Commento del Catechismo di San Pio X (n.212)

A cura di Pierfrancesco Nardini


Domanda: Cosa ci ordina il decimo comandamento?

Risposta: Il decimo comandamento ci ordina di essere giusti e moderati nel desiderio di migliorare la propria condizione e di soffrire con pazienza le strettezze e le altre miserie permesse dal Signore a nostro merito, poiché “al regno di Dio dobbiamo arrivare per via di molte tribolazioni” (Atti 14, 21)


Il decimo comandamento non si limita a proibire il desiderio disordinato dei beni altrui, ma ci ordina anche di coltivare una disposizione interiore conforme alla giustizia e alla moderazione. L’uomo, pellegrino su questa terra, è chiamato a migliorare la propria condizione in questa vita, anche per i propri doveri di stato (migliorare la qualità della vita della sua famiglia), ma sempre entro i limiti stabiliti dalla Provvidenza, con spirito di rettitudine e non dimenticando Dio.

Desiderare di migliorare la propria vita è, dunque, naturale e lecito, purché tale desiderio sia guidato dalla virtù e non dalla cupidigia. San Tommaso d’Aquino spiega che “la cupidigia è un desiderio disordinato di possedere beni temporali” (Summa Theologiae, II-II, q. 118, a. 1): questo disordine nasce quando l’uomo mette la ricchezza come fine ultimo, invece che come mezzo per compiere il bene.

Il decimo comandamento ci insegna dunque a custodire il cuore dalla brama smodata, che conduce tra l’altro all’invidia e all’insoddisfazione. Sant’Agostino ammoniva: “L’amore per le cose terrene genera inquietudine, perché si teme di perderle o di non ottenerle” (Confessioni, X, 36).

Si deve sempre tenere a mente che la vera pace non si trova nell’accumulo di ricchezze, ma nella fiducia in Dio, che dona all’uomo ciò che è necessario per la sua salvezza. Il desiderio di migliorare la propria condizione in questa vita deve dunque essere giusto, ossia non danneggiare gli altri, e moderato, ossia non diventare il centro del proprio mondo. Il rischio di un’ingiusta e smodata voglia di ricchezza è di perdere la strada per la grazia nella vita eterna, di perdere il focus sulla vita spirituale, sui diritti di Dio e del prossimo.

Il comandamento in oggetto ci chiama anche a sopportare con pazienza le difficoltà che Dio permette nella nostra vita. Il cristiano non deve ribellarsi alle prove, ma accoglierle come parte del cammino verso il Regno dei Cieli. San Paolo ci ricorda: “Abbiamo portato nulla in questo mondo e nulla possiamo portarne via” (1 Timoteo 6, 7), esortandoci a vivere con distacco e a confidare nella divina Provvidenza. “Le ricchezze sono spesso un pericolo, rendono egoisti e libertini, fanno dimenticare i doveri verso Dio” (Dragone).

Si deve anche di contro, però, avere chiaro che questo non è un discorso pauperistico contro la ricchezza in generale, come purtroppo spesso si sente, anche nell’attuale gerarchia ecclesiastica, ad esempio forzando l’interpretazione di Marco 10, 24-26. La ricchezza in sé non è vietata da Cristo e dalla Chiesa, soprattutto se conquistata con sudore, merito e onestà. Quel che è illecito e peccato è il rendere la ricchezza il vero “dio” della propria vita e, in nome di essa, commettere anche ingiustizie e disonestà. “Dio permette che siamo afflitti dalla povertà per tenerci distaccati dai beni della terra, per farci desiderare di più le vere ricchezze spirituali, la grazia e i beni celesti” (Dragone).

Le tribolazioni, per quanto pesanti, sono dunque occasioni di merito e di purificazione. I santi ce ne offrono un esempio luminoso: essi non solo hanno sopportato le prove, ma le hanno abbracciate con spirito di offerta. “Nulla ti turbi, nulla ti spaventi: tutto passa, Dio non cambia” (Santa Teresa d’Avila, Poesie spirituali). Il segreto della vera pace lo si trova nell’accettare ciò che Dio dispone, certi che Egli provvede sempre per il nostro vero bene.

Il decimo comandamento ci invita dunque a un atteggiamento di giustizia, moderazione e pazienza nelle difficoltà. Non è, attenzione, un invito alla rassegnazione passiva, ma alla fiducia attiva in Dio, che guida ogni cosa per il nostro bene eterno. Solo chi pone la propria speranza nel Signore e non nei beni del mondo può sperimentare quella pace che “sorpassa ogni intelligenza” (Fil 4, 7).


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