Come capire, secondo il pensiero cattolico, alcuni passaggi dell’economia?

1.Ormai da tempo domina un’economia virtuale, cioè un’economia dove tutto ruota intorno ad una ricchezza artificiale a cui non corrisponde una ricchezza reale. Le non lontane crisi dei mutui l’hanno dimostrato. Si sono creati dei sistemi artificiali di prestiti senza che questi fossero sostanziati da reali depositi. Si tratta dell’indiscutibile falsità della finanza. Se è vero che essa non è di per sé negativa, è pur vero però che essa nasce da un “peccato originale”: la volontà di tradurre la ricchezza da bene rappresentato dal denaro a bene rappresentativo del denaro.  Abbiamo messo in grassetto queste parole perché sono ” parole chiave” per capire.

2.Cosa significa tradurre la ricchezza da bene rappresentato dal denaro a bene rappresentativo del denaro? Significa che la finanza si fonda sulla trasformazione della ricchezza reale in ricchezza mobile per un fine ben preciso: renderla funzionale a qualsiasi “gioco” o/e speculazione.

3.Nella Dottrina Sociale Cattolica, oltre ai due princìpi cardine (sussidiarietà e solidarietà) si afferma la legittimità tanto della proprietà quanto della ricchezza. La proprietà privata è un diritto naturale che risale alla stessa Creazione. Non è certo un’invenzione del liberalismo. Tale diritto non potrà mai essere annullato, proprio perché è di natura: “Non rubare (…) Non desiderare la casa del tuo prossimo (…) né il suo bue o il suo asino, né cosa alcuna che sia del tuo prossimo.” (Esodo 20, 15-17). Inoltre la ricchezza non è di per sé un male. Certamente l’uso della proprietà deve essere corretto e rispettoso della Legge di Dio, ma lo stesso fatto che la proprietà sia un bene vuol dire anche che non sia un male se la sua appropriazione possa essere eterogenea e riprodurre una dimensione gerarchica che rispecchi capacità, tradizione familiare, nobiltà e responsabilità lavorativa.

4.Va inoltre ricordato che la Dottrina Sociale Cattolica rifiuta derive di tipo statalista, che in economia si traducono in sistemi dirigistici. Si sa anche che un adeguato sistema concorrenziale (ovviamente regolato) conduce ad un innalzamento della qualità di produzione, nonché ad una maggiore efficienza lavorativa.

5.Utile può essere questo schema per capire il rapporto che c’è stato nel corso della storia tra proprietà privata e libero mercato:

Marxismo: NO alla proprietà privata, NO al libero mercato.

Anarchismo: NO alla proprietà privata, SI al libero mercato.

Corporativismo: SI alla proprietà privata, NO al libero mercato.

Liberismo: SI (condizionato) alla proprietà privata, SI al libero mercato.

6.Il sistema economico che ha partorito la societas christiana s’identica con il terzo: il Corporativismo. Esso ha caratterizzato l’economia europea dall’Alto Medioevo fino al XVIII secolo. Si tratta di un istituto che si fonda su tre elementi base: la Tradizione, la Famiglia e la Proprietà privata. La Tradizione, cioè il riconoscimento che il modello sociale non va inventato bensì riconosciuto, perché elemento iscritto nell’ordine naturale. La Famiglia, cioè il riconoscimento di essa come cellula fondamentale della società. La Proprietà privata, cioè la legittimità di essa come garanzia di libertà individuale e sociale.

7.Ma vi è anche un quarto elemento: nell’istituto corporativo ovviamente non mancava la centralità dell’elemento religioso: ogni corporazione aveva il suo santo protettore, i propri cappellani, la propria chiesa, le proprie festività, etc. Qual era la particolarità di questo istituto? La corporazione era una sorta di “famiglia professionale” che riuniva quelle famiglie che erano dedite ad una ben precisa arte o mestiere, e chiedevano all’autorità politica di proteggere e garantire la proprietà privata di quella ben precisa arte o mestiere, impedendone ad altri (se non accettati) l’accesso.

8.L’Illuminismo (in particolare) e la modernità (in generale) attaccarono l’istituto corporativo utilizzando il falso argomento secondo cui il fissismo corporativo impedisse lo sviluppo tanto della qualità della produzione quanto della ricchezza. Tali accuse erano motivate da interessi di trasformazione del sistema. Va detto, infatti, che nell’ambito delle singole corporazioni non era impedito (anzi) il sistema concorrenziale, che inevitabilmente garantisce l’innalzamento della qualità. In tale istituto si salvaguardavano due principi: da una parte nei singoli artigiani vi era tutto l’interesse a migliorare le proprie manifatture per vincere la concorrenza; dall’altra si evitava l’improvvisazione e la speculazione perché ogni artigiano doveva esprimere livelli standard qualitativi ed economici.

9.Inoltre per quanto riguarda l’accusa che l’istituto corporativo impedisse la produzione della ricchezza, va detto che anche questo tipo di accusa era completamente falsa. Il sistema corporativo, proprio perché salvaguardava la dinamica concorrenziale, non reprimeva la volontà di lavorare e produrre. Per non parlare di tutto il sostegno umano che tale istituzione conferiva, promuovendo un mutuo soccorso tra i membri sul modello familiare.

10.L’Illuminismo operò una dura lotta contro il corporativismo promuovendo un’idea di proprietà privata sganciata da qualsiasi vincolo sociale. E così nel XVIII secolo nacquero il liberismo e il libero mercato. Esponente importante fu Adam Smith (1723-1790). Nell’antichità e soprattutto nel medioevo si era convinti che la ricchezza di una nazione dipendesse maggiormente dalle virtù dei singoli uomini e anche delle elites. Con la modernità non sarà più così. L’Illuminismo non pensa più che la salute dell’economia dipenda dall’esercizio della virtù dei singoli uomini. Anzi, per l’Illuminismo va cancellato il valore del libero arbitrio, cioè della scelta tra il bene e il male. Smith concepiva la società come una “macchina” con una forza motrice: il tornaconto individuale. D’altronde non poteva non essere così. Il modello illuminista dell’uomo è proprio quello della “macchina”. La macchina funziona quando ogni pezzo è in perfetta salute. Così anche la società; questa funziona quando ogni individuo tiene in considerazione solo il suo personale ed egoistico soddisfacimento.

11.Il socialismo (da qui anche la sua pericolosità e la sua fascinazione) nacque per rispondere – in maniera ovviamente errata – alla fine dell’istituto corporativo e a tutte le conseguenze disastrose che questa causò. Dal socialismo vengono fuori due prospettive. La prima sostituisce l’istituto corporativo con un sistema di socialismo e di statalismo puri. La seconda pretende conservare formalmente l’istituto corporativo, ma svuotandolo della sua essenza, cioè svuotando la proprietà privata dell’esercizio di un mestiere. Questa seconda prospettiva utilizza il modello di stato hegeliano, quale fu, per esempio, quello fascista di Mussolini.

12.Ma non ci si è limitati a distruggere l’idea di proprietà così come veniva espressa dall’istituto corporativo. Si è andati oltre. Dopo la distruzione della struttura proprietaria della famiglia professionale corporativa si è giunti a distruggere anche la proprietà della singola famiglia con il libero mercato azionario. Perché in Italia si continua a parlare di “casa farmaceutica”, oppure di “casa automobilistica”? Perché da sempre vi è stato un legame tra un’impresa e ed una singola famiglia. Con il mercato azionario tali famiglie sono state spinte ad abbandonare l’amministrazione dei propri beni per affidarli a manager esterni e di professione, cercando di beneficiare quanto più possibile dei frutti azionari. Siamo, insomma, al trionfo del “mercatismo” (il mercato come padrone incontrastato), dove si cerca anche di distruggere gli ordini professionali, cioè ciò che resta di una certa identità in economia.

13.La soluzione non è abolire il mercato, bensì fare in modo che ci sia un’economia sociale di mercato. Mentre il capitalismo separa il mercato dalla morale, l’economia sociale di mercato sottopone il mercato al giudizio morale. Si tratta di un’idea di mercato che fa suo il realismo cristiano, la dottrina del peccato originale e quindi la convinzione di un anti-perfettismo antropologico per il quale l’uomo, se non è totalmente cattivo, è anche non totalmente buono.

14.La globalizzazione (altro punto nodale per analizzare l’economia attuale) ha accentuato la separazione tra economia e giudizio morale iniziatasi con la modernità, perché ha svincolato l’economia dalla Tradizione e quindi dall’elemento identitario, il quale, se non è un elemento risolutivo, certamente costituisce un argine ad una deriva sempre più individualista ed utilitarista dell’economia stessa.

15.Che fare? Il mercato esige due cose: il rispetto della società naturale e la virtù. Il rispetto della società naturale, ovvero il mercato deve tenere in considerazione la naturale articolazione della società. La virtù, perché, come abbiamo già detto, il mercato esige il rispetto della morale.

16.Gilbert Keith Chesterton (1874-1936), parlava di distributismo. Si tratta di una teoria economica che cerca di superare il dualismo capitalismo-socialismo, proponendo di applicare i principi della Dottrina Sociale della Chiesa. Secondo il distributismo, la proprietà dei mezzi di produzione deve essere ripartita nel modo più ampio possibile fra la popolazione generale, piuttosto che essere centralizzata sotto il controllo dello Stato (come avviene nel socialismo) o di pochi ricchi (come avviene nel capitalismo). Chesterton amava dire: “Troppo capitalismo non significa troppi capitalisti, ma troppo pochi capitalisti.”


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1 Comment on "Come capire, secondo il pensiero cattolico, alcuni passaggi dell’economia?"

  1. Giovanni Di Guglielmo | 14 Marzo 2026 at 13:19 | Rispondi

    Purtroppo oggi in Italia (e nel mondo…) non vi sono forze politiche che dicono queste cose…

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