È vero che solo il Cristianesimo annovera martiri in difesa della Bellezza?

Nell’VIII secolo, l’Imperatore bizantino Leone III Isaurico decretò la distruzione delle immagini sacre, perché, secondo lui, fonti di idolatria. Fu la famosa iconoclastia, che fu venne condannata nel Secondo Concilio di Nicea del 787, dove si decretò solennemente che il culto delle immagini di Dio e di sua Madre non solo fosse legittimo ma perfino lodevole, ciò anche perché l’Incarnazione del Verbo aveva reso possibile la rappresentazione umana di Dio.

Durante gli anni dell’eresia iconoclasta, si distinse la figura di san Giovanni Damasceno (670/680-749) come grande apologista delle immagini sacre.

Leone III Isaurico cercò di colpire Giovanni, lo calunniò come traditore presso un suo amico, il Califfo di Damasco. Quest’ultimo cadde nel tranello e ordinò che Giovanni fosse punito con il taglio della mano destra, ma il Santo si raccomandò alla Vergine e le fece voto: qualora avesse avuto salva la mano, l’avrebbe per sempre usata per scrivere in suo onore e della sua immagine. La grazia fu accordata e san Giovanni Damasceno divenne il primo teorico del culto delle immagini.

Durante le persecuzioni iconoclaste, molti furono i cristiani -soprattutto monaci- che persero la vita.

L’Abate Giovanni di Monagria venne cucito in un sacco e gettato in mare perché non voleva eseguire l’ordine di calpestare un’immagine della Vergine.

Furono martirizzate anche delle donne. Teodosia, monaca di Costantinopoli, fu uccisa perché rovesciò una scala su cui si era inerpicato l’inviato dell’Imperatore per distruggere un’immagine di Cristo.

Ma il martirio più emblematico fu quello di Stefano il Giovane (713/715-764), famoso monaco della Bitinia, che l’imperatore Costantino V, figlio di Leone III, volle avere al suo fianco nella guerra alle immagini sacre. Stefano si rifiutò coraggiosamente. Si tentarono tutti gli stratagemmi, si pensò finanche di compromettere la sua onorabilità: si costrinse una monaca a dichiarare di essere stata sedotta da lui, ma non vi fu verso di far recedere Stefano. Allora si decise di trascinarlo con la forza a Costantinopoli. Fu confinato in un’isola del Mar di Marmara, dove continuò a predicare in favore delle immagini sacre. L’Imperatore gli parlò personalmente; da qui un episodio che è rimasto famoso: Stefano prese una moneta, indicò all’Imperatore l’effige di lui ivi stampata e affermò deciso che se quell’immagine era degna di rispetto, a maggior ragione dovevano essere degne di rispetto le immagini di Cristo e della Vergine. L’Imperatore non fu d’accordo, allora Stefano gettò la moneta e la calpestò. Fu la sua condanna: venne imprigionato e, malgrado non vi fu mai un preciso ordine dell’Imperatore, la fazione degli Iconoclasti lo condannò a morte.


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