La rivoluzione di Luca

di Corrado Gnerre


C’è una grande differenza tra il pensare e il vivere.

Il torto del pensare è quando volontariamente vuole fare a meno della realtà.

Ma quale realtà?  Quella della vita vera, che è fatta di sacrificio, sudore e dolore. Se si fa a meno di confrontarsi con la vita vera, la mente annega nell’astrazione.

A Luca, a scuola, avevano insegnato tanto – forse troppo – ma non il necessario, quel necessario che incontrerà nella sofferenza innocente di una bambina.


Il treno correva verso nord, nel freddo e nel nevischio.

Luca guardava dietro i vetri mentre la sua mente era completamente persa dalla musica, quella musica dura, feroce e ribelle che non si stancava mai di ascoltare con il suo smartphone.

Era il giorno di Santo Stefano, giusto il tempo di passare il Natale e partire via per liberarsi, almeno per alcuni giorni, da catene inutili. Luca aveva diciassette anni e i suoi amici del centro sociale glielo avevano detto: “Ma cosa aspetti? Sganciati dai tuoi genitori, sono troppo oppressivi.” Loro sì che potevano parlare così, c’era chi non li aveva i genitori (perché separati) e c’era chi i genitori li aveva, ma erano contenti di quelle esperienze così avanzate e rivoluzionarie perché anche loro erano stati rivoluzionari in gioventù e dicevano: “Se non si è rivoluzionari quando si è giovani, quando si deve esserlo?”

I genitori di Luca invece no. La vita del loro Luca non erano riusciti ad accettarla. La scuola non meritava più del dovuto, lo studio era giusto farlo a fasi alterne, gli abiti dovevano essere trasandati e sudici, i capelli neanche a parlarne e orecchini e piercing a piacimento. Lui al papà – che era un militare – lo appellava: “Servo del potere”; la mamma, buona casalinga tutta casa e chiesa: “Una donna che non aveva capito nulla della vita”. Vita che invece – secondo lui – doveva essere solo caos e rivoluzione.

Il professore di filosofia, poi, era stato chiaro: “Può esistere un’educazione che non sia oppressiva e antidemocratica? Che forse i genitori non si devono solo limitare ad assecondare la spontaneità dei figli, i loro sogni e le loro utopie?”

“Sì sì, che è giusto così.” Pensava Luca mentre continuava ad ascoltare sempre la stessa musica. Sarebbe arrivato a Milano e lì avrebbe incontrato gli amici giusti, quegli amici di cui avevano parlato al Centro.

Il treno si fermò a Firenze e nello scompartimento entrarono tre persone: una donna, un uomo ed una bambina di dieci-undici anni. La bimba però non stava bene (si vedeva chiaramente) era magra, pallidissima e doveva aver perso tutti i capelli, perché a coprirle la testa aveva una specie di fazzoletto rosso. I tre si sedettero, ma poco dopo la bambina ebbe qualche problema, sembrò quasi svenire; allora i tre si alzarono rapidamente e uscirono dallo scompartimento.

Luca, togliendosi l’auricolare, e un altro uomo anziano, che era già presente, fecero per intervenire per dare una mano, ma colui che doveva essere il papà della bambina ringraziò e fece cenno di non preoccuparsi. Poi l’uomo rientrò nello scompartimento, mentre la donna e la bambina rimasero nel corridoio, vicino al finestrino aperto.

“Vi ringrazio – disse dopo essersi seduto – mia figlia non sta bene e adesso ha bisogno di un po’ di aria. E’ rimasta mia moglie vicino a lei. E’ molto malata la mia bambina – i suoi occhi iniziarono ad inumidirsi – nella mia città non mi hanno dato nessuna speranza … Stiamo facendo un ultimo tentativo, andiamo a Parigi a giocarci l’ultima carta. Io faccio l’operaio e mia moglie sta in casa, ho altri tre figli e mi sono indebitato fino al collo per fare questo tentativo, ma lo voglio fare … per la mia bambina lo voglio fare.” E l’uomo si commosse ancor di più.

“Quello che sto passando io – continuò il pover’uomo – non lo auguro nemmeno al mio peggior nemico. Vedere la mia bambina spegnersi ogni giorno che passa e non poter far niente. Se non si è genitori, non si può capire.”

“La capisco, la capisco – esclamò l’altro uomo, quello anziano – anch’io sono padre, di figli ormai grandi e sposati, ma sono padre.”

Luca aveva ascoltato quelle parole e pensava ai sacrifici che stava facendo quel povero papà. Poi gli venne da pensare che cosa avrebbero fatto i suoi genitori se lui si fosse ammalato gravemente. Luca sapeva bene che avrebbero fatto né più né meno quello che i genitori di quella bambina stavano facendo. I suoi amici questo lo avrebbero fatto? E perché nel centro sociale questi discorsi non si affrontavano mai? La rivoluzione, il terzo mondo, il commercio equo e solidale … ma dinanzi alla povertà del dolore, della sofferenza umana, quale rivoluzione era possibile? A Luca avevano sempre detto che la famiglia non è che un’inutile istituzione, ma adesso si chiedeva: cosa sarebbe stato di quella bambina se non ci fosse stata la sua famiglia?

Luca capì che anche lui era malato, ma di una malattia diversa: il non aver mai incontrato la sofferenza umana; non quella scritta sui libri, teorica, insegnata a scuola dai professori di filosofia tra un blaterare di ermeneutica e di epistemologia, bensì quella della vita, della carne e del sangue.

Dopo Bologna, il treno proseguì. Ma nello scompartimento, oltre la famiglia della bambina, c’era solo l’uomo anziano. Luca no. Luca aveva deciso che Milano poteva attendere.


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