APOLOGETICA RACCONTANDO: “Il Castello splendente” (Capitolo 6)

Era stato facile convincere lo zio? In realtà sì perché era fin troppo chiaro che questi, ancora prima del bambino, serbava nel cuore, come una sorta di fiamma mai spenta, il desiderio di andare ad ammirare quel Castello. Certo, non avrebbe trovato lo splendore, ma condividere un ricordo, questo sì, intimamente lo entusiasmava. Pensare poi di poter spendere la propria vita per qualcosa di molto importante, lo riempiva ancora più di entusiasmo. E forse, anzi: non forse, era proprio per tale possibilità che aveva regalato al nipote il libro.

Dunque, in Matthias c’era un desiderio fanciullesco che sognava un’avventura da affrontare o semplicemente un luogo dimenticato da rivedere? Entrambe le cose, ma certamente c’era dell’altro. C’era un desiderio più profondo che non era mai riuscito ad allontanare dal proprio cuore e che ora tornava a farsi sentire. 

Erano già diverse ore che il bambino e lo zio camminavano. Il ritmo dei passi era costante. Il sentiero che conduceva al Castello non era poi tanto faticoso, non vi erano strappi faticosi né lunghe salite. Certo, il sentiero non si estendeva sempre in pianura: a tratti saliva, curvando dolcemente lungo il fianco delle colline. Ma niente di proibitivo.

Il sentiero era ben visibile, con l’erba schiacciata dal passaggio di chi li percorreva con una certa frequenza.

Sì, vi erano dei punti in cui il sentiero si faceva più impervio e l’abbondanza dei sassi causava qualche occasionale difficoltà nel procedere, rendendo più pesante il fiato, ma lo sforzo era destinato a durare poco perché dopo non molto il sentiero tornava a spianare gradevolmente. 

L’aria era tiepida, profumata di terra e di resina, un odore pulito riempiva i polmoni. Il gelo invernale si faceva ancora attendere. Il sole stava iniziando a calare tingendo il paesaggio di una luminosità  sempre più tenue: c’era una luce morbida che addolciva ogni contorno.

Gli alberi che erano a bordo del sentiero sembravano osservare attentamente quel procedere che adesso era diventato diseguale: da una parte il passo austero e volutamente lento di Matthias che doveva adattarsi a quello del nipote e dall’altra il passo instabile ed ora un po’ affaticato di Vilfrido. Un passo più corto, più incerto, ma sempre convinto di voler procedere.

Talvolta il bambino inciampava, ma rideva come se anche il rischio di una caduta fosse un gioco. A volte doveva essere richiamato dallo zio perché rallentava ancora di più per poter osservare attentamente una lucertola o una farfalla. Quelle tipiche scene che ai bambini curiosi e vispi non sfuggono.

Anche lo zio si fermava, ma per raccogliere qualche bel fiore che spuntava tra i sassi. Quei fiori fragili che si manifestano improvvisamente come un sorriso inatteso. L’uomo lo faceva con gesti lenti e rispettosi, quasi temesse di disturbare il silenzio misterioso di quei luoghi.

Inizialmente il piccolo Vilfrido non dette importanza alla cosa e non fece domande, ma poi visto che il gesto dell’uomo si faceva frequente e che ormai questi aveva già raccolto un bel fascio di fiori ben legato con un filo d’erba, chiese: “Zio, perché raccogli tanti fiori?”

Lo zio si fermò. Guardò verso il cielo che ormai cominciava a velarsi di rosa, come un dipinto di un bravo artista capace di far scorrere lentamente il pennello sulla tela. Poi fissò Vilfrido con un sorriso sereno ma serio, come quelli che vogliono preannunciare una verità importante: “Ho capito che non ce la faremo a raggiungere il castello prima di notte. Dovremo fermarci a chiedere ospitalità, e già so dove?”

“Sì, ma cosa c’entrano i fiori?” Chiese argutamente Vilfrido. D’altronde aveva ragione: che nesso poteva esserci tra l’imminente tramonto e la necessità di raccogliere dei fiori, belli sì, ma del tutto inutili da portare durante un viaggio?

“Giusta domanda! -rispose subito lo zio- Tra non molto arriveremo ad una bella casa. Sarà facile riconoscerla, perché nelle vicinanze non ce ne sono altre. E’ la casa di un uomo a cui voglio molto bene. Poi ti dirò il perché. Si chiama Bruno, ma tutti lo chiamano Messer Bruno. E’ conosciuto nei paraggi anche come “il poeta”, perché a lui piace molto comporre poesie.

Vilfrido sgranò gli occhi meravigliato. La parola “poeta” lo colpì molto. Ne rimase quasi incantato. Vilfrido aveva già sentito parlare dei poeti e li immaginava come uomini capaci addirittura di parlare con le stelle. Ma poi si ricordò dei fiori e giustamente domandò: “Sì, ma cosa c’entrano i fiori?”

Lo zio accennò ancora un sorriso: “I fiori c’entrano, perché a messer Bruno piace riceverli in dono ed è convinto che siano proprio i fiori i suoi più importanti motivi d’ispirazione. È contemplando i fiori che gli vien voglia di comporre versi. Il colore dei petali, la perfetta geometria delle corolle destano in lui una tale meraviglia che lo spinge a prendere carta e penna e a scrivere versi. Che poi questi versi siano belli o meno, questo sinceramente non te lo so dire”. E lo disse con un tono che era un po’ ironico, ma sempre rispettoso. 

“Scrive solo poesie?” Domandò il bambino. “Non fa altro?”

“No, fa molte cose, come tutti, ma le poesie sono ciò che lo rendono diverso”. Poi lo zio abbassò lo sguardo sul mazzetto di fiori e lo sistemò con cura. Raddrizzò un gambo e scartò qualche fogliolina spezzata.

“A te piacciono i fiori, zio?” Chiese Vilfrido dopo un attimo di silenzio, quasi temendo che la domanda fosse sciocca.

“Certo che mi piacciono. Sai cosa mi piace di più? Scoprirne qualcuno tra le pietre. Soprattutto tra quelle pietre che sono a terra lungo il cammino. Quando penso che basterebbe poco per non accorgersi della loro bellezza, mi viene da riflettere. Chissà quanti fiori bellissimi saranno sfuggiti al nostro sguardo. Certamente tantissimi”.  Poi Matthias fece una pausa, come se volesse scegliere con attenzione le parole. “Chissà -riprese- quante volte mi sarà capitato di calpestarli. Un fiore tra i sassi è il segno che c’è sempre qualcosa di bello che ci accompagna, bambino mio. Qualcosa che ci accompagna anche quando il cammino si fa duro e faticoso”.

Vilfrido ascoltava attentamente lo zio, fissandolo quasi ammirato, come si guarda qualcuno che sa tanto, forse che sa più cose di tutto il mondo. Quelle parole gli restarono addosso come un mantello caldo che tanto si desidera in una serata gelida, con la neve che scende e i vetri delle finestre appannati dall’umidità. Guardò anch’egli a terra, tra i sassi. Ormai per lui il senso di quel sentiero era cambiato iniziando a nascondere segreti che prima non aveva mai notato.

“Cosa sarebbe la vita, caro nipote -riprese l’uomo che sembrava più parlare a se stesso che al bambino- se non ci fosse la sorpresa della novità. Cosa sarebbe attendere se non ci fosse qualcuno che ti doni qualcosa”.

“Zio, non capisco” disse opportunamente Vilfrido, d’altronde quelle parole che l’uomo aveva appena pronunciate erano tutt’ altro che semplici.

Matthias arrestò il passo, prese in braccio il nipote e lo sollevò in alto, gli donò un gran sorriso e poi gli fece toccare nuovamente terra, con la delicatezza di chi vuole far divertire e non spaventare. “Vilfrido -disse seriamente ma con tono dolce- le parole che ti ho appena dette esprimono ciò che è più importante nella vita. Tutto ciò che viviamo e che ci accade è proprio espresso da quelle parole; e forse il motivo per cui il nostro castello ha perso lo splendore è nel significato delle parole che ti ho dette.” L’uomo fece silenzio, si mise a pensare come se fosse attanagliato da un’indecisione, poi disse: “Adesso ti faccio capire cosa ho voluto dire”.

“Grazie, zio…fammi capire” Disse contento Vilfrido.

L’uomo gli chiese: “Prima di addormentarti c’è qualcosa che attendi particolarmente?”

Vilfrido rispose immediatamente, senza aver bisogno di pensare: “Attendo che la mamma salga nella mia stanza per darmi il bacio della buonanotte.” Le parole del bambino erano state così decise che facevano chiaramente capire come quella scena, la mamma che dà il bacio della buonanotte, fosse impressa del tutto nel suo cuore: la porta che si apre piano, il profumo familiare, la luce tenue e quel dolce, desiderato, gesto di affetto. Vilfrido, quando questo avveniva ogni sera, traeva proprio da esso una sicurezza particolare; e tutto, anche le tenebre notturne, sembravano sorridergli.

Lo zio tornò a chiedere: “E cosa penseresti se tua mamma non salisse a baciarti?”

“Ci rimarrei molto male”, disse Vilfrido abbassando lo sguardo, come se solo immaginarlo fosse già un piccolo dolore, quel piccolo, fastidioso, dolore che pizzica nel petto.

Matthias riprese: “Ecco, nipote mio, qui sta il senso delle mie parole. Tutti, e non solo tu che sei ancora bambino, abbiamo bisogno del bacio della buonanotte, cioè abbiamo bisogno di far riposare la nostra vita tra le braccia di qualcuno che ci ama. Questo è un bisogno che abbiamo tutti. Ne hanno bisogno i bambini come te, ma anche chi è adulto ed anche chi è ormai al tramonto della vita. Negarlo sarebbe da sciocchi.” La voce di Matthias si era fatta più profonda, come se parlasse non solo al nipote ma anche a se stesso. Adesso la sua mente stava ripercorrendo l’antico, ovvero quando anch’egli sperimentava quella desiderata sensazione. Ma non solo. La sua mente stava anche ripercorrendo quei ricordi brutti quando la propria mamma morì troppo presto, con lui ancora piccolino, e così, improvvisamente, rimase senza quel bacio della buonanotte. Avvertì nuovamente il peso delle tanti notti in cui dovette addormentarsi con l’assenza di quel bacio.

D’altronde si può essere adulti, coraggiosi ed indipendenti quando si vuole, ma certe tristi sensazioni rimangono sempre fresche nel profondo del proprio animo, come la terra più asciutta, se scavata in profondità, finisce anch’essa con l’esprimere l’umido del suo cuore più intimo.

Vilfrido strinse le mani come se stesse cercando di afferrare un filo logico tra il Castello che aveva perso lo splendore e le parole ancora così enigmatiche dello zio. E pertanto chiese: “E il Castello? Cosa c’entra il Castello in tutto questo?”

Matthias senza fissare il bambino aggiunse: “Penso che c’entri. Attendiamo…e capiremo”.

Diciamolo francamente: Matthias non era riuscito nell’intento di fare capire a Vilfrido. Anzi, forse aveva complicato il messaggio.

Intanto lo sguardo di Vilfrido scivolò oltre i campi, verso le prime luci tremolanti in lontananza, e forse chissà, queste, potevano costituire la speranza che sarebbe arrivato il momento in cui tutto sarebbe stato più chiaro. 

Camminarono fino al tardo pomeriggio, quando il cielo cominciò a tingersi di arancio e rosa, come se una mano invisibile stesse mescolando colori su una grande tela, e le ombre degli alberi iniziarono a farsi lunghe come dita che sfioravano la terra. L’aria sembrava essersi fatta ancora più piena e densa. L’odore della resina era diventato ancora più intenso, pungente e dolce insieme, capace di restare addosso. I due adesso camminavano in silenzio, si udiva solo il fruscio dei passi, qualche ramo spezzato, oppure, quando sul sentiero compariva la ghiaia, il tipico rumore che fanno gli scarponi sui sassolini. Vilfrido continuava ad osservare tutto con attenzione, non si faceva sfuggire nulla, foglie, sassi, forme, suoni. L’uomo sentiva che il nipote gli stringeva sempre più la mano, come se cercasse una certezza, ma soprattutto una protezione visto che stavano calando le tenebre o forse era solo una questione di stanchezza che stava sopraggiungendo. Che però Vilfrido iniziasse a temere qualcosa non deve meravigliare. Era più che prevedibile. Si sa che i bambini partono con entusiasmo e poi si stancano dopo poco. Anzi, c’era da meravigliarsi che un bambino di dieci anni fosse riuscito a resistere fin lì senza affanni e senza paure, con una tenacia senza lamenti che avrebbe sorpreso qualsiasi adulto.

Matthias, che conosceva quei boschi come la sua stessa casa e come se per lui ogni albero avesse un nome, si fermò davanti a un sentiero laterale appena visibile tra due querce. “Da questa parte, Vilfrido -disse- tra poco arriveremo alla casa del nostro amico”.

Il sentiero era stretto e leggermente in salita. A tratti scompariva sotto cumuli di foglie secche che scricchiolavano come carta.

Intanto Vilfrido si chiedeva come facesse lo zio ad orientarsi così bene. Finora non avevano mai dovuto tornare indietro per aver intrapreso un sentiero sbagliato. Eppure ricordava che spesso gli aveva detto, affinché non si avventurasse nei boschi, che finanche lui doveva fare molta attenzione perché non era raro che rischiasse di perdersi anch’egli che pure era adulto ed esperto. E invece finora tutto era filato liscio. Mai lo zio si era sbagliato riguardo il sentiero da seguire. E inoltre gli aveva appena parlato di messer Bruno il “poeta”, ma come mai nelle sue numerosissime chiacchierate, avute in tanto tempo, non gliene aveva mai parlato? A queste domande che gli erano comparse nella sua piccola, ma perspicace mente, Vilfrido non riusci’ a dare risposta.

Intanto la casa di colui a cui dovevano chiedere ospitalità era ormai prossima, già s’intravedeva una sagoma scura con finestre illuminate che sembravano occhi gentili nella notte pronti ad offrire un desiderato invito di accoglienza. Le tenebre erano quasi calate. Era sera. Una sera importante. Una sera che avrebbe cambiato molti destini…e non solo quelli di Vilfrido e Matthias.


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