Ecco dunque che tra i rami della fitta vegetazione iniziò ad intravedersi una costruzione bassa. Il tetto era in ardesia scura che assorbiva la luce nel crepuscolo. Da un piccolo camino usciva un filo di fumo sottile e diritto, d’altronde non c’era vento. Esso appariva però alquanto strano. Sembrava che fosse una sorta di filo che in un certo qual modo legasse quella casetta al cielo. Almeno questa fu la sensazione che ebbe il piccolo Vilfrido. Tant’è che i suoi piccoli e limpidi occhi si fissarono incantati ad ammirarlo. Era un mistero. Ma non sarebbe stato l’unico in quella dimora così particolare.
La casa sembrava quasi nascosta. Di certo la sua forma e i suoi colori la rendevano un tutt’uno con la natura circostante. Intorno il terreno era ordinato. Tutto era ben spazzato e curato, senza rovi fastidiosi ed antiestetici. Vicino all’ingresso si intravedevano vasi e piccoli cespugli fioriti, colori che si affacciavano con discrezione malgrado il buio che stava avvolgendo tutto. Vedendo quella casa che sembrava una costruzione necessaria a quella scena, ovvero come se ci fosse sempre stata, l’impressione che si avvertiva era come se il suo padrone avesse deciso di far convivere la natura con la propria dimora come se l’una fosse il complemento dell’altra e l’ altra dell’una.
Matthias si avvicinò alla robusta, spessa e segnata da venature antiche, porta di legno di quercia. Bussò tre volte utilizzando un bel maniglione di ferro scuro, freddo e pesante. Non passò molto, prima che la porta si aprisse emettendo un leggero cigolio. Apparve un uomo robusto, con la barba folta e bianca come la neve; una barba che gli conferiva un’aria amichevole e paterna. Aveva uno sguardo lucido con grossi occhi azzurri che sembravano sorridere dolcemente; e questi esprimevano con limpida chiarezza un senso di profonda letizia. L’uomo indossava un grembiule sporco di farina. “Sporco” si fa per dire, perché esso emanava un fragrante profumo che poteva senz’altro essere avvertito anche a distanza. Si trattava di quella tipica fragranza del pane appena sfornato. Un profumo che avvolge come una carezza delicata che sa affievolire qualsiasi tensione. Un profumo di pace. Un profumo di protezione. Un profumo di casa.
“Matthias!!” Esclamò l’uomo a gran voce e con un sorriso che illuminò l’incontro più della lampada che tremolava alle sue spalle. Questi continuò: “A che debbo tale bella sorpresa? Era davvero ora! Credevo che ti fossi dimenticato della strada che porta fin qui.”
“E’ più facile che mi dimentichi di vivere, piuttosto che dimenticarmi del sentiero che conduce alla tua casa, Bruno” rispose Matthias sorridendo, manifestando gratitudine e cordialità.
Il padrone di casa si voltò verso Vilfrido, il quale lo salutò con un cenno timido, stringendosi un poco nel mantello. “Questo deve essere il nipote di cui tanto mi hai parlato.” Poi si asciugò le mani sul grembiule per mettersi un po’ in ordine: “Benvenuto, ragazzo. Io sono messere Bruno. E secondo me tu devi essere molto affamato.”
Vilfrido non poté fare a meno di sorridere. Si trattava di un sorriso di contentezza e di soddisfazione perché il padrone di casa era riuscito a centrare quello che era il suo problema più importante in quel momento. Infatti il bambino aveva tanta di quella fame che avrebbe divorato ciò che può contenere una dispensa intera.
Entrarono nella casa. All’interno era ancora più accogliente che all’esterno: pareti di legno chiaro rifinite con delicati disegni di color pastello, mensole piene di vasetti contenenti una grande varietà di spezie. Sui vasetti etichette di colori diversi con scritte eleganti fatte con certosina precisione. Nella casa si sentivano una varietà di profumi. Dominante era quello di un forno al lavoro per sfornare appetitose fragranze di panificio, ma, avvicinandosi a quei tanti, anzi tantissimi, vasetti si avvertivano molti altri profumi provenienti dalla varietà di erbe e spezie utilizzate. Profumi intensi, ma gradevolissimi e per nulla fastidiosi. Nella stanza che faceva da ingresso vi era un grande tavolo fatto con robusta legna di ciliegio. Al centro vi era del pane appena uscito dal forno, si potevano infatti scorgere facilmente dei sottili fili di fumo che salivano dalla crosta. E c’erano anche delle scodelle, stranamente erano giusto tre, piene di brodo caldo perché anche di questo s’intravedeva il fumo. Vilfrido, ma dovette chiederselo probabilmente anche Matthias, rimase colpito da questa appetitosa scena che sembrava far capire che il padrone di casa attendesse quegli ospiti. Il che ovviamente non poteva essere possibile, d’altronde messere Bruno aveva manifestato una sincera sorpresa nel vederli arrivare.
Il padrone di casa fece accomodare gli ospiti e lui stesso si mise a servirli. Non si limitò a ciò che vi era già in tavola. Portò anche della zuppa di verdura, delle croccanti patatine, un arrosto cucinato ed impreziosito a puntino, dello speck le cui fette erano presentate con tale maestria da sembrare dei veli rossi lasciati cadere su una guantiera d’argento. E poi anche del formaggio fuso, di una squisitezza unica, che doveva accompagnare le patatine e l’affettato. Ovviamente per l’amico Matthias anche della spumosa birra rossa…a proposito: lo zio di Vilfrido tra le birre preferiva proprio quella rossa.
A Vilfrido piacque soprattutto il formaggio morbido, il quale era stato opportunamente riscaldato. Spalmarlo sul pane fu estremamente semplice. Il pane e il formaggio, che invadeva e riempiva i vuoti della mollica, divennero di fatto una cosa sola. Vilfrido se ne fece un’autentica scorpacciata.
Durante il pasto, Matthias e messere Bruno parlarono a lungo. Tutto però avveniva con calma, senza fretta. Anzi c’erano anche delle opportune pause di silenzio per far sì che ognuno potesse adeguatamente assaporare tutto quel ben-di-Dio. E, tanto per rimanere in tema, non si parlava di guerre né di sventure né di politica e nemmeno di poesia (cosa che sarebbe stata alquanto probabile visto che messere Bruno era un poeta), bensì si parlava di ricette. Sì, proprio così: di ricette per ben cucinare, ma anche ricette per fare conserve varie e per fare quei vasetti di spezie profumate che nella casa di messere Bruno facevano bella mostra un po’ dappertutto.
E poi parlarono della tenerezza. Si, avete capito bene, messere Bruno e Matthias parlarono della tenerezza. Vilfrido, all’inizio, non capiva. Ascoltava in silenzio; e molte volte fermava il boccone a mezza strada per poter capire meglio cosa si dicessero i due uomini.
“La tenerezza” diceva messere Bruno “è un grande mistero. Forse è il mistero più grande che sia presente nella realtà. Essa costituisce tutto, lo fonda e lo anima, gli dà vita e gli dà speranza. Non bisogna però confondersi. La tenerezza è la forza della vera vita.”
Quello dell’uomo era un parlare delicato. Inoltre si notava un’adeguata lentezza nel trattare con il massimo rispetto quei concetti. Eppure si trattava di argomenti semplici, semplicissimi, persino banali, ma i due, Matthias e messere Bruno, ne parlavano come se fossero state le questioni più importanti del mondo. Chiunque fosse stato lì presente si sarebbe meravigliato di quel discorrere così strano.
Ad un certo punto della discussione, Matthias disse: “Quando ti sento parlare in questo modo, Bruno, mi pento di aver lasciato passare giorni senza venire a trovarti”. Poi aggiunse: “Bruno, continua, continua…”
E messere Bruno non si fece pregare: “Il mondo ha voluto dimenticare questa forza. Ed è per questo che il Castello si è spento.”
Ecco il Castello ritornare. “Ma – Vilfrido pensò tra sé- avevano loro comunicato a messere Bruno la meta e l’intenzione del loro viaggio? Allora il bambino, preso da meraviglia, si girò rapidamente verso lo zio pensando che anch’egli fosse stato preso da meraviglia, ma si accorse che questi ascoltava sì, ma era anche tutto concentrato a portare il cibo alla bocca. Lo ripetiamo: Vilfrido si era meravigliato perché messere Bruno aveva accennato al Castello senza che né lui né il sottoscritto ne avessero parlato o avessero detto che proprio verso quel castello si stavano dirigendo.
Ma anche in questo caso il mistero lasciò subito la mente del bambino. D’altronde tutte quelle cose buone da mangiare facevano passare tutto il resto in second’ordine. Pensate che intanto il generoso padrone di casa aveva portato in tavola delle gustosissime graffe ripiene di crema al cioccolato bianco. Il volto di Vilfrido s’illuminò e anche di queste ne fece adeguata razzia, il suo labbro superiore pieno di granelle di zucchero ne dava inequivocabile conferma.
Ma se quel mistero di messere Bruno, che sembrava già conoscere il motivo del viaggio, aveva di fatto abbandonato la mente di Vilfrido, ciò che invece rimaneva ben presente nei pensieri del bambino era la riflessione sulla tenerezza.
Vilfrido aveva già sentito quella parola, “tenerezza”, ma aveva capito che fosse un concetto da usare per i cuccioli di animali, per le carezze della madre, per gli abbracci, ecc… Ma che questa parola potesse riguardare anche i castelli, le avventure, le imprese, i lunghi viaggi e persino i duelli e le guerre, gli sembrava molto originale e non lo avrebbe mai immaginato.
Messer Bruno guardò Vilfrido, come se avesse ben capito cosa questi stesse pensando, quindi gli disse: “Non preoccuparti se non capisci tutto ora. Avrai tempo per poter capire” e gli mise una mano sui capelli arruffandoglieli, gesto tipico per esprimere simpatia e comprensione. Poi, con un altro gesto, che sembrò racchiudere l’intero senso del suo pensiero, prese un pezzo di pane e lo spezzò a metà, porgendolo al bambino con semplicità e dolcezza, il tutto contornato da un sincero e tenero sorriso. Il bambino ebbe la chiara sensazione di qualcosa che si stesse sciogliendo dentro di sé, come se ci fosse stato una specie di nodo che non sapeva di avere. Afferrò ciò che con tanta cortesia gli aveva passato il padrone di casa. Era lo stesso pane che finora aveva gustato con la zuppa di verdura e con il cremoso formaggio, ma, portandolo alla bocca, si accorse che aveva un sapore ancora più intenso, come se fosse stato diverso e come se si fosse trasformato proprio in quel momento nelle mani di messer Bruno. Eppure diverso non poteva essere. Era un pane ancora più gustoso e ancora più tenero ed intenso. Ma ciò che era più strano e che, malgrado non fosse accompagnato dal formaggio fuso, aveva un gusto intensissimo che andava bene oltre quello del pane stesso, come se dentro ci fosse qualcosa d’invisibile. Una tenerezza come quella di quel pane non lo aveva mai gustata. Quella tenerezza Vilfrido non l’avrebbe mai dimenticata per tutta la sua vita.
Dopo cena, il padrone di casa mostrò agli ospiti i letti preparati con coperte spesse e pulite. Anche queste erano in coerenza con tutto l’ambiente perfettamente ordinato e pulito: profumavano di sapone e di lana recentemente tosata. “Riposate bene e serenamente, ragazzi miei” disse con gentilezza. Poi andò via chiudendo delicatamente la porta della stanza ove aveva fatto accomodare gli ospiti.
Vilfrido si sdraiò e, mentre il sonno lo avvolgeva lentamente, come candida neve che scende lentamente per coprire con il bianco ogni cosa, pensò che senza lo zio non avrebbe mai potuto incontrare un uomo così originale e misterioso come messere Bruno. Un uomo semplice che però dava l’impressione di conoscere ogni cosa. E inoltre pensò che forse, senza rendersi conto, aveva imparato qualcosa. Forse qualcosa che gli sarebbe servito molto prima di arrivare al Castello, come una piccola luce pronta ad accendersi al momento giusto e a dissipare ogni fastidiosa tenebra.
Malgrado la sua tenera età, non fu difficile a Vilfrido riflettere come ogni cosa che avviene, anche quella che sembra più insignificante, sia come una nota in un grande spartito, o perfino una goccia in un grande mare. Per chi non s’intende di musica, la dimenticanza di una sola nota nell’esecuzione di una musica, non vuole dire nulla, passerebbe completamente inosservata, anzi: inascoltata, ma per il fine musicista non è così. Lo stesso vale per una sola goccia in un grande mare. Agli occhi degli uomini sarebbe impossibile scorgerne l’assenza, ma per il buon Dio no. Al buon Dio non sfugge nulla, perché è Lui stesso che ha voluto che esistesse la musica grazie alle singole note e il grande mare grazie alle singole gocce.

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