Il vento del Nord gelava il suo volto sofferto, solcato da rughe marcate. Quel volto osservava, con i suoi vitrei occhi grigi, il ruscello che scorreva silenzioso. Non pioveva già da tempo e il vento impetuoso e gelido del Nord aveva spazzato tutte le nuvole.
Da tempo quel cavaliere desiderava questi momenti: ritrovarsi finalmente solo, lontano da sguardi indiscreti che stavano ormai a giudicarlo e a condannarlo. Egli, sorridendo, pensava a quando era lui a giudicare e a rimproverare i suoi soldati e ora tirava dei sassi nelle acque del ruscello. Ora era finalmente solo e soprattutto non aveva più quel desiderato castello dinanzi ai suoi occhi. Lo aveva alle spalle e a volte sperava di essersi finalmente allontanato. Ma poi, tirava altri sassi nelle acque del ruscello e non riusciva a non girare il capo, a non ammirare solo per un attimo quegli stupendi bastioni rocciosi. S’interrogava allora sul suo fallimento. Era la prima volta che aveva provato un desiderio autentico. Pensava e ripensava ai suoi possibili errori, pensava e ripensava a quelle robustissime mura di nuda roccia che non avevano voluto cedere ai ripetuti attacchi dei suoi soldati. Pensava e ripensava alla sua insicurezza. Erano ormai giorni che non riusciva ad ordinare un attacco ai suoi soldati. Sebbene il desiderio restasse imponente e non scalfito, come sempre nel suo cuore, la volontà non gli conferiva più energia. Quel turbamento, che gli tiranneggiava il cuore e la mente e gli faceva avvertire come un gatto saltellante nello stomaco, lo angustiava più delle cento battaglie che nella sua vita aveva già combattute. Adesso avvertiva anche una lacrima scorrere sulla sua guancia e non se ne meravigliava, malgrado fino ad allora non fosse stato portato facilmente al pianto.
In quel gelido pomeriggio ventato ebbe tirato tantissimi sassi nelle acque del ruscello ed era tentato a continuare, a non fermarsi più, a non ritornare tra i suoi soldati. Essi ormai gli avevano mostrato la loro disapprovazione. Non tolleravano rimanere lì, presso quelle stupende mura di nuda roccia, senza poter far nulla, senza dover far nulla. Il loro cavaliere da diversi giorni non ordinava attacchi, non riusciva ad ordinarli. Essi non tolleravano rimanere inattivi, quasi inutili ad osservare solo il sorgere e il tramonto del sole, mentre chissà quali avventure altrove li avrebbero potuti attendere.
E allora, continuando a pensare a queste cose e il vento gelido del Nord a disordinargli i capelli, il cavaliere smise di gettare sassi nelle acque del ruscello e affranto posò il capo sulle palme delle sue mani. Ricordò il giorno in cui intravide per la prima volta il castello. Avvertì, quel dì, il cuore battergli più forte nel petto, quasi borbottargli in gola. Capì all’improvviso che quel castello doveva essere suo e che nessun altro luogo sarebbe stato più confortevole per lui e per i suoi soldati. La strada per raggiungerlo era impervia, forse troppo, ma qualsiasi sacrificio meritava essere compiuto. Ordinò ai suoi soldati di prepararsi, di scrutare la difficoltà delle rocce: non avrebbero poi dovuto attendere tanto tempo per il primo attacco. Passarono circa tre giorni per ultimare i preparativi: furono forgiate spade più solide, affilate le migliori, costruiti innumerevoli archi. Un freddo mattino –il sole campeggiava pallido in un cielo terso- il cavaliere ordinò il primo attacco. Il sangue scorse a fiumi tra i muschi pieni di rugiada che rompevano di verde la monotonia della roccia; le mura del castello in parte divennero cremisi: la disfatta fu inattesa e tremenda. Il cavaliere subì la sconfitta in silenzio; si limitò a fissare ad uno ad uno i soldati sopravvissuti, non freddamente ma con pietà. Quel cuore che gli era borbottato in gola alla vista del castello, ora batteva appena, stanco trascinava le sue pulsazioni.
La mattina seguente la sconfitta, fu terribile il risveglio. Il cavaliere scoprì bagnati di lacrime i suoi occhi grigi. Il sole gli parve ancora più pallido e i suoi soldati sconfitti: dei burattini votati al massacro. Rischiando la morte, di esser colpito dall’olio bollente che gettavano dalle mura, volle andare da solo sotto il torrione più alto del castello e, seduto sull’erba, si mise a contemplarlo. Pensava di attaccare ancora, perché a quel castello non voleva rinunciarci, ma si avvertiva debole e insicuro. Fissò, su tutto, una piccola finestra e, mentre la fissava intensamente, gli capitò una strana visione. Ad un tratto vide se stesso affacciato, sorridente e contento governare in quello stupendo castello. Il cuore iniziò nuovamente a borbottargli in gola, la speranza nuovamente lo conquistò. Tornò di corsa dai suoi e ordinò di forgiare nuove spade. Tutto il campo accolse il comando con entusiasmo. Tutti dimenticarono di colpo la pesante sconfitta subìta poche ore prima; dimenticarono i compagni ammazzati, caduti trucidati dalle spade dei nemici, e si prepararono con ansia per la nuova sortita. Ma anche il nuovo attacco fallì, e ancora più duramente del primo. E al cavaliere l’angoscia penetrò fin dentro le ossa, come umidità dannosa sulle rive di un fiume nebbioso. Il suo sguardo, rivolto verso la brughiera, in realtà si perse nel vuoto. Si distese a terra e si addormentò con tormento. Il risveglio fu indicibilmente triste.
Trascorsero diversi giorni e i soldati si chiedevano il motivo di quello stare lì senza far nulla. Non si prendeva una decisione. Forse conveniva attaccare ancora, forse abbandonare tutto, ma il loro cavaliere non si esprimeva. Per ore ed ore rimaneva immobile ad osservare il castello; si limitava a fissare i suoi soldati, ma dalla sua bocca non scaturivano comandi. “Che forse il nostro cavaliere abbia perso il senno?” Si domandavano alcuni suoi armigeri. “Che un diavolo sia tarlando la sua mente?” Si chiedevano altri. “Certo che il nostro cavaliere non l’abbiamo mai visto così spossato ed impotente” Commentavano altri ancora.
Ma intanto nulla cambiava e i giorni trascorrevano ancora: il sole tramontava e risorgeva indifferente. Dal castello nessun segnale. Sembrava fosse disabitato, abbandonato da chissà quanto tempo …e il cavaliere lo ammirava e lo desiderava ugualmente.
Il cavaliere ormai non aveva nemmeno più la forza di vergognarsi della sua condizione, se vergogna doveva provare. Di certo, non si sarebbe immaginato così impotente. I suoi soldati volevano attaccare ancora, non ricordavano angosciati le disfatte subìte, ma egli non riusciva ad ordinare un nuovo attacco. Nei giorni precedenti, qualche volta aveva avvertito il cuore risollevarsi, come quando, il giorno dopo la prima sconfitta, aveva avuto la visione di sé, contento nel torrione più alto del castello. Ma poi era ritornata l’angoscia e la speranza svaniva puntualmente. Avvertiva come uno stillicidio fastidioso…e la sua sicurezza svaniva nel nulla. Ormai era a conoscenza che al campo qualche suo soldato aveva osato parlare più del lecito. C’era chi, stanco di quel non far nulla, aveva proposto di abbandonarlo e di andarsene. Forse la maggior parte dei suoi gli rimaneva ancora fedele, ma per quanto? Poteva lui, affranto, seduto su un masso, umilmente e disperato, ancora pretendere fedeltà? Forse se qualcuno gli avesse donato una spada lucente e d’oro, ora come ora e malgrado fosse un cavaliere, non avrebbe nemmeno avuto la forza di accettarla. Ma non si sentiva di condannare chi aveva proposto di abbandonarlo e, forse, ingenui gli sembravano quelli che ancora gli rimanevano fedeli. Erano solo degli sporadici attimi quelli in cui aveva la forza grintosa di chiedersi il perché di quella sua insicurezza, ma gli servivano per tirare il fiato e affrontare l’angoscia che lo dominava costantemente.
Trascorsero altri giorni ancora e anche quei soldati che gli erano rimasti fedeli decisero di cedere alle pressioni di chi desiderava abbandonare tutto. Una delegazione si recò da lui. Lo trovarono trasformato. I lunghi capelli e la barba ormai incolti gli coprivano un viso ancor più sofferto. Lo trovarono seduto come sempre a tirare, pensoso, sassi nelle acque del ruscello. Il cavaliere sentì degli uomini avvicinarsi, ma non si voltò, sapeva già chi fossero e cosa venissero a dirgli. “Messere, siamo stanchi di star qui senza poter far nulla. Il castello, ce ne siamo accorti pagandolo con il sangue dei nostri compagni uccisi, non è conquistabile, non è per noi. Abbiamo pregato al fine di comprendere il vostro strano comportamento. Ci sembra strano il vostro cercare di essere solo, così come ci sembra senza senso il rimanere qui senza ormai nessuna speranza. Ormai dobbiamo cercare altrove quello che qui non ci è dato trovare.” “Cosa cercate, voi?” Il cavaliere domandò loro freddamente e con un tono provocatorio. Rispose uno per tutti: “Messere, che la pazzia abbia conquistato la vostra mente, questo tutti ormai lo sapevano, ma che una benché minima briciola di senno non l’aveste più, questo nessuno di noi poteva immaginarlo. Messere, è inutile che facciate queste strane domande. Lo sapete benissimo cosa cerchiamo. Cerchiamo quello che anche voi cercate. Cerchiamo un luogo dove poter essere veri cavalieri.” “Voi, insieme con me, ritenevate che questo fosse il luogo.” Esclamò il cavaliere. “Ma non siamo riusciti a conquistarlo.” Soggiunse un altro. Il cavaliere attese qualche attimo prima di rispondere. “E questo cosa significa?” Disse poi. “Significa che questo castello non è per noi; significa che dobbiamo cercare altrove!” Si udì un’altra voce tra i soldati. Sul viso del cavaliere scivolò rapidamente una lacrima: “Se c’è una cosa sicura, come il sole che riscalda, è che questo castello è fatto per noi. E’ mai possibile -continuò il cavaliere- che abbiate già dimenticato tutto? Adesso vi è proprio estraneo il ricordo di quel cuore che vi palpitava nel petto nel momento in cui vedeste per la prima volta questo castello? Vi è proprio estraneo il ricordo dei vostri mille sforzi nel combattere, nel tentativo di conquistare ciò che si aveva il desiderio di conquistare?… Come avete potuto dimenticare tutto?!…” Il cavaliere si alzò, lanciò altri sassi nelle acque del ruscello, poi stancamente si risedette. “… E’ per questo che vengo qua a star solo: per meglio ricordare. Non voglio dimenticare nulla. Se dimenticassi, muterei …ed io non voglio mutare. Giuro che non lo voglio! Preferisco ancora soffrire, ma non mutare i miei desideri …Sì, è vero, molte volte, inconsapevolmente, ho sperato di aver la forza di abbandonare tutto, di andarmene; ma poi ho pregato perché questa forza non venisse meno. Preferisco esser debole, ma fedele. Se non avessi costatato che il desiderio di conquistare questo castello non fosse stato sincero, allora avrei potuto abbandonar tutto; ma il mio desiderio è stato fin troppo sincero e Dio solo sa quanto. Miei soldati, lo so, mi ritenete ormai pazzo; pensate che chissà quale incantesimo abbia subito, ma credetemi, ve ne prego, fuggire, abbandonare tutto, non farebbe altro che peggiorare la nostra situazione. Non solo offenderemmo il nostro onore e la nostra fedeltà, ma non diventeremmo mai cavalieri veri, perché nessun altro castello potrebbe soddisfarci. Se quel giorno i nostri cuori hanno palpitato in quel modo, potete star certi che non potrebbero mai più palpitare per nessun altro luogo.” Il cavaliere si rialzò e lentamente si avvicinò ai suoi soldati. Procedeva accanto a loro e li fissava uno a uno. “Voi dite che io sono cambiato -disse- e forse avete anche ragione. Ma, credetemi, sono passati pochi giorni perché anch’io non vi riconoscessi più. Forse un tempo non vi sarebbe balzata nemmeno per un attimo l’idea di abbandonare, di arrendervi. In questi giorni, invece, ci avete pensato. Il tempo trascorre, il castello non cade sotto i nostri attacchi e voi disperate. Ma credete forse che il tempo possa scalfire un desiderio?” “Uomini, -continuò il cavaliere- Se vi dicessi che sono contento di questa situazione, vi direi una gran menzogna. Io ho perso la sicurezza, la forza di agire e spesso anche la speranza, ma Dio non ha voluto che perdessi la fedeltà! Sì, ho perduto corazza e spada, perché non ho più la forza di utilizzarle, ma un’altra arma mi è rimasta: la fedeltà!” Il cavaliere ebbe un momento di disperazione, si portò rapidamente le mani in viso e urlò angosciato: “Ve ne prego, non tentatemi!! Se volete abbandonarmi, abbandonatemi! Ma non tentatemi…” “Messere, è stupido che voi parliate in questo modo -sentenziò un soldato- Anche i desideri mutano con il tempo. Gli inverni trascorrono e le nevi si sciolgono, le estati finiscono e poi le nevi ritornano e tutto cambia, anche i desideri. Chissà il tempo quanti altri castelli ci riserverà d’incontrare, basterà solo attendere e dimenticare.” Al cavaliere non restò altro che sorridere alle parole ascoltate. Poi tacque. Si riavvicinò al ruscello e iniziò nuovamente a gettare sassi nelle acque. “Messere, -aggiunse a voce alta lo stesso soldato- restate pure a fare compagnia alle rane di questo ruscello e come un bambino continuate pure a sperare che da solo possiate conquistare quello che in tanti non siamo riusciti a conquistare. Da parte mia maledico il giorno in cui decisi di giurarvi fedeltà!” Gli altri soldati sottolinearono con un clamore di approvazione tali parole e tutti abbandonarono il loro cavaliere.
Trascorsero altri giorni e il cavaliere, solo, ormai spogliato delle armi, rimaneva vicino al ruscello a gettare sassi nelle acque e ogni tanto girava il capo a contemplare il castello che gli stava di spalle. I giorni trascorrevano e grossi tormenti gli turbavano l’animo: a volte considerava tanto ingenuo e ridicolo stare lì da solo, ad attendere cosa? Cosa mai sarebbe potuto accadere ora che i suoi soldati lo avevano abbandonato? Ma poi il non voler tradire la fedeltà al suo desiderio, lo ritemprava, gli dava forza per perseverare. Una notte –la neve scendeva copiosa a ricoprire di un mantello bianco tutto il paesaggio- il cavaliere non riusciva a prender sonno. Avvolto in una modesta pelle di alce, si girava e rigirava nervosamente. Non era di certo il gelo ad innervosirlo, ma qualcos’altro che ancora non riusciva a capire. Rimase disteso, ma con gli occhi sbarrati. Ad un tratto gli parve che le acque del ruscello iniziassero a luccicare. Si stropicciò gli occhi temendo di non veder più bene, e invece era così: le acque del ruscello luccicavano sempre più. Era uno spettacolo bellissimo: la neve che a fiocchi cadeva e le acque del ruscello che luccicavano come fossero colate di argento fuso. Improvvisamente, dalle acque emerse una donna bellissima tutta vestita d’argento. Il cavaliere nuovamente si stropicciò gli occhi, ma quella donna bellissima era ancora dinanzi a lui e sorrideva dolcemente. “Non sono una fantasia della tua mente.” Ella disse. “Chi sei e che cosa vuoi da me?” Domandò il cavaliere sempre più stupito. “Sono colei che non hai voluto abbandonare e sono venuta a lodarti per la tua fedeltà. Dio ha voluto che ti apparissi per invitarti alla speranza, per darti forza e non abbandonare tutto. Dimentica i tuoi soldati. L’errore, malgrado accettato dalla maggioranza, rimane sempre errore; e la verità, malgrado accolta da una sola persona, rimane pur sempre verità. I tuoi soldati ormai significano il futuro. Ci sarà, infatti, un tempo in cui la verità e l’onore saranno valori dimenticati; si seppelliranno nella dimenticanza dell’oblio e tutti quelli che agiranno come te saranno tacciati retrogradi, uomini che non riescono a correre quanto è necessario per stare dietro alla carrozza della Storia …e allora io sarò vicino a loro, come ora sono vicina a te. Solo pochi mi conserveranno, ed io a costoro sarò vicina.” Mentre i suoi occhi luccicavano di pianto, il cavaliere fece per intervenire, ma la donna svanì nelle acque argentee del ruscello.
Il mattino seguente, il cavaliere credette che quella visione meravigliosa fosse stata solo un bellissimo sogno e null’altro. E derise la sua ingenuità che era arrivata fino al punto di farlo fantasticare in quel modo. La sua angoscia aumentò, così anche la tentazione di abbandonare tutto. “Ma cosa mi sta succedendo? – si chiese meravigliato – Mai come ora mi sono sentito così insicuro. Avverto così forte il desiderio di abbandonare.” Riuscì però a resistere fino a sera e nuovamente si distese sulla pelle di alce.
Quella notte non nevicava, ma il gelo era comunque intenso. Anche quella notte i suoi occhi non volevano chiudersi. Per un attimo sperò che accadesse nuovamente la visione della sera precedente. Ma poi si accusò stupido. “Fino a che punto è giunta la mia ingenuità!” Pensò. Ma non fece in tempo a terminare il suo pensiero che vide le acque del ruscello iniziare a luccicare nuovamente. Questa volta si stropicciò gli occhi con ancor più decisione, ma le acque continuavano a luccicare argentee. Di colpo apparve la donna. Al cavaliere il cuore iniziò a battere forte: aveva capito che non stava sognando. “Cavaliere! –disse la donna con tono di rimprovero- hai dubitato che io potessi esistere. Hai ragionato come avrebbero ragionato i tuoi soldati se fossi apparsa loro. Hai ragionato come tra poco ragioneranno tutti nel mondo!” Il cavaliere si disperò: “Ti scongiuro, perdona il mio errore, non volevo offenderti.” “Cavaliere, tu non hai offeso me; hai offeso la Verità! Dubitare di chi viene in aiuto alla tua fedeltà, è dubitare della fedeltà!” Il cavaliere abbassò mestamente il capo e non ebbe la forza né di parlare, né di guardare. Ma la donna tornò a sorridere. “Dio già ti ha perdonato –riprese dolcemente- e vuole che tu agisca. Egli vuole che tu prenda solo questa spada –dalle acque del ruscello emerse una stupenda spada d’oro- e attacchi questo castello per conquistarlo.” “Ma come posso da solo?” “Non ti porre queste domande. Se hai fiducia, segui le mie parole.” E la donna svanì ancora nelle acque del ruscello.
Il mattino seguente, al cavaliere non sembrarono estranee le parole ascoltate dalla donna. La forte stranezza che in esse si manifestava non ne pregiudicavano la familiarità. In realtà, il cavaliere a quelle parole ci aveva sempre pensato, come spesso si pensano le cose più strane ed assurde. Non sperava più in nulla, tantomeno nell’assurdo; ma non aveva potuto in quei giorni incatenare il suo pensiero: perciò non gli sembravano estranee quelle assurde parole. Ma ora ci rideva su. “Lottare da solo, per far cosa? –pensava freddamente- Forse per morire da eroe? Certo che questa sarebbe una logica fine per questa strana storia, ma è da pazzi o da eroi pensarlo? Eppure quella donna era vera, visibile ai miei occhi più del sole che tramonta e della neve che scende a fiocchi in inverno. Le sue parole le ho ascoltate con le mie orecchie, come adesso ascolto il tenue scorrere delle acque di questo ruscello o il sordo rumore di questo sasso che vi getto –e lanciò un sasso nelle gelide acque- posso io aver capito male? No di certo. E allora? Cosa mi resta da fare? Accettare l’assurdo o seguire il buon senso? Ma quella donna ha parlato. E se lo ha fatto, non lo ha fatto per nulla. Non posso rendermi sordo, perché ascolto ancora –e lanciò violentemente un altro sasso nelle gelide acque- ma non posso nemmeno rendermi pazzo, perché ragiono ancora. Cosa dovrò fare?” Per pochi attimi il cavaliere non pensò, la sua mente rimase sgombra come un sacco svuotato, poi il suo sguardo cadde sulla spada d’oro. “Quanto è bella! –riprese a pensare, continuando ad osservarla- un dono che non può essere senza significato. Di certo non mi è stata donata per nulla. Ma può essere un dono dell’assurdo! Oh no! Che terribile non senso avvolge questa strana situazione…”
Il giorno seguente –il sole era già alto nel cielo e grosse nuvole scure minacciavano di imprigionare i suoi pallidi raggi- il freddo vento del nord gelava il viso sofferto del cavaliere. Malgrado avesse quasi tutti i vestiti strappati, avvertì la sua pelle temprata a sopportare il gelo; essa era sporca di sangue. Il cavaliere vicino a sé aveva le acque del ruscello, ma non volle lavarsi; s’incantò piuttosto a guardare ciò che aveva dinanzi: una robusta spada d’oro imbrattata di sangue. L’afferrò e la strinse al petto come un’innamorata, mentre grosse lacrime gli scendevano lentamente sulle guance. Poi ammirò il bastione che gli stava dinanzi. Era stupendo. Non riusciva a convincersi che finalmente era suo. Lo aveva conquistato. Mai aveva combattuto una battaglia del genere. Mentre aveva mulinato con forza la robusta spada d’oro, aveva visto i nemici schiantarsi a terra come frutti maturi. Nessuno era riuscito a colpirlo; aveva avvertito solo sfiorare la propria pelle dalle spade avversarie, ma il suo cuore non erano riusciti a stroncarlo. Il cavaliere si era fatto largo tra le schiere nemiche come una mandria di tori infuriati. Gli avversari avevano cercato di opporgli resistenza, ma senza successo. Egli stesso, mentre brandiva con violenza la spada, si meravigliava dinanzi a tanto furore, ma aveva continuato a mulinare la spada d’oro e i nemici a cadere come trofei di torneo.
Qui termina il racconto che da lui stesso ho ascoltato. Io ero uno dei suoi soldati, ma lo abbandonai come tutti gli altri. Anch’io, come gli altri, scelsi il Tempo e la Storia. Mi sembravano così strane e fuori moda le parole del mio cavaliere, che non volli accettarle. Mi sembrò assurda e ormai inutile la fedeltà che ancora gli riempiva il suo cuore. Mi sembrò assurdo stare lì ad attendere quando altro avremmo potuto trovare. Mi sembrò strano tutto questo, perché tra le nostre schiere si diffusero nuove idee: abbandonare tutto, ribellarsi, non rimanere più fedeli, perché tutto muta e non merita fedeltà. Mi accodai e scelsi il Tempo e la Storia. E ora vivo con il mio fallimento. Tanti anni ormai sono trascorsi da quel giorno, e adesso vivo con la mia pelle aggrinzita, con le mie ossa malandate, con i miei muscoli indeboliti, con la mia indesiderata vecchiaia. Io ero più giovane del mio cavaliere e poco tempo fa l’ho rivisto. Sono passato nei pressi di quello stupendo castello e ho visto il mio cavaliere contento a governarlo. Dapprima non sono riuscito a riconoscerlo, perché gli anni non avevano scalfito il suo aspetto. Mi sembrava impossibile che la giovinezza non lo avesse abbandonato. Credevo non fosse lui. Mi sono avvicinato e ho riconosciuto il suo viso, i suoi vitrei occhi grigi. Anch’egli mi ha riconosciuto, perché mi ha fissato intensamente, senza condannarmi. Non riuscivo a credere a quella visione, non riuscivo a capire come egli fosse potuto rimanere intatto, uguale a come era. Mi si è avvicinato e mi ha abbracciato facendomi capire la sua felicità, il suo non aver voluto scegliere né il Tempo né la Storia, ma solo la fedeltà. Sentii le sue braccia stringermi forte, io che ormai avevo perso tutte le mie forze. Avvertii quanto egli, malgrado felice, soffrisse per il mio fallimento; mentre le gelide acque del ruscello scorrevano silenziose e stavano a guardare un giovane ed un vecchio abbracciati.

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