Apologetica con le fiabe: “Il principe Altan”

C’era una volta un anziano Re che aveva una giovane figlia da maritare. Ella era molto bella e perciò del tutto incontentabile. Non desiderava un marito solo nobile e potente ma anche bello, cortese, poeta, coraggioso e atleta. Era evidente che trovare tutte queste sacrosante virtù in un solo uomo sarebbe stato più difficile di trovare un ago in un pagliaio. Al castello giungevano principi da tutte le parti per prendere in sposa la bella Elsa –così si chiamava la principessa- ma, sebbene fossero tutti nobili e potenti, nessuno possedeva le virtù della bellezza, della cortesia, del poetare, del coraggio e dell’agilità tutte insieme. Così furono tutti respinti a malomodo. L’anziano Re cercò strenuamente di convincere la figlia a limitare le proprie pretese. Egli, prima di morire, voleva almeno aver la gioia di assicurare un nuovo Re al regno. Ed Elsa, seppure a malincuore, cercò di accontentare il genitore. “Rinuncio alla bellezza. –disse- Ma non posso rinunciare alla nobiltà, alla cortesia, alla vena poetica, al coraggio e all’agilità. Anzi, perché queste virtù possano realmente essere presenti nell’uomo che devo sposare, tutti quelli che aspirano alla mia mano dovranno superare quattro prove di estrema difficoltà!

Malgrado il tono della principessa fosse stato altrettanto incontentabile, il Re rimase comunque soddisfatto: se non altro invece di sei virtù se ne richiedevano cinque. Furono affissi bandi nei regni vicini e in essi si diceva che ogni principe che si sentisse cortese, poeta, coraggioso e abile nel fisico, avrebbe potuto sposare la bella principessa Elsa a patto però che avesse prima superato quattro difficilissime prove. Trascorsero pochi giorni che il castello della principessa fu méta di nobili cavalieri e principi ereditari. Tutti videro Elsa e se ne innamorarono. Ma tutti caddero nel più profondo sconforto non appena conobbero le prove che avrebbero dovuto superare. La cortesia doveva essere dimostrata con fini maniere; la vena poetica componendo, chiusi in una cella e nello spazio di una sola notte, diecimila versi d’amore; il coraggio, entrando, armato di un misero coltello, in una gabbia in cui sarebbero state rinchiuse tre tigri affamate; e infine l’agilità del fisico, correndo per due ore di seguito con sulle spalle due sacchi pieni di terra. Si volle comunque tentare. Fu un fallimento completo. Il pretendente che fece di più fu un cavaliere che mostrò tanta cortesia, ma che compose poco più di mille versi, peraltro brutti e inascoltabili; che ammazzò solo due tigri, e dovettero intervenire soccorsi per immobilizzare la terza che lo avrebbe sicuramente sbranato; e che corse poco più di un’ora. Il sovrano tentò di convincere la principessa ad accettare almeno costui, ma non vi fu nulla da fare. “Ho deciso che il mio uomo così deve essere e non recederò.” Ribadì la principessa Elsa.

Il vecchio Re si disperava sempre più, anche perché ormai da tempo al castello non giungevano più principi a pretendere la mano della principessa: evidentemente le notevoli difficoltà delle prove ormai erano risapute a distanza. Il vecchio Re allora guardava la figlia con aria supplichevole, ma ella rimaneva altera ed impertubabile. Un giorno bussò al robusto portone del castello un giovane principe che desiderava misurarsi nelle fatidiche prove. Ma sonore risate si levarono in tutto il castello. Risero tutti: il vecchio Re, la giovane principessa, i ministri, i sudditi e persino i servi. In realtà, colui che aveva la pretesa di provare, non solo era brutto più dell’inferno con tutti i suoi diavoli (e bastava solo questo per non farlo essere gradito), ma il suo fisico era goffo, piccolotto e presentava persino una non piccola gobba. Gli fu chiesto chi fosse e da dove venisse. “Sono Altan il principe e vengo da un regno lontanissimo, vagabondando con la mia scorta ho saputo della bella principessa Elsa e ho deciso anch’io di provare.” Disse il gobbo con una decisione che lasciò tutti stupefatti. La stessa Elsa s’intimorì e temette che quell’orribile uomo davvero potesse farcela. “Suvvia, figlia mia –la incoraggiò il vecchio Re- questo principe può far solo compassione. Così malandato e con il corpo che si ritrova non potrà mai superare le prove.

L’indomani, tra la curiosità e la derisione di tutti, il principe Altan si presentò al cospetto del Re e della principessa, pronto a cimentarsi. Egli immediatamente si dimostrò più abile del previsto. Ebbe l’ardire, il coraggio e la forza di superare tutte le prove, malgrado il Re non l’avesse aiutato così come aveva fatto con gli altri principi. Elsa scappò via a rinchiudersi nel castello mentre il vecchio Re, attonito, ancora guardava l’imprevisto spettacolo. “E allora, maestà, ho superato tutte le prove così come dovevano essere superate?” Domandò il principe Altan al vecchio Re, dopo che ebbe finito di cimentarsi. E il vecchio Re non riusciva a pronunciar una sola sillaba, tanto era la meraviglia che lo dominava. “Sire, -continuò il principe Altan- dite alla vostra figliuola che si preparasse, tra un mese verrò a prenderla e ci sposeremo.”

Il principe e la sua scorta ripartirono, ma nel castello qualcuno singhiozzava di disperazione. Non bastavano tutti i menestrelli e le simpatiche cortigiane per cercare di consolare la principessa Elsa. Persino il vecchio Re tentava di farlo, ma invano. “E’ troppo brutto, è troppo brutto –la principessa ripeteva piangendo- come potrò sposare un uomo così brutto, come potrò?!

Il mese passò assai presto e giunse il principe Altan. La principessa non volle scendere dalla torre in cui si era rinchiusa e il povero Re non sapeva cosa dire per giustificare il comportamento della propria figlia. Altan andò su tutte le furie: “Come sarebbe a dire che la principessa non vuole allontanarsi dalla torre?! Ella ha promesso la sua mano a chiunque avesse superato le prove, io le ho superate, dunque, ella mi deve sposare! Se la principessa non si decide di scendere, con le mie truppe assedierò il castello e non ce ne andremo fin quando Elsa non mi sposerà!

I giorni trascorrevano e qualsiasi tentativo, operato dall’anziano genitore, dai ministri, dai cortigiani, di convincere Elsa svanivano nel vuoto. “Principessa, -le dicevano tutti- ormai non potete rifiutarvi. La promessa è stata data. Voi stessa avete rinunciato alla virtù della bellezza a patto che ci fossero quelle del coraggio, della cortesia, della poesia e dell’agilità, dunque, non dovete rammaricarvi.” “Ma è troppo brutto, è troppo brutto.” Ella continuava disperatamente a rispondere.

Un giorno, però, proprio quando ancora nulla era stato risolto e il principe Altan con le sue truppe continuava ad assediare il castello, giunse allo stesso, e non si sa come, un potente mago. “Sono venuto –disse alla principessa Elsa- perché ho saputo della vostra angoscia. Se voleste, potrei aiutarvi.” Gli occhi della principessa si riempirono di gioia. “Lo voglio, lo voglio, aiutatemi.” “Vi aiuterò –riprese il mago- ma prima sono obbligato a dirvi che il principe che vi attende sotto le mura di questo castello è davvero cortese, poeta, coraggioso e agile come ha dimostrato di essere superando le quattro prove.” “Non mi interessa, voglio disfarmene perché è troppo brutto.” Concluse Elsa.

Così il mago ordinò di voler vedere tutte le serve del castello. Dapprima non fu compreso il motivo di quello strano ordine, poi fu a tutti noto: si voleva scoprire quale delle serve potesse essere sacrificata alle sorti del principe Altan, e quale di esse somigliasse di più alla principessa Elsa. Anche se la somiglianza fosse stata lieve, le abili arti del mago avrebbero fatto sì che questa si perfezionasse del tutto. Così fu. Una timida serva, dal nome Lisen, fu prescelta. Ella accettò per fedeltà alla principessa. Il principe Altan quando la vide non s’insospettì minimamente. Più difficile fu l’incontro per Lisen: non credeva che la bruttezza del principe arrivasse fino a quel punto. Stava quasi per scappare, ma poi non si sa quale forza la trattenne. Dei grossi lacrimoni le iniziarono a scendere sul viso. Più che la fedeltà alla principessa Elsa, la trattenne il senso di tenerezza verso quello sfortunato principe. Sì, Lisen aveva un cuore grande come un castello e non poteva essere insensibile verso quell’uomo, che, in fondo, altro non desiderava che una donna potesse accoglierlo ed amarlo.

I giorni trascorrevano velocemente e, malgrado la bontà straripasse dal suo cuore, Lisen avvertiva mille difficoltà nel frequentare il principe Altan ed egli se ne accorse. Questi, un giorno, con gli occhi che gli luccicavano di lacrime, arrivò a dire: “Principessa Elsa, io vi amo più di ogni altra creatura, ma capisco che la mia bruttezza non può pretendere che qualcuno possa volermi bene e, dal momento che non tollero amore imposto, vi chiedo perdono per aver preteso che venisse rispettata la promessa. Stesso domani dalla mia scorta vi farò accompagnare al castello di vostro padre.” Lisen non ebbe la forza di pronunziar parola, ma scoppiò a piangere a dirotto. Allora il principe le pose dolcemente una mano sul viso. “Suvvia, non piangete –la esortò mentre l’accarezzava- Se c’è qui qualcuno che deve piangere, questo sono io e non altri. Spesso lo faccio guardandomi nello specchio”.  Ma Lisen, seppur non più a dirotto, continuava a piangere. “Suvvia, principessa, vi ho detto che non dovete rammaricarvi di nulla, proprio di nulla. I miei soldati già sono pronti per scortarvi fino al vostro castello. Vostro padre senz’altro vi attenderà con ansia e…” “…Ma io non voglio andarmene.” “E allora perché piangete?” “Piango di profondo amore.” E Lisen si avvicinò al viso del principe, lo accarezzò dolcemente e lo baciò. “Adesso, principe Altan, vi amo anch’io più di ogni altra creatura.” E sì, la dolcezza del principe aveva saputo far dimenticare la bruttezza; e le parole della serva Lisen erano state davvero sincere.

I giorni trascorrevano velocemente, perché l’amore infiammava sempre più i cuori dei novelli sposi. Entrambi si riscoprivano sempre più innamorati. Il principe Altan poi si stupiva ancor più della dolcezza di chi gli stava accanto. “Elsa, -le diceva spesso- eppure tu eri famosa per la tua scortesia, ora mostri, invece, una grande dolcezza.” Lisen soffriva non poco nel non poter dire la verità. Malgrado fosse così brutto, amava tanto il suo principe, ma si rammaricava che egli era stato e continuava ad essere ingannato.

I giorni, comunque, continuarono a trascorrere e così le stagioni ad alternarsi. Si giunse al momento in cui un lieto evento venne a rallegrare il castello: Lisen partorì uno stupendo marmocchio e subito furono organizzati banchetti, feste e per tutto il contado furono distribuiti dolci, manicaretti e vino a fiumi. Una mattina, Lisen si trovava ancora a letto, entrò nella sua stanza un bel giovane, alto e con gli occhi chiari. Lisen si intimorì a quella vista e gridò aiuto, invocando Altan. “Non temete, mia principessa –le disse sorridendo lo sconosciuto- Altan non potrà venire più.” Lisen scoppiò a piangere. “Cosa gli è successo?!” –si disperò- Cosa avete fatto al mio amore?!!” Ma lo sconosciuto continuò a sorridere. “Altan non potrà più tornare, perché il vero principe Altan lo avete dinanzi ai vostri occhi, mia principessa.” Lisen continuava ad invocare aiuto. “Mia principessa, vi prego non agitatevi e fissatemi negli occhi. Li riconoscete? Non sono forse quelli che avete già amato?” E così Lisen comprese che quell’uomo che le stava davanti era davvero il principe Altan. Ma come poteva spiegarsi quel mutamento? “Mia principessa, tanti anni fa una terribile strega, perfida amica del demonio, mi fece un incantesimo. Ella, amante delle tenebre e del male, non riusciva a sopportare tutto quello che facevo per il Signore e così mi trasformò in un uomo bruttissimo. L’incantesimo sarebbe svanito solo se una donna mi avesse amato, tanto amato da riuscire a darmi un figlio. Ed ecco ora il vero principe Altan. Ho già fatto avvertire tutti nel castello. Solo qualche vecchio cavaliere era a conoscenza dell’incantesimo che avevo subito.” Lisen smise di piangere, ma provava un visibile imbarazzo. “Capisco la vostra perplessità, mia principessa, ora vi sembrerà dover amare un altro uomo, ma convincetevi che quel principe ed io siamo la stessa persona. Se ciò vi riuscirà difficile, osservate i miei occhi e ne sarete convinta. Dal canto mio, vi amo ancor più per questa vostra difficoltà. Ciò significa che voi amate non per la bellezza ma per il cuore che quel principe ha saputo offrirvi e a quel cuore desiderate rimanere fedele.” A queste parole, Lisen fissò gli occhi del principe, poi gli si avvicinò e lo baciò.

Era usanza in quei tempi fare tornei e giostre per misurare l’abilità dei più nobili cavalieri. Tali tornei si organizzavano ora in un castello ora in un altro; quell’anno dovevano tenersi nel castello dell’anziano Re e della principessa Elsa. Giunsero tutti i più valorosi cavalieri e giunse anche il principe Altan. Egli, neanche a dirlo, stravinse tutti in abilità e in coraggio; alla fine dovette ricevere gli omaggi dell’anziano Re. “Valoroso cavaliere –disse questi- come vi chiamate?” Il principe non disse il suo vero nome per non generare confusione e utilizzò iun suo secondo nome: “Mi chiamo Thoran.” “Toglietevi l’elmo, sono curioso di conoscervi in viso.” Mentre Altan ubbidiva, la principessa Elsa si trovava affacciata sulla loggia del suo appartamento e immediatamente s’innamorò di quello sconosciuto cavaliere. Quando l’anziano Re venne a sapere della cosa ne gioì profondamente. “Finalmente qualcuno che sia riuscito ad intaccare il cuore di mia figlia.” Pensò.

Il principe Altan abbandonò il castello senza dir nulla, né tantomeno sapeva che in quel castello risiedesse la vera principessa Elsa. Questa, intanto, soffriva molto e da allora le sue giornate furono costellate da una profonda tristezza. Si rammaricava di non poter più rivedere quel cavaliere e si confidò con l’anziano genitore. Si decise di mandare soldati alla ricerca del castello di quel misterioso cavaliere Thoran. Quando le ricerche terminarono con successo, nessuno voleva credere a quello che veniva raccontato. “E’ impossibile che il principe Thoran sia lo sposo di Lisen la serva” Si meravigliarono tutti.

La principessa Elsa volle andare a verificare di persona. Scoprì la vera realtà e venne a conoscenza dell’incantesimo subito dal principe. “Il principe e la sua sposa si vogliono davvero bene?” Domandò con ansia ad alcune cortigiane. “Dire che si amano infinitamente forse è dir troppo poco.” Risposero. Elsa scappò via e scoppiò a piangere.

Al suo castello le giornate continuarono a trascorrere tristemente nel ricordo del cavaliere di cui si era innamorata. L’invidia nei confronti della sua serva Lisen iniziava a roderle l’animo e questo, che già era tanto cattivo, si inasprì ancor di più. “Così come soffro io, deve soffrire anche quella stupida serva.” Concluse. Ordinò ad un messo di andare al castello del principe Altan per dire tutta la verità. Quando il messo raccontò tutto, il principe impallidì e Lisen si mise a piangere, stringendosi fortemente al suo uomo. “Mio principe, -balbettò singhiozzando- se prima non vi ho detto nulla per fedeltà alla mia principessa, dopo è stato il mio amore per voi a cucire la mia bocca: avevo troppo timore di perdervi.” Il principe la perdonò all’istante e la baciò dinanzi al messo, poi disse a costui: “Adesso ritornate al vostro castello e riferite a tutti ciò che avete visto; ricordate a tutti, anche alla vostra principessa, che il principe Altan è fedele al suo amore.

Il messo ritornò al castello e riferì tutto ad Elsa. La gelosia, l’invidia e il rammarico aumentarono nell’animo della principessa e i suoi giorni furono ancora più tristi. La cattiveria accresceva nel suo cuore ed ella decise di mandare alcune sue guardie fedeli a rapire il principe e ad uccidere la serva Lisen. La missione fu compiuta: Lisen venne assassinata e Altan imprigionato senza che venisse a conoscenza della morte della sua sposa. Nella prigioni del castello di Elsa, Altan soffrì le pene fisiche più indicibili, ma su tutte quelle che più l’affliggeva era l’esser lontano da Lisen e non saper cosa le fosse toccato. Un giorno gli fece visita la principessa Elsa in persona. “Cosa vi frena ad amarmi? –gli disse- Non vedete, io sono perfettamente uguale alla mia serva.” “La vostra somiglianza –rispose il principe- è davvero strabiliante, ma quel che conta non è il corpo è il cuore. Dentro il vostro petto, principessa Elsa, non batte il cuore di Lisen.” Il viso di Elsa divenne verde dalla rabbia.

Una notte, nel profondo della notte, Altan non riusciva a prender sonno. Si girava e rigirava nervosamente sulla modesta brandina. Credette che ciò dipendesse dall’umidità di quelle inospitali carceri, ma poi comprese che forse altro lo infastidiva. Mentre la sua tensione si faceva sempre più insopportabile, un gran bagliore investì i suoi occhi e vide dinanzi a sé apparire la sua bella sposa Lisen. “Mio principe, -gli disse con voce dolcissima- ti parlo da un mondo diverso da quello che ci ha visto sposi. Io son morta, mio principe. Son morta, uccisa da chi vorrebbe strapparvi al mio cuore. Colei che vi ha rapito, mi ha anche ucciso, massacrata con le spade dei suoi crudeli soldati.” Gli occhi del principe Altan si riempirono di lacrime: “Non potrò più rivedervi?” “Mai più potremo rivederci su questa terra, mio principe. Anch’io non potrò più rivedere i vostri occhi chiari, ma pregherò sempre per voi, certamente lo farò.” Il principe Altan piangeva a dirotto: “Mia sposa, ditemi che non è vero! Che è solo un terribile incubo quello che sto vedendo!! Vi prego, ditemelo!!” Ma la visione scomparve repentinamente, come repentinamente era comparsa. Il principe si ritrovò nuovamente solo in quelle terribili carceri ma questa volta più affranto, con un’angoscia terribile che gli incatenava il cuore.

Trascorsero ancora molti giorni e più il tempo passava, più l’angoscia aumentava. Molte volte, forse uscendo anche di senno, il principe sperava l’insperabile e credeva che la visione che aveva ricevuta fosse stata solo un’allucinazione, ma poi l’angoscia lo riconquistava più crudelmente di prima e il cuore gli batteva forte fino a borbottargli in gola. Un giorno tornò a fargli visita la principessa Elsa. Quella volta ella sembrava ancor più simile a Lisen; il principe, addirittura, credette che fosse la sua sposa e appena la vide gli si illuminò il viso di gioia. “Io non sono la serva Lisen, -disse duramente Elsa- Lisen è scappata. Forse, principe Altan, vi ha tradito con un vostro cavaliere. Io sono Elsa la principessa e sono venuta a riproporvi il mio amore.” Altan abbassò mestamente il capo, comprese che davvero Lisen era morta poi guardò stranamente Elsa. Quel giorno la somiglianza fra le due donne era davvero grande e il principe dinanzi a quella somiglianza non rimase del tutto indifferente. Elsa poi abbandonò la cella, ma i giorni che seguirono a quella visita il principe non li avvertì indifferenti. Sì, l’angoscia era sempre lì, pronta ad attanagliargli il cuore, ma qualcosa di indefinibile era a tentarlo.  Dapprima Altan non riuscì a comprendere cosa fosse, poi lo scoprì: iniziava a non sopportar più quella situazione di prigioniero, così quello star solo senza dialogare con nessuno…e poi quella Elsa che somigliava tanto a Lisen e che non gli chiedeva altro che il suo amore. Compiuti questi pensieri, il principe si disperò: si fece terribilmente pena. I giorni trascorrevano, quei terribili pensieri non l’abbandonavano ed egli alternava disperazione a presunta serenità. Si sentiva terribilmente tentato e piangeva, quando Elsa ritornò ancora una volta nella sua cella. Ella quel giorno era ancor più simile a Lisen e, vedendolo piangere, gli si avvicinò e gli accarezzò il viso: “Nobile principe, come mai piangete? Posso io consolarvi.” Ad Altan quelle carezze parvero proprio uguali a quelle che Lisen gli faceva, ma tentò disperatamente di resistere. Elsa gli si avvicinò ancor di più e lo baciò, ma il principe, seppur non partecipando, non ritrasse il suo viso. Quando Elsa andò via, le lacrime ancor più numerose scesero sul volto di Altan. Un’indicibile prostrazione lo dominò nei giorni che seguirono: da una parte voleva rimanere fedele, provava gioia nei momenti in cui voleva farlo; dall’altra, non lo abbandonava la tentazione di libertà di posseder quella donna, che poi altro non era che una copia di Lisen. Un giorno risentì nella sua mente le parole che aveva rivolte ad Elsa la prima volta che ella era venuta a fargli visita nella cella: “La vostra somiglianza è davvero strabiliante, ma quel che conta non è il corpo è il cuore. Dentro il vostro petto, principessa Elsa, non batte il cuore di Lisen.” Per non cedere alla tentazione, egli ripeteva continuamente quelle parole, fin quando non comprese che doveva andare contro la sua natura. S’inginocchiò pronto a chiedere ciò che lo aveva sempre affranto nella sua vita e che quando era svanito lo aveva riempito di gioia. S’inginocchiò e pregò il Signore che gli facesse tornare l’incantesimo. Il Signore lo esaudì. Il principe si ritrovò nuovamente brutto e poté toccare nuovamente quella antipaticissima gobba che per anni lo aveva oppresso.

Grossa fu la sorpresa di Elsa quando andò a trovarlo. L’uomo di cui si era fortemente innamorata non c’era più, ora dinanzi al suo stupore vi era nuovamente quell’orribile omiciattolo che tanto ribrezzo le aveva fatto il giorno in cui si era presentato al castello. Dopo esser stato cacciato dalle carceri, il principe venne nuovamente deriso e rifiutato da tutti, ma una gioia nel cuore lo vivificava. Si sentiva contento di esser capace di accettare l’unico modo che lo poteva far sentire legato alla donna che lo aveva amato. Egli lodava Iddio perché riusciva a rimanerle fedele. Ma le sofferenze ancora non terminarono: la terribile strega, con il demonio, cercarono di tentarlo. Loro, che gli avevano procurato l’incantesimo della bruttezza, ora lo invitavano a divenire nuovamente bello. Gli presentavano dinanzi alla sua mente le immagini del suo vero aspetto, le immagini di tanti lodi e onore nel suo bell’aspetto. Ma al principe Altan bastava pregare il Signore, ricordare il viso della sua vera donna, per vincere qualsiasi tentazione e ricucirsi il cuore in una santa fedeltà.


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