Nella Valle dove regnava l’assenza, non tutto scontava il fallimento della sconfitta.
D’altronde c’è sempre la speranza. Una piantina che sta per morire, con i contorni delle foglie ormai ingiallite, ricevendo un po’ d’acqua da chi non passa indifferente dinanzi alla sua prossima fine, torna lentamente a rigenerarsi e sembra fare di quel gesto banale l’occasione per sconfiggere il nulla e così offrire ancora la bellezza di nuovi e più sgargianti fiori.
D’altronde sono spesso delle semplici occasioni che possono cambiare il corso della storia, anche di quella storia così grande che sembra sovrastare troppo eminentemente qualsiasi destino personale.
I fiumi scorrono lentamente e sembrano che il loro scorrere sia del tutto scontato e senza significato e valore, eppure in quella lentezza c’è l’acqua che penetra nel terreno circostante generando ciò che serve perché tante storie individuali. Queste storie si alimentano dei frutti di quel terreno, e così possono vivere, pensare, coltivare i propri affetti.
Ecco che la banalità diventa vita. La banalità diventa storia. La banalità diventa destino. E, diventando tutto questo, la banalità cessa di esistere. Anzi ci si accorge che la banalità non può esistere, perché ogni fatto, ogni gesto, ogni respiro non è mai senza effetti, ma è sempre dentro un ricamo più grande che Qualcuno ha da tempo predisposto.
Ed è questa scoperta che sconfigge ogni solitudine, che rende non credibile l’assurdità, e che invece rende chiaro che c’è un sentiero da seguire.
Torniamo adesso alla storia.
In una fattoria contornata da un prato pieno di splendenti margherite, che ondeggiavano lievemente come spuma del mare, un bambino di nome Vilfrido stava rileggendo uno grosso libro regalatogli dallo zio Matthyas. Il bambino era sdraiato sull’erba beneficiando di una gradevole frescura, che saliva dal terreno umido e profumava di terra e fiori, in un giorno in cui il sole era ancora caldo, eppure si era già agli inizi dell’autunno quando l’aria inizia a cambiare e le ombre si fanno più lunghe per la diversa angolazione del sole.
Si trattava di un libro che narrava di un Castello non lontano che aveva perso il suo splendore.
Nel libro erano descritte immagini che adesso non sapremmo ripetere. Immagini fatte di luce, di colori e di tante sensazioni.
D’altronde, caro lettore, potrai facilmente capirmi: come si fanno a descrivere quelle sensazioni così profonde che può sperimentare un bambino? Riuscirebbe difficile perché non si è bambini, ma riuscirebbe difficile anche perché cambia con l’età la capacità di stupirsi. Sarà accaduto a molti di ritornare da adulti in un luogo dell’infanzia. Il ricordo rendeva quel luogo enorme, misterioso, affascinante; e poi si scopre che quello stesso luogo, visto dopo tanti anni, cioè da adulti, non era né enorme, né misterioso, né poi tanto affascinante. Sono cambiati gli occhi; ed è cambiato il cuore.
Ma torniamo al grosso libro che stava leggendo Vilfrido.
Il bambino non resistette a quelle descrizioni e subito immaginò se stesso impegnato a scoprire cosa fosse accaduto; e più s’immaginava dentro l’avventura, più il cuore gli batteva forte.
La mamma quella mattina gli aveva preparato un buon dolce: una crostata ai frutti di bosco raccolti proprio nei pressi bosco della casa. Al palato si avvertiva intatto il profumo delle foglie degli alberi di quel bosco e perfino della loro rugiada. Vilfrido gustava quel dolce con soddisfazione. Ogni tanto mandava giù un po’ di latte caldo e schiumoso che gli lasciava un sottile baffo bianco sopra il labbro.
Ovviamente la sua mente era tutta concentrata su ciò che stava leggendo. Il buon sapore della fragrante crostata, accompagnata dal dolcissimo e cremoso latte, lo spingevano ancora più a fantasticare.
Pian piano la sua fantasia fu conquistata dall’idea che davvero sarebbe stato possibile ritrovarsi fisicamente dentro ciò che stava leggendo. Già si pensava capace di raggiungere davvero il Castello per ridonargli l’antico splendore; e così divenne altrettanto facile per lui immaginarsi già eroe, senza esserlo, di immaginarsi il risolutore di quella questione.
Dunque, Vilfrido aveva circa dieci anni quando il Castello splendente entrò nella sua vita. Malgrado l’immaturità, anzi forse proprio per l’immaturità di un bambino, si accorse che quel pensiero così bello e avventuroso non se ne sarebbe mai andato dalla sua mente, che ormai sarebbe stato il suo destino.
Vilfrido non era un bambino particolarmente vivace né particolarmente studioso. Ai libri preferiva le corse e la capriole sui prati. Come si sentiva contento quando rotolava giù per la discesa con la frescura dell’erba che lo accarezzava dalla testa ai piedi, oppure prendere il suo retino per andare a caccia di farfalle e, più queste erano colorate, più si sentiva soddisfatto come se fosse stato un grande cacciatore. Per non parlare del suo desiderio di disturbare le caprette. Si divertiva a spaventarle e loro scappavano lontano tutte timorose.
Vilfrido era certamente un bambino curioso. Una curiosità da bambino, ovviamente, ma anche una curiosità particolare, profonda e tranquilla, tranquilla come quelle fiamme che bruciano senza fare rumore, come quelle fiamme costanti, silenziose, ma difficili da spegnere. Insomma, era una curiosità vera.
Vilfrido viveva con i genitori.
Suo padre faceva il taglialegna. Era un uomo forte, serio e rigoroso, ma anche gentile e delicato. Questi era capace di sollevare tronchi enormi, ma quando parlava, lo faceva sempre sottovoce. D’altronde non gli serviva alzare la voce, bastava uno sguardo e i suoi rimproveri raggiungevano l’obiettivo.
Sua madre, oltre a governare la casa e a saper cucinare superlativamente (le crostate ai frutti di bosco non erano gli unici dolci gustosissimi che sapesse fare) era abilissima ad intrecciare cesti. Aveva una manualità eccezionale: le sue dita scorrevano veloci e pazienti. Aveva anche una bella voce, una voce dolce, una voce che rasserenava. I suoi canti adornavano la casa e la rendevano piena e graziosa più di quanto potessero fare mobili e suppellettili. I suoi canti, poi, erano ad orario. Ve ne era uno per il risveglio. Uno per la merenda mattutina. Uno per il pranzo. Uno per la merenda pomeridiana. Uno per la cena. Ed uno soprattutto (era quello più bello e dolce) per il riposo notturno. Un canto davvero infallibile. Lo si ascoltava e dopo poco il sonno colpiva. E colpiva non solo Vilfrido: anche il marito si addormentava immediatamente e il suo rumoroso russare ne dava sicura conferma.
La vita di Vilfrido trascorreva dunque serena. Tante esplorazioni tra i sentieri del bosco, tra radici, muschio e improvvise aperture di luce quando si diradavano gli alberi. Qualche marachella che era giusto non mancasse, per esempio tornare a casa con i vestiti infangati dopo che la mamma si era raccomandata di non rotolarsi nell’erba per evitare di dover fare il bucato continuamente. E inoltre domande più grandi lui che rivolgeva ai genitori dinanzi al caminetto nelle lunghe e fredde serate invernali. Domande difficili che inorgoglivano il papà e la mamma perché segno di prematura intelligenza, ma che li mettevano in difficoltà possedendo costoro una cultura molto semplice ed elementare.
Torniamo al libro che Vilfrido stava leggendo.
Come ne era entrato in possesso? Il giorno del suo compleanno ricevette la visita dello zio Matthias. Questi compariva di rado. Preferiva rimanere solo nella sua casa isolata non molto lontana. Era un uomo che parlava poco e soprattutto che a Vilfrido esprimeva una sensazione particolare: sembrava che arrivasse da un altro tempo, da un tempo molto antico. Anche il suo modo di vestire era abbastanza desueto, molto semplice, ma non affatto trasandato. Un vestire che gli conferiva un’aria tendenzialmente aristocratica, anche se aristocratico l’uomo non era affatto, trattandosi di un umile contadino. Forse sarà stato anche per la sua corporatura e il suo aspetto: un’importante altezza, era poco sotto i cinquant’anni di età, capelli folti spruzzati di argento e occhi profondi che sicuramente (almeno nell’inesauribile fantasia di Vilfrido) avevano visto chissà quante cose.
Come già detto, era un uomo taciturno. Uno di quei tipi a cui non serve parlare se non comunicare con lo sguardo, uno sguardo capace di dire molto senza dire nulla. A vederlo (sempre nell’inesauribile fantasia di Vilfrido) dava l’idea di una specie di quercia secolare che nessun vento, anche il più impetuoso, avrebbe potuto sradicare. Una quercia forte, solida e paziente.
Quel giorno -era il compleanno di Vilfrido- lo zio portò con sé un pacchetto avvolto in carta spessa e legata con spago annodato con cura. Taciturno com’era, diede il pacco al nipote senza pronunciare parola. Piuttosto si notava facilmente che il suo fu un atteggiamento particolare: come chi avesse dovuto consegnare qualcosa che però non gli apparteneva e che finalmente avrebbe potuto trovare il suo vero proprietario. L’uomo si limitò a dire: “È per te”. E gli consegnò il pacco.
Il volto di Vilfrido s’illuminò. Afferrò il pacco ed iniziò a sciogliere freneticamente lo spago. Scartato il tutto, scoprì un libro che però non era nuovo, ma alquanto sgualcito. Le pagine erano ingiallite e leggermente ondulate. Si notava facilmente quanto fosse antico e consunto, con gli angoli arrotondati da tempo. Il libro aveva una bella copertina di un bel blu notte, con le lettere del titolo un po’ cancellate dal tempo ma di un bell’oro luccicante, le quali, sullo sfondo blu, risaltavano meravigliosamente come piccole stelle su un cielo scuro. Il titolo recitava: “Cronache del Castello Splendente”.
“È un libro molto antico” disse lo zio passandosi una mano sulla barba, con un gesto lento e pensieroso. L’uomo riprese: “Apparteneva a tuo nonno. Credo che adesso debba essere tu a leggerlo”.
Quella sera stessa Vilfrido iniziò a leggere il libro. Si mise vicino al fuoco del caminetto. Si era agli inizi dell’autunno e da quelle parti le sere in quel periodo dell’anno già erano abbastanza fredde. Insomma, l’atmosfera era quella giusta. Ormai erano calate le tenebre e tutto invitava alla lettura e ad immergersi nella fantasia. Nel libro si narrava di un castello che brillava dal basso di una luce intensissima e bellissima, capace di togliere il fiato, senza però che tale luce causasse fastidio agli occhi. Si trattava di una sorta di “alba” che non finiva mai. Infatti era proprio scritto così nel libro: “…alba senza mai fine“.
Il libro poi, dopo essersi adeguatamente dilungato su tutti gli effetti positivi che generava un simile splendore, raccontava che un giorno improvvisamente quella Bellezza scomparve, senza che se ne fosse capito il perché. Lo stesso libro non dava alcuna spiegazione al riguardo.
C’era però qualcosa su cui il libro si dilungava, ovvero parlava della malizia di un nano che era riuscito a rubare ciò che dava vita a quel prodigio luminoso.
Il libro, dunque, era scritto in maniera avvincente ed intrigante, tant’è che Vilfrido lo lesse tutto d’un fiato vincendo il sonno notturno.
Oltre alla storia, il libro non offriva particolari e spiegazioni, anche perché se così fosse stato, si sarebbe saputo cosa fosse accaduto; e soprattutto si sarebbe saputo il quando, il come, ed anche il perché del fatto.
Il libro si limitava a descrivere cosa di straordinario si era perso, soffermandosi più sul vuoto che sull’evento. E, come si è già detto, il libro narrava così bene, in maniera talmente attraente, da destare un grande desiderio di potersi quanto prima trovare dinanzi a quello splendore, anche se solo per un istante. Descriveva senza spiegare, ma la stessa descrizione era una spiegazione. Una spiegazione che parlava al cuore.
Certo, si potrebbe ipotizzare che quel libro raccontasse e non spiegasse perché, forse, la spiegazione consisteva in qualcosa di troppo grande, in qualcosa che, malgrado tutti gli sforzi intellettuali possibili ed immaginabili, nessuno avrebbe potuto capire. Oppure sarebbe potuto essere anche il contrario: la spiegazione era troppo sorprendentemente semplice, troppo sorprendentemente banale, per cui non la si poteva raccontare perché nessuno ci avrebbe mai creduto. Bah! Non abbiamo risposta al perché il libro sulla spiegazione tacesse.
Torniamo da Vilfrido.
Questi ovviamente non si poneva la questione del perché il libro non approfondisse. Tali cose alla fantasia di un bambino di dieci anni potevano interessare relativamente. A lui bastò poco per traboccare di entusiasmo e immaginarsi nell’avventura di scoprire e soprattutto di poter restaurare lo splendore del Castello. Insomma, avvertiva, anche se non se lo sapeva spiegare che quella storia lo stava chiamando.

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