COMMENTO AL CATECHISMO DI SAN PIO X (n.192)

A cura di Pierfrancesco Nardini


Domanda: Perché dobbiamo obbedire ai superiori in autorità?

Risposta: Dobbiamo obbedire ai superiori in autorità perché “non c’è potestà se non da Dio…; pertanto chi resiste alla potestà resiste all’ordinamento di Dio” (Rom 13, 1-2)


Come ben spiega San Paolo nel passo della Lettera ai Romani citato da San Pio X, ogni autorità sulla terra, e quindi ogni potestà data agli uomini viene da Dio.

Data per certa questa verità, i superiori sul lavoro, ma anche i maestri e i professori che in un certo senso ricevono una parte dell’autorità dei genitori sui figli, sono da intendere come rappresentanti di Dio. Per questo nella S. Scrittura leggiamo “ubbidite ai vostri capi e state loro sottomessi” (Eb 13, 17) e “ricorda loro di essere sottomessi alle autorità che governano” (Tb 3, 1).

Gli uomini hanno dunque il dovere di obbedire ai propri superiori, in quanto la loro autorità è permessa da Dio e sono preposti a un bene comune, da cui discende anche il bene individuale di ogni singolo membro della società, di ogni singolo lavoratore, di ogni singolo alunno.
Come recentemente ricordato sul C3S, non è però un dovere obbedire a tutti i comandi e a tutte le leggi.

Se si ha l’obbligo del rispetto dell’autorità (tanto che “il disprezzo interno dell’autorità come tale, cioè della potestà giurisdizionale (disprezzo formale) è peccato grave”, E. Jone, Compendio di teologia morale) e della fedeltà verso l’autorità legittima e dell’obbedienza alle leggi in genere, è altrettanto certo che “non è lecito ubbidire a leggi immorali di uno Stato ateo, e alla loro esecuzione si può opporre resistenza passiva” (E. Jone, op. cit.). Come nella S.Scrittura è insegnato di obbedire all’autorità, vi è anche ricordato però che, in primis, “si deve obbedire a Dio invece che agli uomini” (Ap 5, 29). Lo spiega chiaramente San Tommaso d’Aquino: “due sono i motivi per cui un suddito può non essere tenuto a ubbidire in tutto al proprio superiore. Primo, per il comando di un‘autorità più grande. Nel commentare infatti quel detto dell’Apostolo (Rm 13, 2): “quelli che si oppongono si tireranno addosso la condanna”, la Glossa (P. Lomb.) commenta: “se l‘amministratore comanda una cosa, dovrai forse farla se comanda contro gli ordini del proconsole? E se lo stesso proconsole ti comanda una cosa, mentre l‘imperatore ne comanda un‘altra, c‘è forse da dubitare che bisogna ubbidire a quest‘ultimo senza badare al primo? Se quindi l’imperatore comanda una cosa e Dio comanda il contrario, si deve ubbidire a Dio senza badare all‘imperatore”. Secondo, un suddito non è tenuto a ubbidire al superiore se questi gli comanda delle cose nelle quali non è a lui sottoposto. Seneca (De benef. 3, 20) infatti afferma: “sbaglia chi pensa che il dominio sullo schiavo abbracci tutto l‘uomo. La sua parte più nobile ne è eccettuata. Ai padroni sono sottoposti e assegnati i corpi, ma l’anima è libera”. Perciò nelle cose riguardanti i moti interiori della volontà non siamo tenuti a ubbidire agli uomini, ma soltanto a Dio. Siamo tenuti invece a ubbidire agli uomini negli atti esterni da eseguirsi col corpo. Tuttavia anche in questi atti, quanto alle cose che appartengono alla natura del corpo, come il sostentamento o la generazione della prole, un uomo non è tenuto a ubbidire ad altri uomini, ma solo a Dio, poiché quanto alla natura tutti gli uomini sono uguali” (Summa Theol., II-II, q. 104, a. 5).

Questo sgombra il campo anche da una certa interpretazione dell’obbedienza come necessaria e obbligata per qualsiasi comando, ma anche per qualsiasi cosa detta o fatta, soprattutto riguardo all’autorità ecclesiastica, che, applicata ai nostri giorni, con la gravissima crisi in atto nella Chiesa da decenni, potrebbe comportare il rischio di non obbedire a Dio, ma agli uomini.


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