La casa dello zio Matthias era su una collina anch’essa piena di fiori che salivano come una morbida coperta colorata lungo il pendio, ma non erano margherite, bensì girasoli, alti, larghi, con corolle grandi come piatti di ceramica pronti ad accogliere succulenti pietanze. Era un campo giallo che sembrava un tappeto luccicante, di un oro fiammeggiante.
Il sole che attraeva i girasoli dava loro un bagliore che quasi accecava: attraenti riflessi dorati ma che dolcemente ferivano la vista.
Il vento leggero faceva sì che quel mare di fiori ondulasse con eleganza armoniosa come capita a quei vestiti di un tempo, pieni di plissettature le quali si muovono tutte insieme in lente pieghe ordinate.
La casa era semplice e inoltre si notava quanto le occorresse un po’, anzi, un bel po’ di manutenzione. Le assi erano visibilmente storte e le finestre, così come si presentavano allo sguardo, senz’altro all’uso avrebbero rumorosamente cigolato. Inoltre la casa non era affatto in ordine, si notava che allo zio Matthias mancasse una moglie che sapesse badare anche a quei piccoli, ma importanti, dettagli.
C’era qualche gallina, qualche mucca e anche un paio di asini sempre utili per il lavoro. Ogni tanto quelle bestie rallegravano l’atmosfera con qualche raglio o qualche muggito.
A proposito della cura della casa, nessun giardino, nessun fiore era stato messo per decorare quella dimora. Forse anche perché il suo padrone sapeva che la natura circostante avrebbe fatto il suo, regalando spontaneamente bellezza.
Anzi, vi è da dire che zio Matthias (e di questo assai spesso parlava con il nipote Vilfrido) era convinto che la natura fosse un grande, e soprattutto chiarissimo, libro con cui Dio parlava agli uomini. Tutto ciò che c’è nella natura ha un senso -diceva- tutto ciò che è nella natura esprime qualcosa che Dio vuole esprimere.
Una volta disse a Vilfrido (e il bimbo questo lo ricordava benissimo) che ogni animale, ogni erba, ogni fiore, rappresentasse una virtù o un vizio, insomma qualcosa che potesse servire per la vita dell’uomo.
Lo zio Matthias aveva quasi cinquant’anni e a quei tempi non erano pochi. Età portata bene soprattutto considerando che l’uomo era costretto a svolgere quotidianamente il duro lavoro del contadino. Come abbiamo già ricordato, era un tipo taciturno e robusto. Un volto onestamente rugoso a causa della grande fatica che compiva ogni giorno nei campi assolati d’estate o gelati dal rigido inverno, con la pelle segnata dal sole o dal vento freddo. I capelli, spruzzati d’argento, erano folti e abbastanza lunghi, certamente non ordinati, evidentemente il pettine non doveva essere un oggetto da lui molto prediletto. Una discreta barba incolta ne incorniciava il volto, rendendolo ancora più severo e buono insieme.
Matthias era un grande consumatore della buona birra del luogo: questo al vicino villaggio lo sapevano tutti e più d’uno sorrideva quando lo vedeva entrare nella taverna. Ma non era mai successo che qualcuno lo avesse scoperto anche solo un po’ brillo.
“Zio!!” Gli gridò allegramente Vilfrido dopo essersi fatto vedere sull’uscio della porta e con il fiato ancora corto per la corsa fatta.
L’uomo stava riposando profondamente su una panca. Un boccale vuoto, poggiato a terra, rendeva chiaro con cosa avesse deciso di dissetarsi. Questi, all’udire la voce del nipote, si alzò di scatto ed esclamò con meraviglia per l’inaspettata visita: “Vilfrido!”
I due si abbracciarono stringendosi forte. Erano passati pochi giorni dall’ultimo incontro, ma sembrava che ne fossero passati chissà quanti.
“Vilfrido mio – continuò lo zio – Ti attendevo. Speravo che venissi già il giorno successivo il tuo compleanno. C’è molto da fare in campagna in questo periodo e io so che a te piace darmi una mano”.
I due continuarono a parlare con frasi spezzate dall’entusiasmo e dai sorrisi.
Ogni qual volta Vilfrido andava a trovarlo, subito dopo i soliti convenevoli, lo zio prendeva da una dispensa, che si trova proprio nell’atrio, un dolce rotondo, sembrava una ciambella ma in realtà non era proprio una ciambella perché non aveva il classico buco. Il dolce era ricoperto da una spessa glassa dorata che aveva la caratteristica di luccicare perfino nella penombra di una stanza.
Anche questa volta Matthias aprì la dispensa giusta, “giusta”, perché la sua casa era piena di dispense e in ognuna conservava cose diverse. Offrì il dolce al nipote, che al piccolo Vilfrido piaceva tanto.
Il bambino, però, non era mai riuscito a capire dove lo zio riuscisse a procurarsi quel dolce e perché ne avesse sempre tanto a disposizione. Una volta lo chiese allo zio, ma questi gli diede una risposta che poco lo convinse: una brava e buona vecchina, che abitava poco distante al di là del bosco, era sempre pronta a fornirglielo. Era vero? Chissà. Ma a Vilfrido questo interessava veramente poco, l’importante era piuttosto trovare a disposizione quel dolce, caldo e profumato.
A proposito di “caldo” questo era un altro mistero che aveva colpito il bambino. Come faceva ad essere caldo quel dolce se lo zio lo prendeva non dal forno ma dalla dispensa? Grande mistero! Ma anche su questo Vilfrido finì col passarci su.
Il sapore di quel dolce era inesprimibile. Un sapore pieno da far chiudere gli occhi affinché lo si assaporasse meglio. Eppure, come detto prima, non si presentava come un dolce complesso fatto con chissà quale alchimia di ingredienti particolari e con chissà quale raffinata ed attenta cottura o perfino ricco di spezie provenienti da paesi lontani. Niente di tutto questo. Era un dolce molto semplice, per non dire addirittura semplicissimo. Farina, latte, burro (molto burro) uova (che mai possono mancare) amalgamati ben bene…e poi ci si trovava dinanzi ad una squisitezza che a parole sarebbe stato assai difficile da rendere.
La glassa era un altro grande mistero: né troppo dura né troppo liquida.
Ma i “misteri” non finivano qui. Il dolce, come già accennato, aveva un colore particolare, un oro luccicante che a vederlo faceva facilmente presagire il colore dell’impasto: anch’esso di un giallo intensissimo, quasi come quello dei girasoli dei campi che attorniavano la casa di Matthias.
Quella glassa aveva la caratteristica di sciogliersi al solo contatto del palato sprigionando una dolcezza come una carezza che si diffonde in bocca.
Ma ciò che era ancora più misteriosa era l’estrema morbidezza. Vilfrido ogni qual volta lo gustava si dimenticava di essere bambino. I bambini, si sa, quando hanno fame e soprattutto quando gustano i dolci, tendono a divorare, a buttare giù rapidamente. Invece Vilfrido, per quella misteriosa dolcezza e tenerezza, preferiva masticare lentamente, assaporando ogni singolo boccone. Aveva sperimentato che in quel modo avrebbe potuto gustosamente prolungare quel sapore così intenso, quasi da poter fermare il tempo.
Ma torniamo alla storia.
Dopo quelli che erano i soliti convenevoli quando Vilfrido e lo zio s’incontravano: saluti, qualche risata e anche qualche storiella fantastica, il bimbo venne al dunque: “Zio, ho letto più volte il libro che mi hai regalato”.
“Ti è piaciuto?”
“Molto”
“Cosa ti è piaciuto di più?” Lo zio aveva posto questa domanda con un tono per cui già sembrava conoscesse la risposta, una risposta che forse sperava di ascoltare.
E la risposta fu proprio quella immaginata dallo zio: “Le pagine -disse Vilfrido- in cui si descrive il castello splendente.”
“Già..il castello splendente…” ripeté l’uomo alzando gli occhi verso l’alto quasi sospirando, come se un ricordo lontano gli fosse ritornato. “Il castello splendente” ripeté ancora.
“Vogliamo andarci per capire cosa è successo?” Chiese Vilfrido come se fosse stata un’impresa facile da poter compiere, insomma come se avesse chiesto di andare nel boschetto dietro la casa.
“Andarci? Cosa stai dicendo? Ti sembra possibile?” Lo zio parlò con tono né di meraviglia né di rimprovero, quanto perché era più che giusto dovesse rispondere così. Ma sembrava che quasi-quasi avesse voluto che il nipote chiedesse ciò che aveva chiesto, come se aspettasse da tempo quella richiesta.
“Ciò che ho letto mi ha colpito e da allora non faccio altro che pensarci.” Precisò Vilfrido, stringendo le mani per l’emozione.
“Cosa ti ha colpito particolarmente?”
“Il fatto che il castello è cambiato pur rimanendo uguale “
“Già! -l’uomo sollevò ancora lo sguardo verso l’alto- È proprio questo il mistero, caro Wilfrido.”
“Dov’è il castello?”
“Non è lontano, non è lontano…” Ammise l’uomo, ma poi fece una smorfia sul suo volto quasi a pentirsi per ciò che aveva detto.
“Allora perché non ci andiamo?” Disse con entusiasmo il piccolo, già immaginando il viaggio.
L’uomo sorrise, quasi come se ciò che aveva detto Vilfrido non stesse, come si suol dire, né in cielo né in terra, tanto gli sembrava impossibile.
Ma il bimbo riprese: “Almeno accompagnami. Poi, una volta che sarò arrivato, ci penserò io…” Si sa i bambini come sono fatti. Nella loro fervida immaginazione pensano di poter fare tutto. Non hanno cognizione del pericolo né dei timori che sicuramente avrebbero se si trovassero in determinate situazioni.
L’uomo tornò a sorridere: “A cosa puoi pensare tu?” Il tono era chiaramente derisorio per ciò che gli sembrava una grande ingenuità. Lo disse però con affetto.
Ma Vilfrido non ci stette e sentenziò alzando autorevolmente il dito indice: “Voglio far tornare il Castello com’era una volta!”
“Finora non c’è riuscito nessuno, vuoi riuscirci tu?”
“Qualcuno dovrà pur farlo.”
“Qualcuno? Ma tu sei un bambino…certamente un bambino coraggioso -sottolineò con un sorriso l’uomo- ma sempre un bambino sei”.
Matthias s’interruppe per qualche secondo poi riprese, fissando Vilfrido e peleggiando la sua folta barba come era solito fare quando pensava: “E poi chi può assicurarci che qualcuno possa riuscire in un’opera come questa?”
Lo zio si avvicinò al nipote, lo fissò e continuò: “Caro Vilfrido, la realtà è molto più complicata e difficile di quanto noi, miseri uomini, per giunta contadini ignoranti, possiamo immaginare. Il Castello ha perso l’incanto? Può darsi che questo non tornerà più, non lo possiamo sapere. Certo, è triste dirlo, ancora più triste eventualmente riconoscerlo, ma potrebbe essere un destino che si sarà costretti ad accettare”.
“Ma se nessuno ci prova?” Protestò Vilfrido con voce tremante ma decisa. Faceva tenerezza quel bambino: nella sua mente non poteva trovare posto un’ipotesi così triste.
Il colloquio fra i due continuò ancora per molto. Scese la notte, una notte lenta e silenziosa tra i campi. Le notti a casa di zio Matthias erano sempre state calme e serene. Mai la tempesta, mai la pioggia battente, mai il vento impetuoso. Vilfrido salì al piano di sopra per trovare la brandina che lo accoglieva in quella casa e riposarsi, non prima di aver assicurato lo zio di aver avvisato la mamma che sarebbe rimasto da lui per alcuni giorni.
Il giorno dopo Vilfrido accompagnò lo zio a lavorare nei campi, così come era solito fare quando andava a trovarlo.
Il suo “aiuto” (le virgolette sono d’obbligo) consisteva nel trasportare piccoli attrezzi e, soprattutto, nel correre avanti e indietro, che, diciamolo francamente, come “aiuto” lasciava molto a desiderare. Tant’è che non poche volte il pover’uomo era costretto a rimproverarlo, anche se dolcemente: “Vilfrido, stai un po’ fermo che rischi di farmi venire il mal di testa…”. Allora il bambino si quietava per poi subito riprendere ancora più sfrenatamente.
Quella sera, dinanzi al camino acceso e gustando del buon pollo arrosto con patatine, e con un fragrante pane imburrato, prelibatezze che profumavano tutta la casa, i due tornarono a parlare del famoso Castello.
“Zio, io ci voglio andare!” Tornò alla carica Vilfrido.
“Dove?” Si meravigliò l’uomo, ma si trattò di una meraviglia di facciata perché in realtà sapeva benissimo a cosa alludesse il bambino.
Ma anche Vilfrido aveva capito, tant’è che disse: “Lo sai benissimo, zio, al Castello!”
“Pensa ad altro, piccolo mio. Pensa ad altro” E l’uomo tracannò un lungo sorso di birra come per chiudere il discorso.
“Zio, se non vuoi accompagnarmi, ci andrò io da solo, ma ci andrò.”
L’uomo sbottò in una sonora risata: “Sei un duro, tu!” E scosse la testa divertito.
“Allora? Mi accompagni, sì o no?”
L’uomo sorrise, si alzò dalla tavola e disse: “Buonanotte, Vilfrido. Andiamo a dormire perché domani ci attende una dura fatica.”
Il bimbo non sapeva se quelle parole significassero un “sì” o un “no”. A quale fatica si riferiva lo zio? A quella dei campi o al cammino che occorreva per raggiungere il Castello? Vilfrido era rimasto solo, per cui non restò che andare anch’egli a dormire, ma aveva il cuore pieno di domande, con il desiderio di partire che lo stava sempre più conquistando.
Il giorno dopo, da poco si era resa visibile l’alba, lo zio e Vilfrido si ritrovarono nuovamente insieme a consumare la colazione, il pane era caldo e il latte fumante. Il latte delle mucche di zio Matthias era di una qualità senz’altro superiore. Infatti spesso Vilfrido chiedeva alla mamma il perché fosse più buono del loro.
“E allora, zio? Questa notte ci hai pensato?” domandò perentoriamente Vilfrido con la bocca piena.
Lo zio questa volta non tergiversò: “Va bene, piccolo mio. Partiremo tra un’ora. Il tempo di preparare qualcosa per portarmelo dietro.”
“Che bello!!” Sbottò il bimbo, che non si aspettava che lo zio rispondesse così facilmente alla sua richiesta. E si mise a saltare sul posto. Ma non solo: abbracciò fortemente lo zio riempiendolo di baci.
Lo zio fu di parola: il tempo di preparare solo qualcosa. Vilfrido pensò di mettere nella sua bisaccia anche un bel po’ di quel dolce che tanto gli piaceva, avvolto con cura in un panno. Dopo poco, i due già erano, mano nella mano, sul sentiero che portava al Castello. Un sentiero che si perdeva tra campi e colline.

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