L’uomo non può negare il “limite”… pena la negazione della sua umanità

di Corrado Gnerre

Dice un proverbio norvegese: “Quando sei solo con te stesso, non puoi mentire.”

Socrate, padre della sapienza umana, fonda il suo pensiero su un imperativo che è divenuto famosissimo: “Conosci te stesso!”

In un suo dramma, Riunione di famiglia (Parte I, Scena III), Eliot fa dire ad un suo personaggio: “In un modo o nell’altro siamo tutti malati: la chiamiamo salute se non troviamo sintomi di malattia. salute è una parola relativa.” 

Dunque, Socrate dice che l’uomo è uomo quando conosce se stesso. E -aggiungerebbe Eliot- quando conosce se stesso, l’uomo, anche se si riconosce sano, è sempre malato.

Ma cos’è questa “malattia”? E’ il limite, è la precarietà. E’ la constatazione dell’impossibilità di realizzare ogni desiderio.

In una poesia che s’intitola Desiderio, la poetessa islandese Hulda (pseudonimo di Unnur Benediktsdottir Bjarklinf) così scrive: “Vedo e sento dove l’anima mia vorrebbe dirigersi. Se il desiderio profondo del cuore potesse decidere; so che volerebbe senza indugio in seno a te.”  Vedere, sentire… ma il profondo del cuore non può decidere. Ci dice Hulda. Ecco la constatazione del limite.

Ma per l’autentica posizione umana non basta solo la constatazione del limite, bisogna anche non rifiutarlo, perfino appassionarsene.

Rifiutare il limite, vorrebbe significare negare se stesso, la propria umanità, il proprio essere nella storia, anzi nella propria storia.

Essere nella “propria storia”. Prendiamo due personaggi della fantasia dei miti. Il meno famoso Bran l’irlandese e il più famoso Ulisse.

Il mito di Bran ci racconta che questi è triste di non poter tornare nella sua Irlanda. Eppure è destinato verso misteriose isole dove non vi è dolore, non vi è malattia, non vi è morte. Ma la nostalgia del limite, significata dall’affezione alla propria terra, lo afferra e lo definisce.

Lo stesso vale per il più famoso Ulisse. Calipso gli promette l’immortalità, ma Ulisse la rifiuta. Capisce che è qualcosa che non sarebbe conforme alla propria natura, ma anche alla propria storia.

Insomma, l’uomo -il vero uomo- non può rinnegare il limite. Perché è il limite ciò che contraddistingue la dimensione del proprio umano.

Senza il limite non è più se stesso.


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