La Tappa – La bellezza di vivere il Cielo “nella” terra

Le Tappe sono scritti più lunghi che vengono offerti periodicamente a seconda di un tema che si lega al tempo liturgico o ad altre occasioni. Ogni tappa è formata da passaggi numerati.   

(69 passaggi) 

1

Tra i santi che la Chiesa ci invita a ricordare nel mese di aprile vi è Bernadette Sobirous, la giovane veggente di Lourdes. Ella infatti morì il 16 aprile del 1879.

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La Tappa apre con una frase che è diventata famosa e che è legata alla vita di questa Santa. L’Immacolata rivolse alla fanciulla del piccolo paese dei Pirenei queste parole: “Non ti prometto la felicità quaggiù, ma in Cielo”.

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Dobbiamo allora porci tre domande. La prima: perché la felicità non può realizzarsi pienamente sulla terra (Non ti prometto la felicità quaggiù)? La seconda: perché la felicità può realizzarsi pienamente solo in Cielo (…ma in Cielo)? La terza: come si può “anticipare” il Cielo già su questa terra?

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Partiamo da “… non ti prometto la felicità quaggiù …” Cioè dal perché la felicità non può realizzarsi pienamente sulla terra.

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L’uomo è fatto per la felicità. La invoca. L’uomo tende a realizzare pienamente se stesso con “soddisfazione”.

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L’uomo non vive solo nella dimensione dell’essere ma anche dell’esistenza. L’uomo non solo vive ma sa di vivere. In questo “saper di vivere” l’uomo si pone la questione del senso: Perché vivo? Perché sono qui ora? Perché devo soffrire? Perché devo morire?

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Solo l’uomo sa gioire e sa intristirsi. L’animale – come essere senziente – può sperimentare il piacere, ma solo l’uomo ricerca e può sperimentare la felicità.

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Il celebre scrittore russo Nikolaj Gogol (1809-1852), nel suo racconto Il naso, scrive: “Di lunga durata non c’è nulla al mondo, e anche la gioia, nell’istante che tien dietro al primo, non è già più tanto viva; al terzo istante diventa ancora più debole, e infine insensibilmente si fonde col nostro stato d’animo abituale, come sull’acqua il cerchio prodotto dalla caduta d’un sasso si confonde infine con la liscia superficie”

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L’animale, quando sperimenta un piacere non si fa prendere da nessuna preoccupazione. Gode e basta. Non è così per l’uomo, il quale, quando sperimenta una cosa bella, porta in questa esperienza tutto se stesso e quindi anche la piena consapevolezza del proprio esistere e del proprio morire.

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Il fine primario dell’uomo non è il conseguimento della propria felicità, ma la gloria di Dio. Ma è pur vero che, glorificando Dio, l’uomo consegue la vera ed unica felicità.

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Ebbene, la felicità piena non è realizzabile in questa terra e non è realizzabile da questa terra, cioè come esito di questa terra.

La felicità piena non è realizzabile in questa terra

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La terra è la dimensione della fragilità e del dolore. L’unica felicità possibile su questa terra non è alternativa alla sofferenza ma alla disperazione, perché la sofferenza è ineliminabile.

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Concepire una vita senza la Croce è un’illusione, è una pura fantasia, è un’alienazione. Da qui l’astrattezza e la fallimentare inconsistenza di un Cristianesimo che voglia fare a meno della Croce, come se se ne vergognasse.

La felicità piena non è realizzabile da questa terra

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La terra è il tesoro dell’inconsistenza. Non c’è nulla nella e sulla terra che possa –da solo- sublimarsi nell’eterno.

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Miguel Manara, protagonista dell’omonimo dramma dello scrittore di origine lituano Oscar Vladislas de Lubicz Milosz (1877-1939), così dice prima della sua conversione: “Una bellezza nuova, un nuovo dolore, un nuovo bene di cui presto ci si sazi, per meglio assaporare il vino di un male nuovo, una nuova vita, un infinito di vite nuove, ecco quello di cui ho bisogno, signori: semplicemente questo, e nulla di più”.

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Insomma, l’uomo aspira a raggiungere qualcosa che lo possa adeguatamente “saziare”, cioè qualcosa che vada a soddisfare pienamente le sue attese, le sue aspirazioni, i suoi desideri.

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L’uomo, infatti, porta dentro di sé una domanda che è infinitamente superiore a se stesso, in quanto è domanda di assoluto, cioè di infinito. Facciamo questo esempio. Torniamo a casa ad ora di pranzo. Ovviamente siamo molto affamati, non abbiamo avuto possibilità di sgranocchiare uno snack e inoltre la mattinata è stata alquanto faticosa. Ci sediamo a tavola e ci aspettiamo un bel piatto di maccheroni con la “giusta curvatura”. Ma non è così. Chi solitamente ci prepara il pranzo ci pone dinanzi un piatto con una misera foglia d’insalata … per giunta scondita. E’ prevedibile che ci rimaniamo male. C’è qualcosa che non va. Patiamo una sproporzione tra la grandezza della domanda (la fame) e la piccolezza della risposta (una misera e scondita foglia d’insalata).

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Questo esempio è sul piano dell’alimentazione, ma possiamo utilizzarlo per capire cosa capita all’uomo quando pretende soddisfare la sua vita con realtà finite. Anche in questo caso si genera una sproporzione. Anzi, si genera una sproporzione molto maggiore: tra la domanda d’infinito e la piccola, misera risposta che offre il finito e il limitato.

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La poetica di Leopardi è “poetica dell’attesa”. Anche il poeta recanatese afferma la stessa cosa: fin quando l’uomo non raggiunge ciò che si prefigge di raggiungere, può illudersi che ciò che desidera riuscirà a soddisfarlo; ma poi, una volta riuscito nell’intento, ecco la delusione! Nessuna aspirazione umana e terrena può colmare adeguatamente il suo desiderio. Poesie come Il sabato del villaggio e L’infinito dicono proprio questo. La prima fa capire quanto solo l’attesa possa illudere in un possibile raggiungimento della felicità; la seconda che solo l’infinito può colmare questo desiderio.

La felicità piena può realizzarsi solo in Cielo

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Veniamo adesso alla seconda parte della frase dell’Immacolata a santa Bernadette: “… ma in Cielo” 

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L’unica felicità possibile è solo in Dio, cioè vivendo in Dio. Cosa è il Cielo se non la conquista di Dio?

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Già Aristotele (…) nell’Etica a Nicomaco scrive: “La felicità è qualcosa di divino ed è impossibile all’uomo (…).”

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C’è un interessante aneddoto che sant’Alfonso Maria dè Liguori (1697-1787) narra nel suo L’uniformità alla volontà di Dio. Si tratta di un fatto che sarebbe toccato a padre Giovanni Taulero, italianizzazione di Johannes Tauler, il famoso mistico tedesco del XIV secolo: Si narra che il padre Taulero pregava continuamente il Signore di mandargli un grande maestro di spiritualità che potesse insegnargli la via della perfezione. Un giorno udì una voce che gli diceva di recarsi in una determinata chiesa perché lì avrebbe incontrato chi desiderava. Padre Taulero si mise in cammino e arrivò a destinazione, ma, meraviglia, invece di incontrare un dotto teologo, un professore di chissà quale università teologica, incontrò un misero mendicante che chiedeva l’elemosina dinanzi alla porta della chiesa. Il povero, quasi come se lo attendesse da tempo, lo salutò e gli disse: “Maestro, io non ricordo mai di aver avuto un giorno cattivo.” Il Taulero allora gli augurò di avere una vita felice, ma il mendicante obiettò: “Ma io non sono mai stato infelice. Io non ho mai avuto un giorno cattivo, perché quando ho fame, lodo Dio; quando nevica o piove, lo benedico; se qualcuno mi disprezza, mi scaccia o se provo altra miseria, ne do sempre gloria a Dio. Ho detto poi che non sono stato infelice, poiché sono abituato a volere tutto ciò che vuole Dio, senza riserve; perciò tutto quello che mi capita di dolce o di amaro, lo ricevo dalla sua mano con allegria, come il meglio per me, e questa è la mia felicità.”

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Queste parole, dette così, possono lasciarci un po’ perplessi, nel senso che, se è vero che bisogna conformarsi alla volontà di Dio, è pur vero che l’uomo non può fatalisticamente annullare la propria volontà.

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Potremmo chiederci: che differenza c’è tra queste parole e ciò che afferma la spiritualità delle religioni orientali? Il Buddismo dice che l’uomo deve raggiungere il nirvana (che è il nulla) attraverso l’anatta (la convinzione che il proprio io non esiste e che è solo un’illusione). Il Taoismo, poi, dice che l’uomo deve assecondare i ritmi del Tao (ciò che accade) attraverso il principio del wu-wei (la non-azione).

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E invece quello che dice il mendicante al padre Taulero è proprio l’opposto di tutto questo. Chiariamo. Le religioni orientali dicono che bisogna assecondare ciò che accade, perché tutto è positivo in quanto tutto è divino. Dal momento che anche l’uomo è divino, l’assecondamento diventa l’uomo che trova la salvezza in se stesso, essendo il divino e l’uomo la stessa cosa. Il cristianesimo, invece, è su un piano completamente diverso; esso dice che l’uomo raggiunge la sua felicità non in se stesso ma incontrando Dio, che non è un’atmosfera indefinibile ma è persona!

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E che il mendicante indichi questo è testimoniato da come prosegue il racconto: “Il Taulero allora obiettò: “E se Dio vi volesse dannato, voi che direste? Il mendicante rispose: “Se Dio volesse questo, con umiltà e amore mi abbraccerei al mio Signore e lo terrei stretto così forte che, se Lui volesse precipitarmi all’inferno, sarebbe costretto a venire con me, così allora mi sembrerebbe più dolce essere con lui all’inferno che possedere senza di lui tutte le delizie del Cielo”. 

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Certamente paradossale…ma bello! Il mendicante precisa che la felicità è nell’incontro con Dio, che è altro da sé. Tanto questa felicità è in Dio, che l’inferno con Dio (anche se va detto che nell’inferno c’è comunque la presenza di Dio, ma questa è un’altra questione) diventerebbe un paradiso e il paradiso, senza Dio, un inferno. Nel nirvana invece non c’è Dio perché non c’è nulla, è un vuoto; e infatti Buddha non lo descrive proprio per questo.

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Leggiamo la conclusione del racconto: “Il Taulero, allora, gli domandò che cosa l’aveva condotto a tanta perfezione. Il mendicante rispose: “E’ stato il silenzio. Tacere con gli uomini per parlare con Dio; è l’unione che ho tenuto con il mio Signore, in cui ho trovato e trovo la mia pace.”

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E sant’Alfonso conclude: quel mendicante fu certamente, pur nella sua povertà, più ricco di tutti i monarchi della terra, e nei suoi patimenti più felice di tutti i “gaudenti” con le loro delizie terrene.

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San Pio da Pietrelcina (1887-1968) amava dire: “Chi ha Dio, ha tutto.” 

Come si può “anticipare” il Cielo su questa terra? 

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Adesso poniamoci il terzo interrogativo: c’è la possibilità di ricevere un’anticipazione del Cielo su questa terra?

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La risposta è ovviamente affermativa a patto però che vengano vissute tre dimensioni: la vita di grazia, la centralità della Croce, l’esperienza del pellegrinaggio. 

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La Vita di Grazia è l’Infinito dimora nel finito. La Vita di Grazia è vivere la Vita di Dio.

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Scrive santa Teresa d’Avila (1515-1582) ne Il Cammino di perfezione:  “Immaginiamoci che, dentro di noi, ci sia un palazzo di una ricchezza immensa, costruito con oro e pietre preziose, dunque degno del Padrone a cui appartiene. Poi ditevi, sorelle mie, che la bellezza di tale edificio dipende anche da voi. Infatti, c’è forse edificio più bello di un’anima pura e piena di virtù? Quanto più le gemme sono grandi, tanto più risplendono. Infine, pensate che in questo palazzo abita il grande Re che si è degnato di farsi nostro Padre; siede su un trono preziosissimo, che è il vostro cuore… Forse riderete di me, e direte che questo è evidente, e avrete ragione. Eppure questo per me è stato oscuro per un certo tempo. Avevo capito che avevo un’anima, però la stima che meritava quest’anima, la dignità di colui che vi abitava, non lo avevo capito. (…) Se io avessi capito, come oggi, quale grande Re abitava in quel piccolo palazzo della mia anima, non l’avrei lasciato da solo così spesso; sarei rimasta di tanto in tanto accanto a lui, e avrei fatto il necessario affinché il palazzo fosse meno sporco. Quanto è mirabile pensare che colui la cui grandezza potrebbe riempire mille mondi e anche molto di più, si rinchiude così in una così piccola dimora.”

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La centralità della Croce. Senza la Croce, il Cristianesimo non si capisce. Non ha senso.

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Si è dimenticata la Croce perché questa richiama una verità che un certo cristianesimo contemporaneo, conforme al mondo, non vuole accettare, e cioè che Dio è assoluta perfezione e, nella sua assoluta perfezione, è Logos. Dio è infinita misericordia ma anche infinita giustizia.

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Dio non può patire la contraddizione, per cui non possiamo dire che Egli è misericordioso e non-misericordioso o che è giusto e non-giusto. Ma può avere l’apparente contrarietà, da qui l’inconfutabile verità che Dio è infinitamente misericordioso ma anche infinitamente giusto… e che la giustizia di Dio vada compensata.

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La contraddizione piuttosto sta nel fatto che chi vuol dimenticare la dimensione della “sofferenza vicaria” –che è costitutiva del Cristianesimo- per evitare di parlare troppo della giustizia e del rigore di Dio, non si accorge che, proprio dimenticando la Croce, il Dio cristiano diventa paradossalmente “cattivo” … perché, se non c’è la Croce, come si fa a capire il perché Dio permetta che muoia l’innocente e che il cattivo viva? Come si fa a capire il perché Dio permetta che soffra un bambino e che il malvagio goda? Nulla avrebbe più senso.

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La Chiesa degli ultimi decenni non solo si è vergognata di Cristo, si è vergognata anche della Croce.

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La prospettiva del pellegrinaggio. Il beato Guerrico d’Igny (circa 1080-1157), abate cistercense, così scrive nei suoi Discorsi per l’Avvento: “‘Preparate le vie del Signore’. Fratelli, anche se siete molto avanzati in questa via, vi resta sempre da prepararla, affinché, dal punto al quale siete giunti, andiate sempre avanti, sempre tesi verso ciò che è al di là. Così, ad ogni passo che fate, essendo preparata la strada per la sua venuta, il Signore vi verrà incontro, sempre nuovo, sempre più grande.

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Queste parole del beato Guerrico d’Igny dicono che la vita è un cammino, è un pellegrinaggio.

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L’esperienza del pellegrinaggio evita due errori strutturali della nostra epoca.

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Il primo è l’errore secondo cui la verità sarebbe introvabile. Il pellegrinaggio è un andare verso la méta, dove la méta c’è, è presente. Ancora non è raggiunta, ma è lì che attende.

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Si tratta, dunque, di un’esperienza agli antipodi dello scetticismo e del nichilismo a cui inevitabilmente approda il pensiero moderno. Il pellegrinaggio non è una ricerca dove non si sa se si troverà ciò che si vuole ricercare, ma un viaggio verso una destinazione ben precisa.

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Il secondo errore è quello secondo cui l’uomo possa trovare risposta al mistero della sua vita solo nell’esistere del presente. L’esperienza del pellegrinaggio, invece, riconduce ad un’altra prospettiva: la risposta non sta nel “qui ed ora”, bensì nel “dopo”.

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Il pellegrinaggio ricorda all’uomo che egli è fatto per l’eternità, e che se non orienta la sua vita verso l’eterno non può capire nulla di se stesso.

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Il pellegrinaggio ricorda all’uomo che per capire il presente deve andare oltre, che per capire la terra deva guardare il cielo, che per capire il tempo deve indirizzarsi verso l’eternità. L’esperienza del pellegrinaggio è strutturata e fondata sulla priorità dell’essere rispetto all’azione, sulla verità rispetto alla ricerca.

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Insomma, la possibilità di vivere il Cielo già su questa terra sta nella compenetrazione; che è una delle tante bellezze del Cristianesimo: la compenetrazione tra Cielo e terra.

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Il Cristianesimo non è solo Cielo né solo terra, ma è la terra che trova significato nel Cielo e il Cielo che diventa compimento logico e necessario della terra.

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Ne è sintesi l’espressione dell’Immacolata a santa Bernadette: “… non ti prometto la felicità quaggiù, ma in Cielo.”

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C’è un famoso dipinto del Correggio (1489-1534) (pseudonimo di Antonio Allegri), esposto nel Museo Staatliche Kunstsammlungen di Dresda, che esprime un’immagine interessante. Il quadro è intitolato Natività notturna e ovviamente descrive la Nascita di Gesù.

La particolarità di questo dipinto è la luce che emana Gesù Bambino. Una luce abbagliante, folgorante, quasi impossibile a fissarla tanto è intensa.

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Ci sono diversi personaggi rappresentati, ma due colpiscono particolarmente.

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Il primo personaggio è la Vergine che abbraccia il Bambino e gli sorride. La luce intensissima illumina il volto dell’Immacolata ed Ella riesce facilmente a sopportare il bagliore.

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Il secondo personaggio è, invece, una donna (forse una delle ancelle che aiutarono la Madonna) che vorrebbe guardare il Bambino ma non riesce a resistere alla luce. Si nota quasi un movimento, malgrado la ovvia fissità dell’immagine: una mano cerca di proteggere gli occhi senza impedire totalmente la vista, solo per appannare la luce. Ma è un movimento non risolutivo. La donna vuole guardare ma non riesce totalmente perché la luce abbagliante glielo impedisce. La Vergine no. La Vergine non avverte nessun fastidio a farsi avvolgere da quel chiarore, che per Lei è solo luce armoniosa e non bagliore accecante.

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I due personaggi sono emblematici di due possibili posizioni. La Vergine non avverte fastidio per quella luce intensissima perché è capace di cogliere la presenza del divino nella vita, perché vive di questa Presenza. La donna, invece, è impreparata e pertanto non riesce a reggere a quella luce.

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La Vergine è la natura consapevole di trovare la sua ragione solo nel soprannaturale; la donna è la natura che pensava di poter essere ragione di se stessa e risulta impreparata all’irrompere del divino.

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La Vergine è la terra che si apre al Cielo; la donna sconosciuta è la terra che pensava di non aver bisogno del Cielo, che non lo attendeva, che non era abituata a pensare ad esso.

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E’ come quando ci si sveglia la mattina. Se si pretende di fissare immediatamente la luce, non ci si riesce perché gli occhi sono impreparati in quanto le pupille, ancora dilatate, non possono reggere il chiarore. Bisogna attendere che il processo ottico abbia il suo corso perché gli occhi possano nuovamente accogliere la luminosità.

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Il mondo che si preclude il soprannaturale è un mondo avvolto nelle tenebre, che, allorquando irrompe la luce, è impreparato ad accoglierla.

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Il mondo che concepisce la compenetrazione tra naturale e soprannaturale è invece un mondo che può contemplare la luce intensissima del divino.

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Ma torniamo alla felicità. La felicità piena sarà nel Paradiso. Ma già ora –se si vive la compenetrazione tra naturale e soprannaturale che è nei tre elementi indicati prima- si può gustare un anticipo di questa felicità: che è la letizia, la gioia cristiana.

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Veniamo ad una questione fondamentale: questa prospettiva, questo “cuore” del Cristianesimo significato dalla frase dell’Immacolata a santa Bernadette: “… non ti prometto la felicità quaggiù, ma nel Cielo” fino a che punto è oggi presente?

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La risposta non può che essere sconfortante. E lo è perché si è voluto moncare la Verità Cattolica, la si è voluta “mondanizzare”, cioè renderla conforme al mondo.

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Dunque, bisogna recuperare la Verità Cattolica nella sua integrità, e quindi nella sua costitutiva bellezza. Questo è il motivo per cui è nato Il Cammino dei Tre Sentieri.

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E su questo punto bisogna resistere e perseverare.

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E per resistere e perseverare bisogna che siamo contemplativi in azione.

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Dobbiamo agire, ma fondare la nostra azione sulla preghiera, tenendo lo sguardo fisso su Dio … Vivere la terra mirando il Cielo.

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Perché, per capire la terra, bisogna contemplare il Cielo!

Dio è Verità, Bontà e Bellezza

Il Cammino dei Tre Sentieri

 


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1 Comment on "La Tappa – La bellezza di vivere il Cielo “nella” terra"

  1. Grazie mille, sempre illuminante.

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