Rubrica a cura di Pierfrancesco Nardini
Domanda: Che cos’è il peccato?
Risposta: Il peccato è un’offesa fatta a Dio, disobbedendo alla Sua legge
San Pio X nella sua risposta è nello stesso tempo essenziale ed efficace.
A voler vedere non servirebbe, infatti, nulla di più al fedele, se non sapere che, peccando, disobbedisce alla legge divina e così offende Dio.
Approfondendo ulteriormente questo concetto, si può dire che la legge divina è stata impressa in ogni uomo con la legge naturale che indica, con quello che qualcuno chiama istinto, quali sono azioni peccaminose e quali no.
La legge divina è stata poi insegnata direttamente e esplicitamente agli uomini tramite i Dieci Comandamenti e la Rivelazione, con il Vangelo a confermare tutto.
Dio, però, ha dato agli uomini la perfetta libertà, quel libero arbitrio che li rende in grado di scegliere autonomamente come comportarsi. Essi possono quindi decidere liberamente di non seguire quanto indicato nella legge di Dio, possono addirittura anche arrivare a negare la Sua esistenza.
Il peccato è dunque “volontaria trasgressione di una legge divina” (E. Jone, Compendio di teologia morale).
È, di conseguenza, offesa a Dio perché “secondo la sua essenza è una negazione di Dio” (L. Ott, Compendio di teologia dogmatica).
Come spiegava San Tommaso , il peccato è “aversio a Deo, conversio ad creaturam”, ossia è una volontaria decisione di allontanarsi da Dio (non seguire la Sua legge) e preferire a Lui le creature (inteso non solo come uomini, ma anche come materialità della vita terrena, come anteposizione di un bene apparente e finito a Lui ). Sant’Agostino lo descriveva come “l’amore di sé che arriva fino al disprezzo di Dio” (De Civitate Dei , 14, 28).
Se è vero (ed è vero) che siamo stati creati da Dio “per conoscerLo, amarLo e servirLo in questa vita” per poi “goderLo nell’altra in Paradiso” (v. n. 13), è chiaro che il non aderire a questo comporta un’offesa a Dio, perché Lo si rifiuta, si rifiuta il Suo amore, oltre che la Sua legge.
È importante, sia chiaro, la volontarietà e la libertà della scelta da parte del fedele.
Dio, in quando Giustizia perfettissima, non potrebbe mai addossare a nessun uomo un’azione non voluta e/o non libera (per non conoscenza della gravità e/o perché costretta).
Come spiega bene lo Jone (op. cit.), gli atti umani “sono quelle azioni, che procedono dall’intelletto e dalla volontà libera” e gli elementi necessari affinché ci sia un peccato sono “a)la trasgressione di una legge, almeno di una legge ritenuta per tale; b)la cognizione della trasgressione (basta però una cognizione confusa); c)il libero consenso”.
Senza questi elementi il peccato è solo materiale e non viene dunque attribuito come colpa da Dio.
A questo punto è necessaria una riflessione relativa alla situazione attuale. Senza poter entrare (per motivi di spazio e perché non è questo il posto dove farlo) nello specifico delle dinamiche ecclesiali, si deve ricordare, e tenerlo sempre presente, la grave crisi che sta vivendo la Chiesa da decenni.
Questa crisi ha di fatto trasformato la fede cattolica, con dottrine insegnate in esatto contrasto con la vera dottrina cattolica.
Uno dei tanti gravi risultati di questa crisi è la mancanza di formazione, quella che chiamo “analfabetismo cattolico”. Tra le mancanze che questo comporta c’è la non conoscenza del peccato, di cosa esso sia, della sua reale esistenza, della sua gravità, della gravità delle sue conseguenze.
Troppo spesso capita di imbattersi in interlocutori che, esplicitamente o meno, palesano di non capire il peccato o, addirittura, di non crederci.
La perdita di senso del peccato nella nostra vita è quindi come detto in altra sede il più grave dei problemi.
Sforziamoci ogni giorno di ricordare l’Amore di Dio per noi, come sprone e forza per resistere alle tentazioni, sfruttando l’aiuto che sempre ci dà la Vergine Ss.ma, Regina dello Splendore.
Dio è Verità, Bontà e Bellezza
Il Cammino dei Tre Sentieri
Buongiorno. Ho letto con molto interesse questa riflessione sul Catechismo di San Pio X e, in particolare, sul tema del libero arbitrio e della perdita del senso del peccato nella società contemporanea. L’autore menziona giustamente come l’allontanamento volontario da Dio porti l’uomo a preferire le realtà materiali e a sviluppare forme di dipendenza dalle passioni terrene. A questo proposito, stavo approfondendo come alcune problematiche moderne, come la dipendenza dal gioco d’azzardo che affligge molte persone, possano essere lette in chiave teologica come una perdita di autocontrollo e una “conversio ad creaturam”. Esistono linee guida etiche o pastorali specifiche della Chiesa per aiutare i fedeli a riconoscere questi comportamenti a rischio, simili ai criteri di monitoraggio di cui si parla a livello civile e tecnico su siti come https://guiadebetssonargentina.com/juego-responsable , per ritrovare la strada della virtù e della libertà spirituale di fronte a queste nuove tentazioni concrete?
Risponde Pierfrancesco Nardini: La dipendenza dal gioco e la perdita della libertà cristiana
La riflessione contenuta nel Catechismo di San Pio X sul libero arbitrio aiuta a comprendere anche molte schiavitù moderne. Tra queste vi è certamente la dipendenza dal gioco d’azzardo, un fenomeno sempre più diffuso e spesso sottovalutato.
La dottrina cattolica insegna che Dio ha creato l’uomo libero affinchè possa scegliere il bene e meritare il Cielo. Tuttavia, quando l’uomo si allontana volontariamente da Dio e orienta il proprio cuore verso le creature, rischia di perdere progressivamente il dominio di sé. È ciò che i teologi definiscono conversio ad creaturam: l’attaccamento disordinato a beni terreni che finiscono per occupare il posto che spetta al Creatore.
In questa prospettiva, il problema non è soltanto il gioco in sé. Questo, infatti, è una parte importante nella vita degli uomini, permette lo svago, il riposo mentale e fisico, l’interazione con i figli, ecc…
Il vero pericolo nasce quando esso diventa una passione dominante, capace di assorbire pensieri, tempo, affetti e risorse economiche. In quel momento la persona non agisce più con piena libertà, ma si lascia trascinare da un desiderio che tende a diventare sempre più forte. Anche più forte dell’amore verso Dio.
Il gioco diventa un problema nel momento in cui diventa un idolo.
San Tommaso d’Aquino insegna che “la virtù rende buono colui che la possiede e rende buona la sua opera” (Summa Theol., I-II, q. 55, a. 3).
La virtù della temperanza serve proprio a questo: mantenere ordinate le passioni e impedire che prendano il controllo della volontà.
San Pio X, nel suo Catechismo, ricorda che il peccato mortale produce nell’anima effetti devastanti, poiché la priva della grazia di Dio e la allontana dal suo fine ultimo. Per questo motivo il cristiano deve vigilare non soltanto sui peccati già commessi, ma anche sulle occasioni che possono favorirli.
Nella tradizione cattolica esistono alcuni segnali che aiutano a riconoscere quando un comportamento sta diventando pericoloso:
-quando si trascura la preghiera;
-quando vengono meno i doveri verso la famiglia;
-quando si sperperano beni necessari;
-quando il pensiero torna continuamente a quella determinata attività;
-quando si perde la pace dell’anima;
-quando diventa difficile rinunciare anche per breve tempo.
Nostro Signore ammoniva che “chiunque commette il peccato è schiavo del peccato” (Gv 8, 34).
Per questo la Chiesa ha sempre insegnato che la vera libertà non consiste nel fare ciò che si vuole, ma nel saper scegliere il bene.
Una persona può sentirsi libera mentre segue le proprie passioni, ma in realtà può essere già diventata schiava di esse.
Sant’Agostino descrive questa dinamica con parole molto profonde e significative: “la mia volontà perversa generò la passione; servendo alla passione, contrassi l’abitudine; e non resistendo all’abitudine, nacque la necessità” (Confessioni, VIII, 5, 10).
Ecco perché la soluzione proposta dalla Chiesa non è soltanto psicologica o sociale. Occorre anzitutto recuperare la vita di grazia, e questo lo si ottiene con i rimedi da sempre consigliati da Papi e santi: frequentazione della Messa, confessione frequente, preghiera quotidiana, pratica delle virtù e fuga dalle occasioni di peccato.
Solo chi ritorna a Dio ritrova pienamente se stesso. La vera libertà cristiana non consiste nel seguire ogni desiderio, ma nel poter dire di no a ciò che ci allontana dal nostro fine ultimo: la salvezza eterna.