Commento del Catechismo di San Pio X (n.218)

A cura di Pierfrancesco Nardini


Domanda: Che ci proibisce il secondo precetto con le parole: non mangiare carne nel venerdì e negli altri giorni di astinenza?

Risposta: Il secondo precetto con le parole: non mangiare carne nel venerdì e negli altri giorni di astinenza, ci proibisce di mangiare carne nel venerdì (giorno della Passione e Morte di Gesù Cristo) e in alcuni giorni di digiuno.


Il secondo precetto ordina l’astensione dal consumo di carne in determinati giorni stabiliti: il venerdì, in memoria della Passione e Morte di Nostro Signore Gesù Cristo, e in altri giorni di digiuno o penitenza indicati dalla Tradizione. Questo comando non è un semplice divieto, ma un invito a conformare il nostro corpo e la nostra anima al sacrificio di Cristo, unendo le nostre (piccole) rinunce ai Suoi patimenti per la nostra salvezza.

Era stata imposta l’astinenza dalla carne perché, a suo tempo, era considerata alimento più prelibato di altri. In questo modo si richiama il fedele alla mortificazione dei sensi e al distacco dai piaceri mondani, affinché si possa crescere nella vita spirituale. Come insegna Sant’Agostino: “Il digiuno purifica il cuore, illumina la mente e fortifica l’anima contro le tentazioni” (Sermo 400, De utilitate ieiunii).
La pratica dell’astinenza, dunque, non è un peso dato ai fedeli, ma un mezzo per elevarsi verso Dio, ricordandoci che “non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Mt 4, 4).

La Chiesa, madre e maestra, guida i fedeli in questo cammino penitenziale per aiutarli a vivere in conformità al Vangelo. Ci si deve sempre ricordare che quando si pecca si crea un debito di colpa e uno di pena. Se il primo si lava via con il perdono (pentimento e Confessione), il secondo con la penitenza. E’ però da ricordare anche che “difficilmente il pentimento è così perfetto da meritare il condono di tutta la pena” e “ordinariamente ottiene la remissione solo di una parte della pena” (Dragone). Il resto lo dovrà togliere la penitenza, che, come il pentimento, raramente toglie tutto il debito. Questo perché la differenza ontologica tra chi si pente e fa penitenza (creatura finita) e Chi è stato offeso (Creatore infinito e perfettissimo) è incolmabile.

Qui serve un breve richiamo all’attenzione della scelta del confessore. Capita spesso, purtroppo, nell’attuale chiesa un confessore che non dà penitenza: questo crea un danno alla nostra anima, perché non ci aiuta a estinguere, almeno in parte, il debito di pena e, in pratica, ci condanna a stare molto più tempo in Purgatorio. Per questo la Chiesa, la Tradizione, impongono il precetto in oggetto: per mantenere alto nei fedeli il dolore del peccato e per scontare più velocemente il debito di pena. “Siccome siamo così indolenti che difficilmente ci decidiamo alla penitenza e alla mortificazione volontaria, la Chiesa col secondo precetto ci vuole ricordare il nostro dovere e ci prescrive alcune forme di penitenza” (Dragone).

La Sacra Scrittura ci offre numerosi esempi di digiuno e astinenza come atti graditi a Dio. Nel Vangelo, Gesù stesso digiuna per quaranta giorni nel deserto, preparandosi alla Sua missione (Mt 4, 2). Egli non abolisce il digiuno, ma lo perfeziona, insegnando ai discepoli che alcune battaglie spirituali si vincono solo “con la preghiera e il digiuno” (Mt 17, 21). Alla luce di questo esempio, la Chiesa ha stabilito giorni di astinenza, come il venerdì, per commemorare la Croce, e altri tempi penitenziali, come la Quaresima, per imitare Cristo e purificarci dai peccati.

Anche qui serve un breve richiamo all’attenzione: non è vero, come molti pensano, anche in buona fede, che questo precetto valga solo per i venerdì di Quaresima. San Tommaso d’Aquino spiega l’importanza di questa pratica: “l’astinenza dalla carne nei giorni prescritti è un atto di virtù, perché modera i desideri carnali e ci rende più atti alla contemplazione delle cose divine” (Summa Theologiae, II-II, q. 147, a. 8). La Tradizione cattolica, radicata nei primi secoli, ha sempre valorizzato l’astinenza come espressione di penitenza e di amore per Dio, distinguendo il popolo cristiano dalle abitudini pagane.

Come per ogni precetto, a differenza dei Comandamenti, può esserci una dispensa in casi estremi, come gravi motivi di salute o altre necessità per cui non si può osservare l’astinenza: in questi casi la Chiesa invita a sostituirla con altre forme di penitenza, come la recita del Rosario o un’opera di misericordia. Tuttavia, ed è qui il senso centrale, non dobbiamo cercare scuse per evitare il sacrificio, perché, come dice San Giovanni Crisostomo “non è il cibo in sé a offenderci, ma l’attaccamento al piacere che ci allontana da Dio” (Omelie sul Vangelo di Matteo, 57). Quello che conta forse ancora di più che evitare la carne, è capire il senso dell’astinenza, non farlo diventare solo una questione pratica/materiale, ma vivere questi giorni con spirito di sacrificio, accompagnando l’astinenza con la preghiera e le opere di carità.

È importante educare i bambini e i giovani a comprendere il valore di questa pratica, spiegando che non è un obbligo fine a sé stesso, ma un modo per amare Dio e avvicinarsi a Lui. L’astinenza dalla carne, comandata dal secondo precetto, è dunque un richiamo alla nostra vocazione cristiana: vivere per Dio, non per il mondo.

Ogni venerdì, ricordando il sacrificio di Cristo, siamo chiamati a unire le nostre piccole rinunce alla Sua Croce, crescendo nell’umiltà e nella carità. Non lasciamo che questa pratica diventi un’abitudine vuota, ma facciamola con cuore sincero, sapendo che ogni sacrificio offerto a Dio porta frutto per la nostra salvezza e quella dei fratelli.


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