Dal “destino del pianto” alla “condanna del pianto”

di Corrado Gnerre per il C3S


Il poeta tedesco Rainer Maria Rilke (1875-1926), nel suo Il Libro del pellegrinaggio, così scrive: “Sei Tu il Tutto e io l’Uno che s’arrende e si rivolta? O non sono io invece il Tutto universale quando piango e Tu l’Uno che ascolta?”

La verità di questi versi sta nel fatto che essi dicono ciò che nessuno può smentire: l’uomo deve riconoscere il suo destino di pianto: “O non sono io invece il Tutto universale quando piango…”.

Cosa significa destino di pianto?

 “Destino” in questo caso non vuol dire avere un futuro segnato o constatare la mancanza di libertà personale, quanto l’ineluttabilità di una situazione. “Pianto”, non significa il disperarsi quanto la necessaria ricerca di ciò che si desidera, ovvero invocare ciò che manca.

L’uomo è uomo quando invoca. E da questo punto di vista possiamo dire che la preghiera è il gesto umanamente più vero. L’uomo non diventa grande quando allarga le spalle o gonfia il petto, ma quando s’inginocchia. Solo allora riconduce davvero la propria vita alla verità della propria dimensione, che è appunto quella dell’impetrare e dell’invocare, nella piena consapevolezza di non poter essere risposta a se stesso.

Questa riflessione che stiamo facendo sui versi di Rilke può sembrare, seppur valida, solo di carattere universale. Non è così.

I fatti attuali che colpiscono la nostra attenzione e che riempiono le nostre quotidiane discussioni devono principalmente essere ricondotti alla grande questione di cui questi versi parlano.

Il riflettere sull’assurdità di esistenze riempite di effimero e di droga, di corsa al potere e al successo, richiama la grande questione dell’esistere.

Ciò che si è materializzato dinanzi a noi è il fallimento (inevitabile e ampiamente prevedibile) delle convinzioni da cui è partita la modernità. Non si tratta di essere passatisti. Denunciare la modernità non vuol dire essere contro il progresso scientifico, che ad uno studio serio si scopre non essere necessariamente legato alla modernità stessa, quanto valutare questa categoria nella sua essenza che è stata quella di condurre l’uomo verso il delirio dell’autosufficienza.

Augusto Del Noce (1910-1989) affermava che quando si parte da un giudizio che prescinda dalla constatazione del limite dell’uomo (e quindi dalla constatazione dell’evidenza antropologica del peccato originale) per orientarsi verso l’utopia dell’autosufficienza umana, l’esito è sempre e comunque il contrario di ciò che ci si era prefissi di raggiungere. E’ ciò che il filosofo cattolico definiva come “eterogenesi dei fini”.

Tornando ai versi di Rilke, l’uomo moderno, e quindi anche quello contemporaneo, ha voluto dimenticare il suo “destino di pianto” (“O non sono io invece il Tutto universale quando piango…”), ma poi si è ritrovato inevitabilmente nella “condanna del pianto”, che è appunto la schiavitù di sperare solo nella pseudo felicità dell’ “artificiale”, che può essere la droga piuttosto che l’antidepressivo, i soldi e le donne piuttosto che la ricerca spasmodica del potere. Condanna del pianto, perché queste ricerche compulsive scaturiscono dal non saper più rispondere alla domanda del perché vivere e del perché soffrire.

Quando si constata il proprio destino di pianto, ci si può ancora specchiare nella vita e ciò non è in contraddizione con il sorridere alla vita, in quanto la constatazione di tale destino apre alla letizia dell’incontro di Chi (solo Dio!) può davvero ed unicamente risolvere il proprio mistero.

Quando, invece, si vuole dimenticare questo destino, allora non ci si può più specchiare nella vita. La vita diventa o insopportabile o l’ “occasione” per negare il proprio sé riempiendolo di altro, di menzogne con cui illudersi di avere comunque qualcosa ancora per cui vivere. E il “pianto” da destino diviene condanna.

Un’ultima riflessione, non affatto secondaria. C’è una regola che è teologicamente inconfutabile, che dice: se tutto ciò che accade non necessariamente è voluto da Dio, è pur vero che tutto ciò che accade è necessariamente permesso da Dio. Dunque, se Dio sta permettendo il fallimento esistenziale contemporaneo, è anche perché ciò possa essere l’occasione per un grande di riscatto. Il cristiano è uomo di Speranza e di Resurrezione. Non c’è sconfitta da cui non può venir fuori una nuova vittoria. Ma perché questo avvenga, occorre che l’annuncio cristiano torni ad essere quello che deve essere: risposta alla domanda di senso e quindi apertura all’eternità. Un Cristianesimo senza Croce, senza la centralità della Vita di Grazia, senza condanna del peccato come il più grande dei problemi, e quindi tutto proteso a ridursi ad etica sociale e ad etica del “politicamente corretto” si rende anch’esso colpevole di alimentare l’illusione di un uomo senza il destino del pianto, per poi pagare le conseguenze di ritrovarsi sacerdoti e cristiani non più lievito, ma schiacciati dal mondo: schiavi della menzogna del potere e pertanto del fallimento esistenziale della condanna del pianto.


Dio è Verità, Bontà e Bellezza

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