Un tempo viveva un valoroso cavaliere, che aveva un mantello nero e cavalcava un cavallo dello stesso colore. Il cavaliere era molto buono e coraggioso e faceva tanto del bene a chi ne aveva bisogno; ma purtroppo portava con sé, ormai da anni, il fardello di un brutto incantesimo. Il diavolo, infatti, vedendo che il cavaliere riusciva bene in tutte le imprese e si prodigava nel difendere i deboli, i poveri, le vedove, gli tese un tranello. Lo attirò in una fitta selva e qui, catturandolo, gli impose una dura legge: il cavaliere nero sarebbe sempre riuscito bene nelle sue imprese –perché su questa virtù che viene da Dio il diavolo non può nulla- ma sarebbe stato continuamente calunniato e additato dalla gente come malfattore, ladro e assassino. Il cavaliere non se ne rammaricò molto, perché a lui, più che il giudizio della gente interessava fare la volontà di Dio, e così continuò per la sua strada.
Un giorno, il buon Dio lo fece capitare ai piedi di un’alta montagna e qui scorse una carovana assalita da alcuni briganti. Tutti ormai erano fuggiti, ma una fanciulla rischiava la vita nelle mani di quei manigoldi. Il cavaliere nero intervenne immediatamente. Maneggiava la spada con una lestezza straordinaria e non gli fu difficile avere la meglio sui briganti. Ma non tutto riuscì per il verso giusto: durante lo scontro, la fanciulla fu infilzata dalla spada di un brigante e morì. Ci credereste? L’incantesimo sortì il suo effetto: il povero cavaliere fu accusato di essere stato lui a uccidere la fanciulla. E gli abitanti del borgo, in cui abitava la sventurata, lo processarono e lo incarcerarono.
In prigione, tra gli stenti e la fame, gli comparve il diavolo che lo tentò con mille astuzie e gli propose un’immediata scarcerazione, e anche fama, potenza, addirittura poemi a lui dedicati, a patto però che non continuasse a compiere atti di giustizia. Ma, malgrado il povero cavaliere temesse di esser stato abbandonato da Dio, ebbe la forza di rispondere: “Mio nemico, non tormentarmi più!” “Caro cavaliere, -gli rispose il diavolo con voce suadente- io non ti son nemico. Come puoi chiamar tale chi ti vuole aiutare? Voglio solo farti comprendere che, se vivi così, sarai angustiato da mille tormenti e io non voglio vederti triste. Perciò, accetta ciò che ti ho proposto”. Il cavaliere, con le lacrime agli occhi, pregò la Vergine e strinse fortemente tra le sue mani la grossa catena di Rosario che portava nel camicione. “Mio nemico, -rispose deciso- il rifiuto che ti do è tanto grande, come grande è la gioia che prova la mia spada nel servire Dio, il suo Re!” Così, il cavaliere nero dovette scontare tutta la pena e poi ritornò a compiere il bene.
Mentre vagava per le campagne, gli capitava spesso di salvare dame, proteggere deboli, diseredati, vecchi e bambini. Ma solo quelli che venivano salvati gli volevano bene. Infatti, il popolo parlava sempre peggio di lui e lo si credeva così un malfattore che in tutte le case per impaurire i bambini si minacciava di far venire il terribile e crudele cavaliere nero. Nei borghi, addirittura, gli sbarravano le porte e non gli offrivano ospitalità.
Un giorno accadde che in un borgo scoppiò una violenta faida fra due famiglie nobili e il cavaliere si prodigò per ristabilire la pace. Ma, tanto si prodigò, che le due famiglie smisero di odiarsi tra loro e si allearono per lottare contro di lui. Egli fu ugualmente felice, perché le due famiglie non continuarono a combattersi; ma, calunniato, fu nuovamente imprigionato. Gli fu inflitta una lunga condanna e il diavolo ritornò alla carica. Comparve e gli disse: “Caro cavaliere, ti do la possibilità di pensare ancora una volta alla mia proposta. Ti farò scarcerare immediatamente e ti farò anche rendere onore. Ti darò la gloria e anche la ricchezza. Farò sì che tutti sappiano che sei stato tu l’autore di tante imprese gloriose, se solo non aiuti quelli che hanno bisogno e mi giuri fedeltà.” Malgrado il cavaliere temesse ancora di essere stato abbandonato, ebbe la forza di rispondere: “Mio nemico, non tormentarmi più!” “Caro cavaliere, -gli rispose ancora il diavolo con la sua voce sempre più suadente- io non ti son nemico. Come puoi chiamar tale chi ti vuole aiutare? Voglio solo farti comprendere che, se vivi così, sarai angustiato da mille tormenti e io non voglio vederti triste. Perciò, accetta ciò che ti ho proposto”. Il cavaliere avvertì nuovamente le sue gote bagnarsi di lacrime; allora pregò la Vergine e strinse tra le sue mani la grossa catena di Rosario. “Mio nemico, -rispose deciso- il rifiuto che ti do è tanto grande, come grande è la gioia che prova la mia spada nel servire Dio, il suo Re!” Così, anche questa volta il cavaliere nero scontò per intera la sua lunga ed interminabile condanna. Poi ritornò a salvare, a proteggere, a far rispettare la legge e, come al solito, solo quelli che venivano salvati da lui gli volevano bene, mentre per gli altri il cavaliere nero rimaneva un assassino ed un malfattore.
Un giorno accadde un altro episodio: il cavaliere si trovava nelle prossimità di un ruscello. Decise di fermarsi per abbeverare il cavallo, quando scorse tra alcuni cespugli un corpo di uno sventurato. Il poveretto non era ancora morto, ma perdeva molto sangue. Disse, balbettando, di esser stato assalito da alcuni briganti; gli avevano rubato tutto e lo avevano malmenato. Il cavaliere nero cercò con delle erbe di tamponargli una grossa ferita alla testa, ma invano, e di lì a poco lo sventurato spirò. Allora il cavaliere iniziò a scavare una fossa sotto un vicino faggio, ma, mentre lavorava faticosamente, passò una scorta di cavalieri cha accompagnavano degli uomini importanti di un vicino borgo. Questi scoprirono il corpo e lo riconobbero essere di un certo messo comunale che era stato incaricato di trasportare una grossa quantità di monete. Fecero perquisire il cavaliere nero e addosso non gli trovarono nulla; ma, rovistando nel borsone legato al cavallo, scoprirono tante monete sonanti. Il cavaliere nero sapeva di non possedere nulla e si stupì, ma intanto i cavalieri già lo stavano facendo incatenare. Il cavaliere, accusato di aver ucciso il messo, fu ancora una volta incarcerato, processato e persino condannato a morte. Il giorno prima della pena capitale, il diavolo ritornò alla carica e lo visitò nella cella, mentre ormai era già affranto per la vicina morte. “Caro cavaliere, -gli disse- per l’ultima volta ti do la possibilità di pensare alla mia proposta. Non solo farò sì che ti sia data la grazia, ma farò in modo che tutti si ravvedano e capiscano che tu hai ragione. Ti farò rendere onore e gloria, se solo ripudi il tuo Re e mi giuri fedeltà”. Ormai il povero cavaliere credeva proprio di esser stato abbandonato, ma ebbe comunque la forza, quasi istintiva, di rispondere: “Mio nemico, non tormentarmi più”. “Caro cavaliere, -incalzò il diavolo- io non ti son nemico. Come puoi chiamare tale chi ti vuole aiutare? Voglio solo che tu possa continuare a vivere; io non voglio vederti morire tra mille patimenti. Perciò, accetta ciò che ti ho proposto”. Il cavaliere avvertì, ancora una volta, le sue gote bagnarsi di lacrime e tentò di nuovo: pregò la Vergine e strinse sul suo petto la grossa catena di Rosario. “Mio nemico, -rispose deciso ma singhiozzando- io rimarrò fedele ad un solo Re, ed Egli è Colui che ho scelto da tempo… Il rifiuto che ti do è tanto grande, -qui la sua voce si fece più grave perché il suo cuore era realmente tentato- come grande, -urlò coraggiosamente- grandissima è la gioia che prova la mia spada nel servire Dio, il suo Re!” “Quale gioia?! –incalzò il diavolo- La gioia della morte?” “Il mio Re non mi abbandonerà, ne sono certo”. “Non ti accorgi che ormai anche come cavaliere sei fallito. Il tuo viso è pieno di lacrime come quello di un bambino sgridato”. “Mio nemico, -ribatté imperterrito il cavaliere- il mio Re non mi abbandonerà. E se piango, è perché anche il pianto è coraggio!” Così il diavolo sparì e il povero cavaliere nero trascorse la notte continuando a piangere. Avvertiva il cuore borbottargli in gola, l’angoscia attanagliargli la mente e prenderlo fin dentro lo stomaco. Gli sembrava di stare dentro una scura caverna e da lì non esser più capace di uscire. Si sentiva abbandonato e per pochi istanti la follia lo dominò: pensò di esser stato realmente uno stupido a voler divenire cavaliere di Dio, di un Re che non veniva a soccorrerlo, di esser stato ancora più stupido nel rifiutare le allettanti proposte del diavolo e il suo animo lo invitò ad invocarlo. Allora comprese, malgrado non lo vedesse come prima, che il suo nemico gli era ancora accanto a tentarlo ancor più di quanto avesse fatto apparendogli. Pregò ancora la Vergine e strinse al cuore la catena di Rosario, guardò la sua spada e ricordò tutte le imprese che fino ad allora aveva fatto e un dolce sorriso rallegrò il suo viso prostrato. “Che stupido sono stato a dubitare. –pensò- Se il mio Re ha voluto che io facessi tutto questo, non può avermi abbandonato”. E si addormentò con più serenità.
Il mattino seguente, prima che le guardie venissero a prenderlo per condurlo sul posto dove doveva essere eseguita la condanna, il cavaliere si confessò e il monaco rimase sorpreso di trovarsi dinanzi un uomo così innocente, ma non poté fare altro che rammaricarsi per l’ingiustizia che si stava per compiere. Intanto il popolo acclamava ed invocava che al più presto tutto fosse compiuto. Imprecava, accusava, giudicava, senza accorgersi di essere come burattini che lavoravano per un burattinaio per il quale, se l’avessero realmente saputo, non avrebbero mai voluto lavorare. Ma ad un tratto, proprio mentre il cavaliere nero stava per reclinare il corpo, un esercito di angeli giunse dal cielo a trattenere il braccio del boia. Erano angeli strani: avevano la forma di poveri, di deboli, di anziani, di fanciulli, di vedove, di tutti quelli ch’erano stati aiutati dal cavaliere nero. E una grande scritta apparve in cielo: Veritas semper vincit!, ovvero: La verità vince sempre! Il popolo allora comprese, chiese perdono al cavaliere nero e immediatamente fece sì che la fama di lui si diffondesse per tutta la cristianità.
Oggi il cavaliere nero, dopo aver combattuto eroicamente ancora altre battaglie, è, come ogni buon cavaliere, dinanzi al suo Re per l’eternità. Ma purtroppo la sua fama e il suo ricordo si sono nuovamente oscurate, perché il diavolo ancora non si è arreso. Le calunnie sul cavaliere nero tornano ad abbondare, ma vi è ancora chi ha il coraggio di dire la verità: pochi cantastorie vanno di piazza in piazza a narrare le sue gesta. E uno di essi -l’ho ascoltato con le mie orecchie- così terminò la narrazione: “Ogni volta che narro le vere vicende del cavaliere nero, avverto accanto a me una sinistra figura dirmi cose strane, ma io non ascolto, penso al mio cavaliere e continuo imperterrito a narrare le sue eroiche gesta”.

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