, ma niente di niente. Dello zio nessuna traccia. Sparito.
Il serio stupore di Vilfrido si stava trasformando in una vera e propria paura, anche perché ormai il sole tramontava e tra non molto avrebbe fatto notte. Se lo zio non fosse spuntato, come avrebbe fatto? Non avrebbe avuto il tempo di arrivare dai genitori prima della notte inoltrata. Continuò a chiamare: “Zio, zio..zio, zio…” Urlava sempre più forte, ma niente.
Fu così che iniziò a piangere. Non gli restava che dirigersi verso i genitori, cos’altro avrebbe potuto fare? Il cuore gli batteva forte e le lacrime si erano fatte davvero grandi. Nella sua mente non pensava che allo zio potesse essere accaduto qualcosa di brutto, quanto che si fosse fatto prendere da chissà quale egoismo (cosa che però non era mai davvero accaduto) e fosse andato in qualche bettola a tracannare la sua birra preferita. D’altronde nel viaggio non aveva potuto bere, ma poi pensò: perché lasciare solo, in balia delle tenebre, un povero bambino e per giunta il proprio nipote? E inoltre anche a casa sua vi era la birra, lo zio non se la faceva mai mancare. Insomma, l’unica certezza era che non gli restasse che accelerare quanto più possibile il passo.
Intanto la notte era sopraggiunta. Ogni tanto, ma pateticamente ed inutilmente, Vilfrido continuava a chiamare ad alta voce: “Zio, zio… perché, perché sei sparito?!!” Ma questo gridare serviva solo ad innervosire gli uccelli notturni del bosco che sembravano rispondere a quelle grida conferendo a quella situazione e a quei luoghi un’aria di ancora più sentito timore.
C’era però qualcosa che avrebbe potuto, anche se non molto, rasserenare l’impaurito bambino. Era la luna. Vilfrido si accorse che la luna era piena quella notte e che per giunta non vi era nemmeno una nuvola. Questo avrebbe significato che non ci sarebbe stato un buio completo. La luna, quando è piena, illumina quel che è necessario e invita con chiarezza e dolcezza a seguire il sentiero. L’unico problema era negli alberi del bosco che avrebbero potuto a tratti oscurare quel chiarore, ma comunque si sarebbe sempre scorto il necessario.
La stanchezza si fece subito sentire. Vilfrido era spinto a camminare quanto più speditamente possibile, l’età era quella che era, e inoltre in lui lievitava una forte rabbia che si faceva sempre più dirompente, causata dal fatto che non riusciva capire cosa fosse potuto accadere e perché era costretto in quell’assurda situazione. Lo zio che accetta di accompagnarlo al Castello, le avventure lì vissute insieme e poi…e poi quell’incredibile sparizione. Tutto questo non poteva che sfiancarlo. Insomma, alla stanchezza fisica anche quella emotiva. E così ogni passo più che liberante, diveniva opprimente.
Ma se gli uomini possono abbandonare, la Provvidenza non abbandona mai. Fu così che -era da poco passata la metà della notte- intravide finalmente la propria casa. Fu una visione che finalmente lo fece trasalire di gioia. Non aveva mai dubitato di aver sbagliato strada, ma un po’ per la notte e un po’ per la stanchezza, non era riuscito durante il cammino a capire quanto tempo mancasse ancora alla meta.
Dalle finestre si scorgeva che la luce del soggiorno era ancora accesa. Strano: i genitori erano soliti andare a dormire subito dopo il tramonto. Ma -tant’è- adesso per Vilfrido era l’ ultima preoccupazione il dover rispondere a questo quesito. Tanti erano gli interrogativi più importanti.
Bussò alla porta. Appena lo fece, sentì che, dentro, più di una persona stava attendendo con ansia qualcuno, perché, appena che aveva bussato, si era sentito il rumore di chi si fosse alzato di scatto per correre al portone. E il portone si aprì. Lo avevano aperto entrambi i genitori, i quali, appena videro Vilfrido, urlarono il suo nome e lo abbracciarono talmente da fargli quasi mancare il respiro.
“Vilfrido, Vilfrido…” Dicevano entrambi, accarezzandogli i capelli, stringendolo e piangendo di gioia.
“Dove sei stato tutto questo tempo? Abbiamo temuto il peggio per te” Disse il papà, mentre la mamma continuava ad accarezzare i capelli del bambino.
Vilfrido si meravigliò per quella domanda. “Sono stato a casa dello zio, come vi avevo detto.” Rispose con calma.
“Questo lo sapevamo, ma cosa hai fatto da solo? Ti siamo venuti a prendere, ma tu non c’eri”. Precisò il padre.
“Perché siete venuti a prendermi quando vi avevo già avvisato?” Ribatté Vilfrido.
Il papà rivolse lo sguardo alla mamma quasi a dirle: parla tu…ed Ella, fissando attentamente il bambino, iniziò: “Quando ci sono venuti ad avvertire che zio Matthias era morto, siamo corsi subito. Abbiamo trovato il corpo dello zio, ma tu non c’eri.”
Vilfrido si fece pallido, ma non volle parlare. Si limitò a chiedere: “Morto? E perché è morto?”
“Avrà avuto un malore -rispose il padre perdendo lo sguardo nel vuoto- lo hanno trovato a terra dinanzi ai suoi girasoli e sono venuti ad avvertirci…ma tu -il padre tornò a fissare Vilfrido- cosa hai fatto per tutto questo tempo?”
Vilfrido, sempre più pallido, non rispose. Si limitò ad entrare silenziosamente in casa per andare a sedersi vicino il caminetto acceso. I genitori rimasero interdetti, anche perché avevano visto che il volto del figliuolo era divenuto quasi terreo. Poi a Vilfrido venne di chiedere rivolgendosi al padre: “Papà, zio Matthias ti ha mai parlato di messere Bruno?”
L’ uomo si rinfrancò vedendo che il bambino si era un po’ ripreso. “Certo -rispose- un giorno lo conobbi anch’io. Uno strano uomo, ma molto sapiente. So che è morto molto anni fa…”
A sentire queste altre parole, Vilfrido si fece nuovamente pallido. Si alzò e si limitò a dire: “Io vado a dormire”. Ma era una voce tremante, tant’è che i genitori a stento riuscirono a capire.
Fu una strana notte quella di Vilfrido. Sfido chiunque di voi a cercare di dormire dopo essere venuti a conoscenza di una realtà così inimmaginabile: aver incontrato e convissuto con chi non è più in vita. La morte come compagna. Il mistero come guida. Vilfrido non sapeva se piangere o semplicemente stupirsi. Ciò che però lo meravigliava e che non avvertiva alcun timore. Anzi un senso di pace e di quiete riempiva il suo piccolo cuore. L’amaro di ciò che aveva saputo dai genitori si accompagnava alla dolcezza che tutto quel mistero non aveva nulla di condanna, bensì di una grande, enorme speranza; e che da tutto quello che aveva vissuto si sarebbero generate altre cose belle, ben oltre lo splendore del Castello.
Non riusciva facilmente ad addormentarsi non perché qualcosa lo agitasse (d’altronde, lo abbiamo detto, avvertiva una pace profonda), bensì perché tutto era diventato strano, ma di una stranezza dolce, molto dolce.
La mattina seguente, Vilfrido fece tutto normalmente. Quel senso di dolce serenità non lo aveva abbandonato, anzi per un certo verso era perfino aumentato. Malgrado avesse solo dieci anni, pensò di tenere per sé ciò che aveva vissuto e di non far trapelare nulla affinché i genitori non venissero a conoscenza di quella sua misteriosissima avventura. Chissà infatti se avrebbero capito. Intanto avvertì una grande voglia di giocare. Guardò fuori e scoprì con contentezza che il cielo era sereno e che tra non molto il sole avrebbe brillato alto. Chissà quante farfalle avrebbe potuto inseguire con il suo retino. E poi le caprette certamente stavano ad attenderlo. I prati anch’essi attendevano le sue capriole.
Ma, ad un tratto, proprio mentre il suo sguardo si perdeva lontano per rimirare le lontane montagne le cui cime già erano alquanto imbiancate, un ricordo gli balenò nella testa come un improvviso suono che veniva a rompere un immutabile silenzio. Il ricordo riguardava quando lui e lo zio stavano lasciando la casa di messer Bruno. Poco prima di salutare, il padrone di casa gli si era avvicinato e gli aveva consegnato un astuccio dicendogli di non aprirlo se non quando fossero riusciti a restaurare lo splendore e lui fosse ritornato a casa. Vilfrido aveva mantenuto la promessa, ma poi si era dimenticato dell’oggetto e non ci aveva più pensato. Subito frugo’ nel suo tascone. Temette di averlo smarrito, ma emise immediatamente un sospiro di sollievo perché la sua mano certificò che l’astuccio era ancora lì. Vilfrido prese l’astuccio e, mentre il cuoricino tornò a battergli forte per l’emozione, decise di aprirlo. Vi era un rotolino di carta, “rotolino” perché di piccolissime dimensioni. Lentamente cercò di aprirlo. Non gli fu difficile. Su di esso era scritto: I vivi possono amare il passato, ma solo i morti possono conservare il passato.

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