In poche parole, cosa fece san Pio X per combattere il Modernismo?

1.Con l’enciclica Pascendi (anno 1907) papa san Pio X volle condannare il modernismo. Strano a dirsi, questa eresia fu decisamente condannata, ma non morì, anzi –come fiume carsico- andò sottoterra per poi riemergere in maniera evidente. E’ infatti innegabile che le tesi moderniste siano parte integrante della cosiddetta nouvelle theologie che tanto ha contribuito negli ultimi decenni alla diffusione di eterodosse posizioni teologiche.

2.Il cattolicesimo liberale cercò di sintetizzare la dottrina cattolica con la filosofia moderna. Papa Leone XIII ritenne opportuno pubblicare, nell’agosto del 1879, l’enciclica Aeterni Patris per ribadire l’importanza della “sacra dottrina di san Tommaso” e soprattutto come questa dottrina dovesse essere alla base di ogni insegnamento cattolico. Ciò appunto per evitare che ci si lasciasse affascinare dalla filosofia moderna. Il documento di Leone XIII, però, non ottenne il risultato sperato. Importanti facoltà teologiche (Monaco, Tubinga, Lovanio, Parigi, Strasburgo) continuavano a teorizzare la possibile coniugazione tra dottrina cattolica e filosofia moderna. E fu proprio questa volontà di coniugare l’inconiugabile che determinò la nascita del modernismo, avente un fine ben preciso: trasformare la religione rivelata, affidata alla Gerarchia della Chiesa, in un immanentismo religioso la cui evoluzione sarebbe dovuta essere controllata da una Chiesa con struttura dichiaratamente democratica. I più importanti esponenti del modernismo furono: i francesi Loisy, Houtin, Laberthonnière, Sabatier, Le Roy; il tedesco Schell, l’austriaco Von Hugol e l’irlandese Tyrrel. Tra gli italiani sono da ricordare soprattutto: Enrico Buonaiuti, Romolo Murri e lo scrittore Antonio Fogazzaro.

3.San Pio X, grazie alla sua santità, colse immediatamente il pericolo rappresentato dal modernismo e cercò in ogni modo di estirparlo. Decise per una duplice azione: da una parte, mettere all’Indice i libri contaminati dal modernismo; dall’altra, favorire la stampa antimodernista il cui sviluppo si dovette all’azione di monsignor Benigni.

4.San Pio X intervenne anche sui modernisti stessi, colpendo con sanzioni disciplinari i rappresentanti più pericolosi di questo errore. Alcuni esempi: nel 1906 ad Enrico Buonaiuti venne tolto l’insegnamento, nello stesso anno il francese Loisy fu sospeso a divinis e nel 1907 fu condannato Romolo Murri. Intervenne anche sul clero imponendo il giuramento antimodernista. 

5.Poi San Pio X passò agli scritti per ufficializzarne la condanna. Il 17 luglio del 1907 fece pubblicare sull’Osservatore Romano il decreto Lamentabili sane exitu, comprendente la condanna di ben 65 proposizioni modernistiche. Ma il vero capolavoro fu l’enciclica Pascendi Domini grecis, resa pubblica il 16 settembre (la data ufficiale è però l’8 settembre) del 1907.


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13 Comments on "In poche parole, cosa fece san Pio X per combattere il Modernismo?"

  1. LEANDRO GIANNINI | 6 Ottobre 2025 at 11:57 | Rispondi

    Grazie per questa preziosa sintesi sull’operato di san Pio X in tal senso.

  2. “Koinomadelfia” è una fraternità cristiana composta da alcuni uomini e donne che condividono stabilmente la vita, il lavoro e la preghiera comune.
    Siamo semplici laici che cercano di vivere il Vangelo nella vita comune a servizio dei fratelli e delle sorelle, e tra loro soprattutto gli ultimi.
    Lo specifico della Fraternità è vivere le opere di misericordia corporale e spirituale, annunciare e implorare la Misericordia per il mondo. La Fraternità vuole essere “il riflesso del più grande attributo di Dio, cioè la Divina Misericordia e, per realizzare tutto questo, ogni membro impetra per sé e per il mondo la Misericordia di Dio e si impegna per assimilare questo suo grande attributo prodigandosi affinché gli altri lo conoscano ed abbiamo fiducia nella bontà di Dio”.
    Proponiamo la Dottrina Sociale della Chiesa Cattolica come modello di vita sociale, politico ed economico, all’insegna del rispetto della persona, della protezione alla Vita dal concepimento fino alla sua fine naturale, a salvaguardia della Famiglia naturale fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna e in difesa del Lavoro giustamente retribuito attraverso un’economia che sia al servizio della persona e del bene comune. Ci battiamo contro il dilagante laicismo e intolleranza anticattolica ci battiamo per la difesa del Crocifisso e della nostra identità cristiana.
    Vogliamo promuovere e salvaguardare i diritti delle famiglie numerose, sostenere la partecipazione attiva e responsabile delle famiglie alla vita culturale, sociale, politica alle iniziative di promozione umana e dei servizi alla persona.

    le finalità sono le seguenti:

    1) Principalmente aiutare i giovani a vivere una vera vita cristiana, curandone la loro vita spirituale.
    2) Difendere la Tradizione e l’integrità della Fede Cattolica.
    3) Conservare e promuovere la S. Liturgia tradizionale della Chiesa, in modo particolare la S. Messa di sempre, detta di “S. Pio V”.
    4) Difendere il Sacerdozio Cattolico così come voluto da Nostro Signore Gesù Cristo.
    5) Promuovere lo studio e l’approfondimento teologico e culturale del patrimonio religioso, storico e artistico della Cristianità e farlo conoscere.
    6) Coltivare e promuovere il canto liturgico tradizionale della Chiesa (canto gregoriano) e la musica sacra, per il decoro, la sacralità e la bellezza della Liturgia.
    7) Ricristianizzare la società con la preghiera, la vita spirituale e l’apostolato.
    8) Aiutare la Chiesa a ritrovare la Sua Tradizione secolare: dottrinale, spirituale, disciplinare.
    9) Sostenere il Sommo Pontefice con la preghiera, i sacrifici e la obbedienza al suo Magistero di Pastore della Chiesa universale.
    10) Fedeltà, amore e difesa incondizionati dell’unica e sola vera Chiesa di Cristo, la Chiesa Una, Santa, Cattolica, Apostolica, Romana: nostra Madre e Maestra di Verità.
    11) Pregare per le vocazioni sacerdotali e religiose e per la santificazione dei Sacerdoti.
    12) Venerazione e devozione al Cuore Sacratissimo di Gesù e al Cuore Immacolato di Maria.

    Mission

    1) La Fraternità Cristiana “Koinomadelfia”, è una istituzione civile ed ecclesiale. Ha come fondamento la Divina Provvidenza, come anima la carità di Cristo, come sostegno la preghiera, come centro i Poveri. Essa comprende suore, fratelli, sacerdoti e laici che a vario titolo realizzano le sue finalità.

    2) La Fraternità si prende cura della persona povera, malata, abbandonata, particolarmente bisognosa, senza distinzione alcuna, perché in essa riconosce il volto di Cristo.

    3) In tal modo la Fraternità afferma il valore sacro della vita umana, dal suo inizio fino al suo termine naturale; promuove la dignità di ciascuno nella sua originalità e diversità; si prende cura della persona nella sua dimensione umana e trascendente; vive lo spirito di famiglia costruendo relazioni di reciprocità, di gratuità, di condivisione, di fraternità.

    4) Nei diversi Paesi dove è presente, la Fraternità è organizzata in comunità di vita e in pluralità di servizi uniti e orientati dallo spirito e dagli insegnamenti di San Francesco d’Assisi. Come una grande famiglia tutti, sani e malati, religiosi e laici, secondo la vocazione e la misura della propria donazione e impegno si aiutano reciprocamente ad attuare le finalità evangeliche dell’Opera.

    5) San Francesco insegna che la Divina Provvidenza “per lo più adopera mezzi umani”. Per questo, ogni operatore nel settore assistenziale, educativo, sanitario, pastorale, amministrativo e tecnico con la sua responsabilità, competenza e generosa dedizione, diventa “strumento” della Divina Provvidenza al servizio dei Poveri.

    6) Nella Fraternità ognuno può trovare senso alla propria esistenza, realizzare i desideri profondi del cuore, contribuire all’edificazione di un’umanità nuova fondata sull’amore, sulla solidarietà, sull’amicizia e sulla speranza della vita eterna.

    La carta dei valori

    Chi vogliamo essere:
    – Una famiglia di famiglie che siano nella società un forte stimolo per la costruzione di una comunità basata sull’Amore, sulla Pace e sulla Solidarietà

    Cosa vogliamo fare:
    – Promuovere e salvaguardare i valori e i diritti delle famiglie numerose;
    – Sostenere la partecipazione attiva e responsabile delle famiglie alla vita culturale, sociale, politica, alle iniziative di promozione umana e dei servizi alla persona;
    – Promuovere adeguate politiche familiari che tutelino e sostengano le funzioni della famiglia e dei suoi diritti, come riconoscimento del ruolo sociale, educativo e formativo che la famiglia svolge per la società.

    I nostri valori: Famiglia come Comunità di Amore
    – Eterosessualità: “Uomo e donna li creò”;
    – Matrimonio: atto di nascita della famiglia e reciproco impegno di fronte alla società;
    – Accettazione reciproca: capacità di vedere il coniuge non come qualcuno che limita il rapporto ma che lo valorizza e lo rende unico e completo;
    – Adesione spirituale: ricerca della Verità e di quei valori sui quali orientare le proprie azioni per realizzare un progetto di vita comune;
    – Condivisione: capacità di mettere in comune tutti gli aspetti della vita per realizzare l’unione tra i componenti della famiglia;
    – Amore coniugale: capacità di donare se stessi all’altro/a in piena libertà, senza costrizioni economiche o sociali;
    – Fedeltà: esclusività e unicità del rapporto coniugale;
    – Indissolubilità: segno indelebile dell’amore nella vita dei coniugi;
    – Fecondità: apertura alla vita come realizzazione dell’amore coniugale non fine a se stesso;
    – Impegno: l’amore non può mai essere dato per scontato; per esistere ha bisogno di essere alimentato perché l’amore non è già fatto, si fa.

    I nostri valori: Famiglia come Istituzione Sociale
    – Accoglienza: capacità di accettare un nuovo componente della famiglia sia esso figlio, naturale, adottivo o affidato, genitore, diversamente abile o straniero
    – Solidarietà: capacità di farsi carico dei problemi di tutti i componenti della famiglia e della società;
    – Fraternità: capacità di elaborare rapporti interpersonali basati sull’uguaglianza e sull’amore reciproco;
    – Dialogo: capacità di relazionarsi fra diversi (uomo-donna, genitori-figli, giovani-anziani) cogliendo nell’altro una unicità di incontro;
    – Servizio: capacità di mettersi a disposizione degli altri per la realizzazione di obiettivi individuali e collettivi.

    I nostri valori: Famiglia come soggetto per la crescita del bene comune
    – Generare: capacità di dare la vita a nuovi cittadini;
    – Educare: capacità di trasmettere i valori della convivenza civile, della appartenenza ad un popolo e del rispetto della legalità;
    – Formare: capacità di crescere nuovi cittadini a servizio dello sviluppo economico, sociale, culturale e morale della società;
    – Tutela del patrimonio immobiliare: capacità di mantenere in efficienza l’immobile proprio o in uso della famiglia;
    – Erogazione di Servizi alla persona: capacità di assolvere ai fondamentali bisogni di tutti i componenti, in alternativa o integrazione con le strutture pubbliche.

    Vogliamo promuovere e salvaguardare i diritti delle famiglie numerose, sostenere la partecipazione attiva e responsabile delle famiglie alla vita culturale, sociale, politica alle iniziative di promozione umana e dei servizi alla persona.

    Statuto

    Titolo I

    COSTITUZIONE – DENOMINAZIONE – SCOPO

    Art. 1 – La Fraternità Cristiana “Koinomadelfia” è un’associazione pubblica di fedeli, uomini e donne, retta in conformità ai cann. 312-320 del vigente Codice di Diritto Canonico.

    Art. 2 – Ha lo scopo di promuovere tra i soci una vita esemplarmente cristiana con l’ascolto della Parola di Dio, la partecipazione ai divini misteri e l’inserimento attivo nella vita della Chiesa locale.

    Art. 3 – Cura la dignità del culto e l’animazione delle celebrazioni liturgiche nella Chiesa in cui ha sede; promuove, nello spirito del volontariato, la solidarietà umana e cristiana con iniziative socio-caritative e, in caso di morte, provvede alla sepoltura dei soci e al loro suffragio, in ottemperanza alle proprie norme regolamentari.

    Art. 4 – Collabora con il Vescovo, il Parroco, il Padre spirituale, alla realizzazione dei piani di azione pastorale della comunità diocesana.

    Titolo II – I SOCI

    Art. 5 – Possono far parte della Fraternità i battezzati di esemplare vita cristiana, previa domanda scritta di ammissione da sottoporre alla delibera del Consiglio Direttivo, che decide a maggioranza. Per i minori di anni 18 la domanda va controfirmata da chi ha la patria potestà. E’ consentita l’iscrizione in più Associazioni, purché non si ricoprano contemporaneamente incarichi direttivi e non si cumulino benefici di natura temporale.

    Art. 6 – Con l’accettazione il maggiorenne acquista lo stato di socio ed il libero esercizio dei diritti conseguenti, ufficializzati con l’investitura. Per il minore, invece, l’accettazione comporta la qualifica di socio, ma l’esercizio dei diritti correlativi si acquista al compimento del 18° anno di età.

    Art. 7 – Non sarà validamente accolto chi si sia allontanato dalla comunione ecclesiastica; chi sia incorso nella scomunica; chi sia stato espulso da altre associazioni cristiane; chi conduce una vita difforme dalla morale cristiana.

    Art. 8 – Il Confratello:

    1) si accosta con frequenza ai sacramenti della Confessione e Comunione, comunque almeno per il precetto pasquale e in occasione della festa del Santo Titolare della Fraternità;
    2) nutre sincera devozione verso il Titolare della Fraternità o il suo Patrono;
    3) presta obbedienza alle direttive del Vescovo, del 4) proprio Parroco, del Padre spirituale, del Consiglio Direttivo della Fraternità;
    5( frequenta la catechesi parrocchiale e quella specifica della Fraternità che dev’essere almeno mensile;
    6) si impegna, secondo le proprie attitudini e capacità, nell’esercizio della carità e dei bisogni della comunità;
    7) prende parte alle particolari celebrazioni liturgiche nella chiesa della Fraternità in onore del Titolare o del Santo Patrono e alle processioni ordinarie e straordinarie, indossando l’abito proprio della Fraternità o il relativo segno di distinzione.
    8) Alle processioni il Presidente e ciascun membro partecipa con le insegne proprie del grado.

    Art. 9 – All’atto dell’iscrizione, il Confratello versa la quota di ingresso e annualmente la quota sociale, fissate e aggiornate dal Consiglio Direttivo e approvate dall’Ordinario Diocesano che gli danno diritto di essere inumato nel terreno della Fraternità, purché ci sia disponibilità.

    Se maggiorenne ha diritto:

    a) di partecipare con voce attiva alle Assemblee;
    b) di accedere alle cariche sociali;
    c) di ottenere le per sé, e per i soci minori di cui ha la patria potestà, la concessione di un loculo eventualmente disponibili

    Art. 10 – E’ espressamente proibito nelle funzioni liturgiche, di devozione e in ogni altra manifestazione di culto, comprese le processioni funerarie, farsi sostituire da estranei, o fare indossare l’abito e i simboli della Fraternità a non soci, anche se la richiesta parte dalla famiglia del defunto.

    Art. 11 – Il Confratello inosservanze dei propri doveri, o che si sia allontanato dalla comunione della Chiesa, o che sia causa di disturbo, o intralcio nella vita della Fraternità, o che si sia reso moroso per un periodo consecutivo di due anni, incorre nella sospensione, e nei casi gravi, nell’espulsione.

    La decisione di sospensione o di espulsione spetta al Consiglio Direttivo della Fraternità e dev’essere comunicata entro 15 giorni alla Curia. Resta salvo il diritto di ricorso all’ordinario entro il termine di gg. 30 dalla comunicazione del provvedimento.

    L’espulso perde ogni diritto di ordine spirituale e temporale e, se concessionario di loculo, ha l’obbligo di restituirlo, se non ancora utilizzato, dovendosi ritenere decaduto di diritto dalla relativa concessione. L’espulso non può più appartenere ad altra Confraternita.

    Titolo III – GLI ORGANI SOCIALI

    Art. 12 – Sono organi della Confraternita:

    il Padre spirituale
    il Consiglio Direttivo
    l’Assemblea
    i Revisori dei conti.

    Art. 13 – Il Padre spirituale è di nomina vescovile (can. 317, par. 1). Rimane in carica finché non viene sostituito da chi lo ha nominato. Egli segna il cammino e l’orientamento spirituale della Comunità in stretta collaborazione alle direttive del Parroco del territorio; interviene a qualsiasi livello nella vita della Fraternità, nel rispetto delle specifiche competenze; fa parte del Consiglio Direttivo con diritto di parere obbligatorio, ma non vincolante; ha la responsabilità degli adempimenti assunti in ordine ai legati e ai suffragi dei soci defunti; dispone per le celebrazioni liturgiche.

    Art. 14 – Qualora la Fraternità non ha un proprio Padre spirituale, svolge tale ufficio con tutti i diritti e doveri il Parroco del luogo dove ha sede la Fraternità.

    Art. 15 – Il Consiglio Direttivo, prima che inizi il suo mandato, presta giuramento avanti all’Ordinario o al suo Delegato di svolgere onestamente e fedelmente le funzioni amministrative, secondo il disposto del can. 1283 del C.D.C..

    Art. 16 – Il Consiglio Direttivo è composto dal Padre spirituale, membro di diritto e, normalmente, da 10 membri, eletti dall’Assemblea dei soci salvo il caso di riduzione a 5, qualora il numero dei soci sia inferiore a 20. Dura in carica un quinquennio. Si riunisce su invito del Presidente, ogni qualvolta questi lo ritenga opportuno, o quando ne sia fatta domanda da almeno due Consiglieri o dal Padre spirituale. Per la validità delle delibere è necessaria la presenza di metà più uno dei componenti il Consiglio ed il voto favorevole della maggioranza dei presenti. In caso di parità prevale il voto di chi presiede. Ai Consiglieri venuti a mancare nel corso del triennio subentrano i non eletti nella precedente Assemblea, secondo l’ordine di graduatoria. Non è consentita la sostituzione della maggioranza dei Consiglieri.

    Art. 17 – Il Consiglio nella prima riunione convocata dal Presidente uscente o dal Padre spirituale, dopo la legittima e valida votazione degli eletti, nomina tra i suoi membri il Cassiere e il Segretario.

    Art. 18 – Il Consiglio può cooptare nel Consiglio stesso, con voto consultivo, altri confratelli esperti in specifici campi di azione, tra cui: l’animatore liturgico, l’animatore della carità, l’addetto al cimitero, quando la Fraternità ha cimitero o cappella cimiteriale propria. Durano in carica sino allo scadere del Consiglio in carica.

    Art. 19 – Il Consiglio delibera su tutti i provvedimenti di ordinaria amministrazione che ritiene opportuno al raggiungimento degli scopi della Fraternità. L’amministrazione straordinaria è regolata dall’art. 46 del presente Statuto.

    Redige annualmente il bilancio consuntivo e preventivo contenente tutte le partite ordinarie e straordinarie dell’Assemblea, da sottoporre alla revisione del Collegio dei Sindaci revisori e all’approvazione dell’Assemblea dei Soci e da presentare all’Ufficio Amministrativo della Curia.

    Il tutto secondo il disposto dei canoni 1283-1287 C.D.C., che prevedono:

    di redigere accuratamente un dettagliato inventario dei beni immobili, dei beni mobili, sia preziosi, sia comunque riguardanti i beni culturali, con la loro descrizione e la loro stima e di depositare nell’archivio della Curia una copia dell’inventario suddetto e gli Atti originali (documenti o atti notarili) relativi ai beni di cui sopra (can. 1283, 2’ e 1284, 9’ del C.D.C.);
    di impiegare per le finalità della Pia Associazione il denaro eccedente le spese e di collocarlo utilmente (can. 1284,6);
    di osservare la nonnativa prevista dalla legge canonica e civile e delle Delibere della C.E.I. e del Vescovo per l’acquisto dei beni, la loro alienazione e per qualsiasi contratto riguardante i beni suddetti.

    Art. 20 – Il Presidente ha la rappresentanza legale della Fraternità. Presiede le riunioni del Consiglio; ha la firma sociale; accetta i versamenti di qualunque natura che venissero fatti a favore della Fraternità; autorizza i mandati di pagamento.

    Art. 21 – Il Vice Presidente esercita le funzioni che gli vengono espressamente delegate dal Consiglio e sostituisce il Presidente, qualora questi ne sia impedito o cessa dall’attività per qualsiasi motivo.

    Art. 22 – Il Cassiere ha l’obbligo di tenere costantemente aggiornati i relativi registri contabili; riscuote le quote di ammissione e le quote sociali ed ogni altro introito, rilasciando di volta in volta apposita ricevuta; dà esecutorietà ai mandati di pagamento, firmati dal Presidente e dal Vicepresidente con firma congiunta.

    Art. 23 – Il Cassiere ha anche il compito di predisporre la custodia degli ex voto di un certo valore e pregio artistico ed ogni altro oggetto prezioso, comunque pervenuti alla Fraternità. Prepara e conserva l’inventario aggiornato di quanto gli è stato affidato.

    Art. 24 – Il Segretario redige i verbali del Consiglio Direttivo e dell’Assemblea ordinaria; invia le convocazioni delle riunioni con l’ordine del giorno; aggiorna l’albo dei Confratelli e l’inventario dei beni mobili ed immobili; ha la responsabilità dell’Archivio.

    Art. 25 – L’Animatore liturgico guida le sacre liturgie, disponendo i turni dì servizio all’altare. Ha il compito di conservare e tutelare gli arredi e paramenti sacri. Vigila sulla pulizia e il decoro della Chiesa.

    Art. 26 – L’Animatore della carità sensibilizza i confratelli alle iniziative di solidarietà umana e cristiana e ne anima la attuazione.

    Art. 27 – L’Addetto al cimitero, attua le iniziative del Consiglio Direttivo, disposte per l’inumazione dei confratelli e la conservazione dei loro resti mortali; vigila sulla pulizia e il decoro della cappella cimiteriale e del terreno di inumazione.

    Art. 28 – Il Collegio dei Sindaci revisori, obbligatorio per le Fraternità con più di 20 membri, è composto da 3 Confratelli effettivi e uno supplente eletti dall’assemblea dei soci indetta per l’approvazione del bilancio. Resta in carica un quinquennio. Verifica la legittimità delle partite ordinarie e straordinarie e ne relazione all’Assemblea.

    Art. 29 – Le cariche non sono retribuite e devono essere esercitate nello spirito di servizio reso alla Comunità.

    Art. 30 – L’Assemblea è l’organo sovrano della Confraternita. Ne fanno parte i soci in regola con il versamento della quota annuale, raggiunto il 18° anno di età. E’ convocata mediante avviso almeno 15 gg. prima della data fissata, da affiggere all’ingresso della Chiesa, o nella sede sociale della Fraternità, o in altro posto idoneo, o inviato a tutti i confratelli aventi diritto. L’avviso conterrà il giorno e l’ora in cui sarà tenuta e il relativo ordine del giorno. E’ validamente costituita, in prima convocazione, con la presenza della maggioranza dei soci aventi diritto; in seconda convocazione, qualunque sia il numero degli aventi diritto.

    Art. 31 – L’Assemblea è convocata e presieduta dal Presidente in carica entro la fine di febbraio di ciascun anno solare discute e approva il bilancio consuntivo e preventivo; decide inoltre, su tutte le questioni che il Consiglio ritiene opportuno demandarle. Per la validità delle delibere è necessario il voto favorevole della maggioranza dei presenti.

    Art. 32 – L’Assemblea dei soci è anche convocata ogni qualvolta un terzo dei confratelli ne faccia richiesta scritta, o quando il Parroco del territorio, o il Padre spirituale, o il Consiglio Direttivo lo ritenga opportuno.

    Titolo IV – L’ELEZIONE DEL CONSIGLIO DIRETTIVO

    Art. 33 – L’Assemblea per il rinnovo del Consiglio Direttivo alla scadenza del suo mandato, è convocata dal Presidente entro la prima domenica di dicembre. Se questi è inadempiente o impedito, la convocazione è fatta dal vice presidente o da chi ne esercita le funzioni. In caso di mandato commissariale è convocata dal Commissario entro un triennio dalla data di nomina. E’ presieduta dal Delegato dell’Ordinario senza diritto di voto.

    Art. 34 – Il Consiglio Direttivo entro tre mesi dalla scadenza del proprio mandato, forma la lista di tutti gli eleggibili, da sottoporre all’assenso previo dell’Ordinario. L’elenco dei membri da eleggere dev’essere corredato dalle attestazioni che i candidati hanno i requisiti previsti dall’art. 8 e, inoltre, che da almeno tre anni sono soci della Fraternità. Non può essere candidato, se non con l’interruzione almeno di un triennio, chi è stato consigliere per due trienni consecutivi, salvo il caso di impossibilità di sostituzione per mancanza di confratelli idonei e disponibili. L’impossibilità va preventivamente sottoposta al giudizio dell’Ordinario, che può dispensare secondo la sua prudenza.

    Art. 35 – La lista dei candidati sarà portata a conoscenza dei soci mediante affissione o con i mezzi che si riterrà più opportuno, contemporaneamente all’avviso di indizione dell’Assemblea.

    Art. 36 – Il Consiglio costituisce il Seggio elettorale, formato dal Presidente e da due scrutatori, assistiti dal Segretario.

    Art. 37 – Le schede elettorali, comprendenti i nomi di tutti gli eleggibili, ai fini della validità del voto, devono essere vidimate dal Presidente della Fraternità.

    Art. 38 – Il Presidente del seggio, al termine dell’Assemblea, dà inizio alle operazioni di voto, che si chiuderanno quando l’ultimo elettore presente in aula avrà imbussolato la sua scheda. Gli elettori voteranno senza soluzione di continuità. Se qualche elettore, presente in aula, non si presenta a votare, sia considerato assente per tutto il turno elettorale e si annoti nel verbale tale assenza.

    Art. 39 – Dev’essere, comunque, assicurata la segretezza nell’espressione del voto.

    Art. 40 – Ogni elettore potrà esprimere tante preferenze quanti sono i membri del Consiglio Direttivo da eleggere. Il Presidente e il Vicepresidente devono avere almeno la licenza media inferiore. L’Ordinario può dispensare dal possesso di tale titolo pro suo prudente judicio.

    Art. 41 – A chiusura delle votazioni, il Presidente del Seggio dà inizio allo scrutinio dei voti. Alla fine sarà redatto regolare verbale, includendo anche la graduatoria dei non eletti ai fini delle sostituzioni previste dall’art. 16. Risulteranno eletti Presidente e Vicepresidente i candidati che avranno raggiunto la metà dei voti dei presenti più uno. Se nessuno dei votati raggiunge tale maggioranza, si ricorre al ballottaggio fra i primi tre. Saranno Presidente e Vicepresidente chi avrà ottenuto più voti fra i tre. Gli altri membri, da eleggere per il Consiglio, entrano a far parte del medesimo a maggioranza relativa. A parità di voti, precede il socio più anziano di appartenenza alla Fraternità. In caso di uguale anzianità, prevale la maggiore età.

    Titolo V – AMMINISTRAZIONE DEI BENI

    Art. 42 – Il patrimonio della Fraternità è costituito da beni immobili e mobili regolarmente inventariati e da tutti gli altri beni che dovessero pervenire alla Confraternita a titolo oneroso o gratuito, per atti inter vivos o mortis causa, nonché da eventuali fondi di riserva costituiti con eccedenze di bilancio.

    Art. 43 – La Fraternità trae i mezzi per l’attuazione delle proprie finalità:

    dalle rendite del proprio patrimonio;
    dalle quote iniziali e annuali associative;
    da ogni altra entrata che concorra ad incrementare l’attivo sociale.

    Art. 44 – L’esercizio finanziario si chiude al 31 dicembre di ogni anno.

    Art. 45 – L’Amministrazione dei beni della Fraternità spetta al Consiglio Direttivo, salvo il diritto di vigilanza del Vescovo e il suo potere di intervenire in caso di negligenza, secondo il disposto dei cann. 1276-1279 del Codice di Diritto Canonico.

    Art. 46 – Per la validità degli Atti di straordinaria amministrazione, il Consiglio Direttivo deve munirsi del parere obbligatorio dell’Assemblea e, se destinati ad incidere in modo notevole sulla entità e sulla consistenza del patrimonio, anche dell’autorizzazione scritta dell’Ordinario diocesano, a norma del can. 1281 del C.D.C.. Gli Atti, eccedenti i limiti e le modalità dell’Amministrazione ordinaria, vengono fissati dall’Ordinario, udito il Consiglio Diocesano per gli Affari Economici.

    Art. 47 – Il Consiglio Direttivo nell’amministrazione dei beni:

    osserva le disposizioni canoniche e civili;
    tiene in ordine i libri delle entrate e delle uscite;
    redige lo stato patrimoniale, il rendiconto amministrativo al termine di ciascun anno, corredandoli della relativa documentazione da presentare all’Uff. Amm.vo Dioc. entro il 31 marzo seguente per l’approvazione;
    redige annualmente il preventivo delle entrate e delle uscite da presentare in Curia come il precedente.

    Art. 48 – La Fraternità, in quanto persona giuridica pubblica, è tenuta a contribuire secondo il disposto del can. 1263, alle necessità della Diocesi in proporzione ai propri redditi, secondo le disposizioni della C.E.I. Inoltre, non mancherà di sostenere iniziative a carattere parrocchiale e diocesano, secondo le direttive del Vescovo.

    Titolo VI – NORME GENERALI

    Art. 49 – La Fraternità è sottoposta alla giurisdizione e alla vigilanza del Vescovo, secondo le norme del Codice del Diritto Canonico vigente.

    Art. 50 – Spetta soltanto all’Ordinario Diocesano sospendere dalle sue funzioni per gravi motivi il Consiglio Direttivo, qualora lo ritenga necessario per il bene della Fraternità. In sostituzione, egli nominerà il Commissario, che reggerà la Fraternità alla elezione del nuovo Consiglio Direttivo. Il regime commissariale, salvo disposizione diversa del Vescovo, non deve superare la durata di 3 anni.

    Art. 51 – La estinzione e la soppressione della Fraternità è di competenza del Vescovo diocesano secondo le norme del Diritto Canonico vigente.

    Art. 52 – Per quanto non disposto nel presente Statuto, si fa riferimento ai canoni del vigente Codice di Diritto Canonico relativi alle associazioni pubbliche ecclesiastiche e all’amministrazione dei loro beni.

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  3. Lettera Programmatica
    Carissimi Fratelli e Sorelle-Figli della Chiesa Cattolica, la Missione Francescana si attua in opere assai diverse, soprattutto nel campo dell’educazione, formale ed informale. Lavoriamo in centri Prolife Humanitas socio-assistenziali e in centri educativi e in ambienti di ampia accoglienza e progetti specializzati per ragazzi in difficoltà. Ogni nostra presenza vuole essere una risposta per le persone più Povere e abbandonate, con un’attenzione preferenziale ai giovani, che sono i nostri primissimi destinatari. Per loro vogliamo donare la nostra vita, spendendo ogni energia, sull’esempio del nostro amato fondatore, San Francesco d’Assisi. Cerchiamo di promuovere un’educazione attenta ai diritti umani, nel desiderio di promuovere la dignità della persona e di favorire la sua crescita integrale. Accompagniamo i nostri giovani e tutti i nostri dedicano un metodo peculiare: il Sistema Preventivo. Esso si fonda su alcune convinzioni fondamentali: che l’amore, ricco di espressioni concrete e tangibili, è la grande energia dell’educazione è un processo graduale, attento e in continuo dialogo con la persona; che la pienezza formativa richiede di curare ed accompagnare non solo l’aspetto umano, ma anche la dimensione morale spirituale della persona. Per questo la nostra epoca è caratterizzata da una convinta antropologia cristiana ed ha come continuo punto di riferimento i grandi valori del Vangelo, anche quando operiamo in contesti non cristiani. L’elemento centrale che illumina e da’ il colore a tutto l’insieme delle presenze francescane è l’evangelizzazione, l’annuncio di Gesù Cristo. Esso comprende tutte le forme che vanno dalla semplice testimonianza silenziosa che suscitata domande, fino all’annuncio esplicito, all’inserimento nella comunità cristiana ed al coinvolgimento attivo nella sua missione. San Francesco d’Assisi ha espresso questo aspetto centrale della missione francescana con una ben nota d”affermazione riguardo alle origini della sua opera: “Questa società ha bisogno di Amore Fraterno”. Ciò non vuol dire che l’opera educativa di San Francesco è caratterizzata da un’anima religiosa e cristiana. L’educatore non deve e non può ritardare questo grandissimo annuncio: Gesù è l’unico che può appagare l’infinita sete di amore, di felicità e di vita che c’è nel cuore dei giovani . E Cristo è un diritto di tutti! Certamente oggi, come ieri, dobbiamo fare i conti con gli ostacoli che incontra L’evangelizzazione. Il primo ostacolo è la disinformazione: di Gesù non soltanto si parla poco, ma si cerca di farlo sparire dalla cultura odierna, dall’organizzazione sociale, dalla coscienza personale. La sua presenza è sentita come irrilevante nella società e la sua assenza viene vista come un vantaggio. Un secondo ostacolo è la visione soggettivistica di Gesù che, privato dalla sua reale storicità, diventa sempre un Cristo a misura nostra immaginato secondo i propri desideri o bisogni. Il terzo ostacolo è più raffinato; in un preteso dialogo interreligioso si vorrebbe ridurre Cristo a uno tra gli altri maestri di spirito o fondatori di religioni, si da non riconoscerlo più come l’unico Salvatore di tutti. Infine, anzi molto comune tra gli stessi cristiani, di considerare il Cristo talmente conosciuto, che sembra non abbia più nulla di nuovo da dirci; a questo punto. Divenuto insignificante, non vale più la pena di averlo come papà, come guida, maestro e Signore. Carissimi, l’evangelizzazione richiede pure di avere attenzione ai diversi contesti. Il desiderio di portare l’annuncio del Signore Risorto spinge a confrontarci con situazioni attuali ed urgenti avvertite come un forte appello e una grande preoccupazione. Intendo riferirmi ai popoli non ancora evangelizzati, al secolarismo che minaccia terre di antica tradizione cristiana, al fenomeno delle grandi migrazioni, alle nuove drammatiche forme di povertà e di violenza, alla diffusione di gruppi ideologici, di movimenti e di sette. Ogni contesto presenta le sue proprie sfide all’annuncio del Vangelo. È veri che noi Francescani realizziamo la nostra missione di evangelizzare educando e di educare evangelizzando. Questo non è solo uno “slogan”, né un’espressione vuota di senso. Essa esprime lo stretto vincolo che esiste tra evangelizzazione ed educazione; senza confondersi e nel rispetto della loro autonomia, esse sono a servizio della costruzione della persona umana per condurla fino alla pienezza di Cristo. L’educazione è autentica quando è rispettosa di tutte le dimensioni del bambino, dell’adolescente, del giovane, dell’adulto e dell’anziano, ed è chiaramente orientata alla formazione integrale della persona, aprendola alla trascendenza. L’evangelizzazione, dal canto suo, ha in se stessa una forte valenza educativa, appunto perché tende alla trasformazione della mente e del cuore, alla creazione di una persona nuova, frutto della sua configurazione a Cristo Gesù. La testimonianza degli Oblati Missionari Francescani può essere un appello per la santificazione dell’umanità sofferente e per la costruzione di una società più pacifica più solidale e più fraterna seguendo l’ideale di vita della Sacra Famiglia di Nazareth. Amen

    ATTO DI CONSACRAZIONE AL CUORE IMMACOLATO DI MARIA IMMACOLATA

    Vergine Maria Immacolata di Lourdes “Stella della Vita”, Mamma di Misericordia, Regina del Cielo e della Terra, Aralda della Fede, della Speranza e della Carità, noi, aderendo alla Famiglia Francescana, ci consacriamo in modo specialissimo al Tuo Cuore Immacolato. Con questo atto di consacrazione intendiamo vivere con Te e per mezzo di Te tutti gli impegni assunti con la nostra consacrazione battesimale; ci impegniamo altresì ad operate in noi quell’interiore conversione tanto richiesta dal Vangelo, che ci distacchi da ogni attaccamento a noi stessi e si facili compromessi col mondo, per essere come Te, solo disponibili a fare sempre la volontà del Padre Celeste. E mentre intendiamo affidare a Te, Mamma dolcissima e misericordiosa, la nostra esistenza e vocazione cristiana, perché Tu ne disponga per i Tuoi disegni di salvezza in quest’ora decisiva che grava sul mondo, ci impegniamo a viverla secondo i Tuoi desideri, in particolare per quanto riguarda un rinnovato spirito di preghiera e di penitenza, la partecipazione fervorosa alla celebrazione dell’Eucaristia e all’apostolato, la recita quotidiana dell’Angelus e del Santo Rosario ed un austero modo di vita conforme al Vangelo, che sia a tutti di buon esempio nell’osservanza della legge di Dio, nell’esercizio delle virtù cristiane, specialmente della purezza. Ti promettiamo ancora di essere uniti al Santo Padre (Papa Leone XIV), alla gerarchia ed ai nostri pastori, così da porre una barriera al processo di contestazione del Magistero, che minaccia le fondamenta stesse della Chiesa Cattolica. Sotto la Tua protezione vogliamo anzi di essere gli Apostoli di questa oggi tanto necessaria unità di preghiera e di amore al Papa su cui invochiamo da Te una speciale protezione. Infine Ti promettiamo di condurre le anime con cui veniamo a contatto, in quanto ci è possibile, ad una rinnovata devozione verso di Te. Consapevoli che l’ateismo ha fatto naufragare nella Fede un gran numero di fedeli, che la dissacrazione è entrata nel Tempio Santo di Dio, che il male e il peccato sempre più dilagano nel mondo, osiamo alzare fiduciosi gli occhi a Te, Mamma di Gesù e Mamma nostra misericordiosa e potente, e invocare ancora oggi ed attendere da Te la salvezza per tutti i Tuoi figli, o clemente, o pietosa, o dolce Vergine Maria. Mamma noi Confidiamo in Te. Mamma celeste aiutaci a costruire una società più pacifica, più solidale e più fraterna seguendo l’ideale di vita della Sacra Famiglia di Nazareth. AMEN

  4. Lettera a Papa Leone XIV
    “LE MIE FORTI PREOCCUPAZIONI PER LA SANTA MADRE CHIESA CATTOLICA

    «Carissimo e amato Papa Leone XIV,
    sono molto preoccupato perché la santa chiesa sta attraversando un momento difficile e sta subendo una forte umiliazione a causa di pastori, religiosi e religiose, che, chiamati dal buon Dio ad evangelizzare e a soccorrere le pecorelle sbandate e smarrite, a cui purtroppo non stanno dando il buon esempio, sono tentati e traviati dai peccati e dai vizi di ieri e di oggi.
    Ma l’amato buon Gesù, che è il buon pastore, ci chiama e ci invita ad essere anche noi il buon esempio e ad essere “ il buon sale della terra”; ma se perdiamo il sapore facendoci vincere dalle tentazioni saremo gettati e calpestati e così non saremo più il buon esempio ma il cattivo esempio. È urgentissimo tutelare e prendersi cura della santa chiesa, aiutandola e rafforzandola soprattutto in una più forte e sana formazione vocazionale dei seminaristi nei seminari, nei conventi. Affinché potranno nascere forti e nuovi pastori, religiosi al servizio della chiesa e del nostro prossimo, capaci di donarsi per il bene di questa sofferta umanità.
    Dice il buon Dio siate “buoni come le colombe, ma attenti come i serpenti”, siate prudenti soprattutto per il forte rischio dei profanatori che tentano di trasformare la casa di Dio in bancarelle e scambio valute, adeguandosi alle mode e agli scorretti costumi di oggi.
    Le donne entrano in chiesa tutte scollate e seminude e partecipano alle sante messe, ai battesimi, alle comunioni, alle cresime e ai matrimoni; anche la sposa si presenta tutta alla moda, cioè tutta scollata, trasformando così la casa di Dio, in una passerella di moda. Dice il buon Dio: “aiutiamo, correggiamo e rimproveriamo chi è nell’errore e così sarà possibile la loro conversione per mezzo vostro; ma se non direte al peccatore – dice il buon Dio – che sta peccando, ti caricherai il peccato degli altri’’. Come si dice nella terra di Sicilia: “non facciamo gli omertosi”; cioè, vediamo e non parliamo e non interveniamo.
    Cari pastori, religiosi e religiose fate attenzione non spogliatevi della vostra preziosa veste di sacerdoti, togliendovi il crocifisso e il colletto bianco, vestendovi in borgheseesponendovi così ai tanti pericoli, ai rapaci e agli avvoltoi. Siate prudenti alle negative dipendenze, alle sigarette, all’alcool, alla droga, al sesso, al gioco d’azzardo, al web sfrenato, all’intelligenza artificiale, etc. per essere di buon esempio e non di cattivo esempio. Carissimi sacerdoti, religiose e religiosi non utilizzate il termine adesso vado in “vacanza” nelle spiagge delle isole, mettendovi in costume in mezzo a tanto nudismo di donne e di uomini senza un contenimento. Non spendete più soldi per vacanze o svaghi, ma donate e donatevi ai poveri e a chi è in difficoltà. Ai religiosi non si addice la parola “vacanza” nelle spiagge, ma “ritiro spirituale”, recandovi nel silenzio delle montagne, della natura come spesso si recava l’amico e fratello Gesù. Carissimi sacerdoti, religiosi e religiose siate ferventi nella fede, nella speranza e nella carità in obbedienza e rispetto al nostro Santo Padre Papa Leone che il buon Gesù ci ha donato e ai nostri Vescovi per costruire tutti insieme un mondo migliore di pace e di giustizia.
    Carissimo e amato Papa Leone, coraggio, il buon Dio ti custodisca e ti dia sempre forza e salute per tutelare la santa chiesa e tutti i cittadini di questa ammalata società. Grazie Papa Leone per il tuo prezioso operato verso i più deboli e più poveri.
    Carissimo e amato Arcivescovo Giovanni Accolla anche tu sei il nostro pastore donato alle pecorelle di questa città di Messina. Carissimo Arcivescovo Giovanni, coraggio, il buon Dio ti ha affidato una missione molto delicata di custodire la casa di Dio, la Cattedrale e tutte le chiese e il seminario. Grazie per il tuo operato e sostegno verso i più bisognosi, continua a pregare per tutti noi, anche noi preghiamo per te per costruire la Civiltà dell’amore dove tutti gli uomini vivono felici e in pace seguendo la legge del Vangelo”.
    Amen

  5. Lettera ai potenti della terra.

    Ai potenti della terra, pace a voi!
    Il male non arriva sempre sfondando una porta.
    A volte entra in silenzio.
    Indossa un abito elegante.
    Sorride davanti alle telecamere.
    Viene deposto in un astuccio, accompagnato da un biglietto, offerto con tutti gli onori.
    E per qualche istante nessuno riconosce più il male, perché ha imparato le buone maniere.
    È questo che mi ferisce nel gesto compiuto ad Ankara: non soltanto una pistola donata ai rappresentanti dei Paesi della NATO, ma la morte trasformata in cortesia.
    La possibilità di togliere la vita divenuta souvenir, memoria ufficiale, oggetto da esporre.
    Abbiamo addomesticato le armi fino al punto di poterle regalare.
    Questo è il vero scandalo.
    Ci dite che si tratta di un simbolo. Ma sono proprio i simboli a educare il mondo.
    Arrivano prima delle leggi, penetrano più in profondità dei discorsi, insegnano silenziosamente ciò che una civiltà considera normale.
    E quel dono insegna che il potere deve riconoscersi nel metallo di una pistola.
    Che un uomo importante è un uomo armato.
    Che tra governanti ci si può rendere omaggio consegnandosi, con eleganza, la possibilità della morte.
    Sulla canna è stato inciso il nome di chi riceveva l’arma.
    Ma ogni pistola porta sempre un secondo nome, invisibile.
    È il nome dell’uomo contro il quale potrebbe essere puntata.
    Il nome della donna che potrebbe restare senza marito.
    Il nome del bambino che potrebbe attendere inutilmente il ritorno di suo padre.
    Il vero destinatario di un’arma non è mai soltanto colui che la riceve. È il corpo sconosciuto che un giorno potrebbe incontrarne il proiettile.
    Per questo non riesco a considerare quel gesto una semplice eccentricità diplomatica.
    Esso racconta un’idea del mondo. Un mondo in cui abbiamo imparato a misurare la sicurezza contando le armi, senza più domandarci quanta paura occorra seminare per custodirla.
    Un mondo che chiama equilibrio il terrore reciproco e pace l’intervallo durante il quale nessuno ha ancora sparato.
    Da cristiano, non posso accettarlo.
    Il Vangelo ci ha consegnato un’altra immagine del potere.
    Cristo, nella notte in cui tutto avrebbe potuto spingerlo a difendersi, non mise un’arma nelle mani dei suoi discepoli.
    Mise un asciugatoio intorno alla vita. Si inginocchiò davanti a loro e lavò dei piedi stanchi.
    Da una parte, un’arma offerta in piedi, tra uomini potenti.
    Dall’altra, Dio inginocchiato davanti all’uomo.
    Sono due civiltà.
    Bisogna scegliere.
    Noi cristiani non siamo ingenui. Conosciamo la violenza.
    La incontriamo nei quartieri abbandonati, nelle case dove manca il pane, nei corpi dei migranti, nei figli restituiti alle madri dentro una bara.
    Sappiamo che il male esiste.
    Proprio per questo rifiutiamo di renderlo elegante.
    Rifiutiamo di adornarlo, di lucidarlo, di trasformarlo in un segno di prestigio.
    Un’arma non diventa innocente perché viene donata.
    Non diventa muta perché non spara.
    Non diventa umana perché porta inciso un nome.
    Chiedo dunque a voi, responsabili delle nazioni, di non custodire quel dono come un trofeo.
    Non limitatevi a lasciarlo in una stanza, lontano dagli sguardi, come se bastasse nascondere un simbolo per cancellarne il significato.
    Fate qualcosa di più difficile.
    Rifiutate l’idea che la morte possa essere una forma di omaggio.
    Dite pubblicamente che nessun patto tra popoli ha bisogno di riconoscersi in una pistola.
    Dite che la dignità di una nazione non coincide con la quantità di paura che riesce a produrre.
    Dite che la sicurezza non è il privilegio di chi può sparare per primo, ma il diritto di tutti a non essere colpiti.
    E al prossimo vertice lasciate una sedia vuota.
    Non per un presidente, non per un generale, non per un ministro.
    Lasciatela per l’uomo senza nome che paga sempre il prezzo delle vostre decisioni.
    Per colui che non partecipa ai vertici, non firma trattati, non compare nelle fotografie, ma finisce sotto le macerie quando la diplomazia fallisce.
    Guardate quella sedia prima di parlare di armi.
    Forse allora comprenderete che la pace non è una debolezza da correggere, ma una responsabilità davanti alla quale inginocchiarsi.
    Perché il potere che non sa inginocchiarsi davanti alla vita finirà sempre per inginocchiarsi davanti alle armi.
    E quel giorno, per quanto solenni siano le cerimonie, avremo già perduto tutti.”

    † Pio Ulivo
    Piccolo servo inutile

  6. I nostri valori Cristiani

    I valori che ci animano vengono dal Vangelo e dall’ insegnamento della Chiesa Cattolica.

    La nostra vita è ispirata in particolare al valore della fraternità, che cerchiamo di concretizzare in tutti i rapporti sociali: nei rapporti economici, nel lavoro, verso i minori. Un’idea di fraternità che mette al centro l’uomo e le sue esigenze, perché non esiste giustizia dove le esigenze umane non vengono rispettate.

    Il nostro impegno ci proietta verso il sogno di un mondo diverso. Non possiamo cambiare il mondo dall’ oggi al domani, ma possiamo cominciare cambiando i rapporti lavorativi, familiari e sociali con i nostri vicini.

    L’Uomo e le Sue Esigenze
    La Chiesa Cattolica ci insegna che l’uomo è uno “spirito incarnato destinato alla Vita Eterna”: ognuno è destinato alla salvezza, e quindi capace di seguire il Vangelo come regola di vita. Il Vangelo non solo è praticabile, ma rappresenta la strada privilegiata per la piena realizzazione.

    L’uomo ha delle esigenze di tipo materiale, spirituale, affettivo, sociale ed educativo: studiare e lavorare, crescere all’interno di una famiglia, ricevere un’educazione adeguata, la ricerca di Dio.

    La giustizia sociale consiste nel rispetto di queste esigenze. Ognuno di noi porta in sé l’aspirazione all’amore e alla fraternità; ed è compito della società favorirne la realizzazione.

    Nel corso degli anni, la Chiesa ci ha fornito importanti conferme di questa visione. Ad esempio, nell’enciclica Populorum Progressio del 26 marzo 1967, Paolo VI afferma che la natura umana contiene in se stessa un’aspirazione a valori superiori come l’amore, l’amicizia, la preghiera e la contemplazione. Nel Messaggio ai Popoli dell’Asia, pronunciato dallo stesso Paolo VI a Manila, il 29 novembre 1970, parlò di un “umanesimo integrale”, invitando appunto a guardare all’uomo non come ad un essere puramente materiale, ma come un essere complesso, che aspira alla realizzazione di valori superiori.

    Da quel momento in poi, l’espressione “umanesimo integrale” è stata ampiamente accolta ed utilizzata nel magistero della Chiesa.

    La Fraternità
    Se è vero che siamo tutti figli dello stesso Padre, non possiamo restare indifferenti davanti alle esigenze del fratello: il suo destino dipende da ognuno di noi.La fraternità è la volontà reciproca di amarsi, condividendo la stessa sorte. Vista in questo modo, la fraternità diventa il rimedio più duraturo ed efficace alla povertà.

    La fraternità nei rapporti economici
    Noi crediamo che nei rapporti economici e produttivi occorra mettere al centro l’uomo. I beni materiali sono uno strumento per la vita, ma la dignità della persona deve sempre essere al primo posto. La proprietà non è un diritto esclusivo ed arbitrario; è amministrazione responsabile: ciò che abbiamo è un dono di Dio ed è a Dio che renderemo conto del suo uso.

    Non possiamo restare indifferenti davanti alle esigenze del fratello: siamo tutti corresponsabili di ciò che accade intorno a noi, individualmente e socialmente. Per questo, Nomadelfia ha sposato l’idea di povertà evangelica nel senso di sobrietà, cioè di possedere solo ciò che è necessario ad una vita dignitosa.

    Questi principi sono conformi al Catechismo della Chiesa Cattolica ed in particolare al principio di destinazione universale dei beni.

    La fraternità nel lavoro
    Il lavoro è una dimensione fondamentale dell’esistenza umana. È mezzo di sostentamento e di realizzazione, ma è anzitutto collaborazione con Dio e con i fratelli per custodire la Creazione, per edificare il bene comune.

    Koinomadelfia vuole vivere il lavoro come un atto d’amore verso il fratello, una prosecuzione dell’amore di Dio.

    Lavorare non è solo coltivare un campo o costruire una sedia, ma anche dare da mangiare a un bambino o fare compagnia a un anziano.

    Ogni lavoro ha una dignità assoluta, il cui valore non può essere quantificato, perché è infinito.

    La fraternità verso i piccoli
    Ogni bambino ha diritto a vivere in una società che gli consenta di sviluppare pienamente la propria personalità. Perché questo sia possibile, ha bisogno anzitutto di amore, calore, affetto, punti di riferimento certi.

    Per questo, prendersi cura dei ragazzi senza famiglia è un atto di giustizia e di vera fraternità: ogni bambino è figlio di Dio, e la responsabilità del suo futuro ricade su tutti. Ogni figlio ha diritto a ricevere lo stesso amore, con la stessa importanza e urgenza.

    L’educazione è responsabilità di tutti. È provato che l’ambiente e il contesto di vita sono fattori determinanti per la formazione di una personalità. I bambini imparano ciò che vivono e vedono: gli adulti sono i loro modelli di riferimento.

    Il Sogno di Un Mondo Diverso
    “Cambio civiltà, cominciando da me stesso”. Nonostante sia passato molto tempo da quando San Francesco ci rivolgeva queste parole, ancora oggi la nostra società non riesce a realizzare i valori di giustizia e fraternità in cui crediamo.

    Il lavoro è una preoccupazione per i giovani, non solo perché la mancanza di opportunità nega di fatto il sostentamento di sé e della propria famiglia, ma anche perché il lavoro, inteso come realizzazione personale, è diventato un privilegio di pochi, che oltretutto va a scapito delle altre sfere della vita, in particolare della cura dei bambini e degli anziani.

    Il divario nelle possibilità di vita fra Paesi e fra classi sociali continua ad aumentare, mentre, paradossalmente, la ricerca individualista del benessere materiale è il valore più accettato, condiviso e incoraggiato nella società.

    L’isolamento ed il senso di frustrazione che ne derivano si riflettono inevitabilmente sui rapporti familiari e sociali.

    Negli ultimi anni, c’è stata una fioritura di associazioni ed enti di volontariato che cercano di “tappare i buchi” del mondo in cui viviamo, ma non è abbastanza: i problemi della nostra società devono essere risolti alla radice.

    Non possiamo cambiare il mondo dall’oggi al domani, ma possiamo cominciare cambiando i rapporti lavorativi, familiari e sociali con i nostri vicini.

  7. PROGRAMMA DI KOINOMADELFIA

    PRIMA LA FAMIGLIA
    Prima la famiglia: diritto universale a nascere, diritto ad avere una mamma e un papà, diritto al sostegno dei più deboli (bambini, anziani, disabili, malati), diritto a non emigrare. Famiglia come chiave delle proposte politiche. In famiglia si vivono quei valori di protezione, sicurezza, vita, accoglienza, identità, solidarietà, sussidiarietà, che vanno difesi e affermati nella società. Puntare sulla famiglia e sui figli, significa far ripartire l’economia, creare ricchezza e lavoro. È una grande rivoluzione culturale, economica e antropologica. I principi non negoziabili vanno reintrodotti e riaffermati nel dibattito politico. Sono priorità legislative e valoriali.

    Oggi la “questione antropologica” è La questione. La denatalità, certificata da tutte le statistiche, che condanna gli italiani all’estinzione, non si combatte con elemosina di Stato o con mere enunciazioni di principio. Ci vogliono soluzioni ad hoc. E idee realmente alternative all’attuale cultura di morte mascherata da pulsione amorevole e compassionevole.

    “A” come ambiente, per una ecologia integrale. Più prati meno sprechi.
    L’ambiente è il giardino di casa dell’umanità, per questo va rispettato. Dobbiamo lasciare alle generazioni future un ambiente migliore di come l’abbiamo trovato. È compito della nostra generazione rispettare la biodiversità, utilizzare le risorse con sobrietà e senza sprechi, valorizzare le biotecnologie che soddisfano l’alimentazione e la salute, senza fare della natura un dio assoluto ma una risorsa al nostro servizio. La cooperazione internazionale favorisce la libera circolazione di beni primari come acqua e cibo tra i popoli. In assenza di studi scientifici, la ricerca e la tecnologia si attengono ad un principio di precauzione. Tutelare la biodiversità significa anche assistere allo spettacolo della ricchezza e della diversità favorendo il mantenimento delle specie (Compendio DSC, n. 466).

    “B” come bene comune.
    Nella Costituzione degli Stati Uniti d’America ogni cittadino è dotato dal suo Creatore di alcuni diritti inalienabili, tra i quali vi è la ricerca della felicità. Il bene comune è la strada per raggiungere la propria felicità più pienamente e celermente, grazie alla società (cfr. Compendio DSC, n. 164). Non siamo soli. Come nel calcio si vince tutti insieme e si perde tutti insieme, così il bene comune è un traguardo che si raggiunge tutti insieme o non si raggiunge. La centralità della persona e la intoccabilità della vita umana fanno sì che non si possano sacrificare esseri umani pretendendo di conseguire il “bene” (aborto, divorzio, eutanasia, stepchild adoption).

    “C” come carità. La carità come criterio supremo del comportamento sociale.
    Come la persona umana è il centro della Dottrina sociale della Chiesa, la carità è il motore della società. Senza carità, la società è fredda, le persone isolate, la giustizia una condanna, la libertà egoismo, la verità un giudizio, la famiglia una convenzione, lo Stato un burocrate, l’associazionismo un affare, il mercato opportunismo. Con la carità, la società è accogliente, le persone comunità, la giustizia una grazia, la libertà felicità, la verità libertà, la famiglia un nido, lo Stato servizio, l’associazionismo partecipazione, il mercato relazione. La carità è il primo servizio della politica (cfr. Compendio DSC, nn. 204-208).

    “D” come destinazione universale dei beni. Una casa, un lavoro.
    La destinazione universale dei beni della terra serve ad assicurare la funzione sociale di qualsiasi forma di possesso privato. Richiede, quindi, che buona parte dei beni pubblici siano redistribuiti permettendo alle persone ed alle famiglie non in condizione di rispondervi da sole, di accedere ai propri bisogni primari (alimentazione, salute, casa, istruzione e lavoro). Di conseguenza, la legislazione dovrà fare in modo che tutti gli altri diritti, dalla proprietà privata al libero commercio, siano subordinati a questo principio, facilitandone la realizzazione (cfr. Compendio DSC, nn. 171-181). L’obiettivo finale? Che tutti i cittadini possano diventare, almeno in qualche misura, proprietari. Concretamente, per le autorità pubbliche consegue fra l’altro il dovere di: 1) permettere a tutti l’accesso ai servizi pubblici essenziali, 2) favorire al maggior numero possibile di cittadini di poter disporre di una abitazione di proprietà, 3) consentire l’accesso di singoli e aziende ai mercati del lavoro e del credito, 4) indurre i proprietari di immobili a non tenere inoperosi i beni posseduti e di destinarli all’utilizzo di chi ha bisogno o all’attività produttiva, 5) estendere il più possibile i frutti del recente progresso e tecnologico, 6) favorire l’equa distribuzione della terra coltivabile.

    “E” come educazione. Il figlio è mio e me lo istruisco io.
    La famiglia ha un ruolo del tutto originale e insostituibile nell’educazione dei figli (cfr. Compendio DSC, n. 239). La famiglia provvede alla cura e all’educazione dei figli, si configura come strumento primario per la crescita integrale di ogni persona e per il suo positivo inserimento nella vita sociale (Compendio DSC, n. 227). Nell’educazione dei figli, il ruolo materno e quello paterno sono ugualmente necessari (Compendio DSC, n. 242). Data la sua funzione sociale nella crescita dei cittadini, la famiglia ha diritto all’assistenza da parte della società per quanto concerne i suoi compiti circa la procreazione e l’educazione dei figli (Compendio DSC, n. 237). Il diritto di tutti a una cultura umana e civile implica il diritto delle famiglie e delle persone ad una scuola libera e aperta (Compendio DSC, n. 557).

    “F” come famiglia. Voglio la mamma, e anche il papà.
    La famiglia è una realtà originaria e precedente lo Stato. Quest’ultimo, come riconosce anche la Costituzione italiana, «agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi con particolare riguardo alle famiglie numerose» (art. 31). Oltre che dovere di giustizia, si tratta di un compito necessario per il benessere di ogni Nazione (cfr. Compendio DSC, n. 483). Infatti, come sanno gli specialisti, le dinamiche demografiche condizionano sotto vari aspetti (attitudine all’imprenditorialità ed alla ricerca, tenuta dei sistemi della sanità e delle pensioni etc.) un sistema economico: non c’è bisogno di aspettare decenni per verificare gli effetti dell’assenza di figli sull’economia nazionale. L’invecchiamento demografico rallenta il prodotto interno lordo, gonfia il debito pubblico, fa calare gli investimenti e indebolisce l’efficacia delle politiche monetarie delle banche centrali. Secondo l’ultimo rapporto Istat, in Italia il tasso di fecondità è pari a 1,37 contrariamente a quanto accade nel Nord Europa, dove oscilla tra 2 e 1,8 figli per donna. In Italia aumenta la disoccupazione femminile e diminuiscono le nascite, in particolare nel Mezzogiorno nonostante il desiderio del 60% delle italiane di avere almeno due figli senza rinunciare a lavorare. È quindi assolutamente necessario attuare misure che possano favorire la crescita della natalità nel nostro Paese ed agevolare i compiti di quelle già esistenti, soprattutto se numerose.

    “G” come giustizia. A ciascuno il suo.
    La giustizia sociale, una volta tramontate le ideologie ed affermatasi la “globalizzazione dell’indifferenza”, è un principio da riproporre oggi nel modo più deciso. Dal punto di vista soggettivo essa si traduce anzitutto nel riconoscimento dell’altro, concepito, malato o handicappato che sia, come persona pienamente umana, dotata degli stessi diritti e doveri di ogni uomo sano ed efficiente. La giustizia, che regola i rapporti sociali in base al criterio dell’osservanza della legge, non è una semplice convenzione umana, perché quello che è “giusto” non è originariamente determinato da assemblee o parlamenti, bensì dalla sua conformità all’identità profonda dell’essere umano (cfr. Compendio DSC, nn. 201-203). La legge morale naturale riguarda non solo la bioetica ma anche i temi economici, come il giusto prezzo o il giusto salario. Non defraudare l’operaio della sua paga è un principio di legge morale naturale, perché la giustizia è dare a ciascuno il suo.

    “H” come handicap. Dignità, diritti e doveri.
    Le persone handicappate sono soggetti titolari di diritti e doveri e, per la loro condizione di svantaggio, devono essere aiutate dalla comunità a partecipare alla vita familiare, lavorativa e sociale. Nel promuovere con misure efficaci ed appropriate la loro dignità, una particolare attenzione dovrà essere rivolta alle condizioni di lavoro fisiche e psicologiche ed alla tutela della salute della persona handicappata (cfr. Compendio DSC, n. 148). Occorre poi promuovere un’opera di sensibilizzazione sui temi della disabilità nelle scuole e sui mass media, dove l’handicap non ha quasi nessuno spazio, perché la sofferenza del disabile dipende spesso più dall’ambiente che dalla malattia. Inoltre, l’idea che il disabile abbia una vita che “non merita di essere vissuta” si diffonde, e conduce progressivamente all’eugenetica. D’altronde, ormai, di disabili non ne nascono quasi più, per via di una selezione prenatale e, l’eutanasia diretta, quella che consiste cioè nel mettere fine, con un atto o l’omissione di un’azione dovuta, alla vita di persone handicappate, ammalate o prossime alla morte, merita di essere rubricata come reato penale.

    “I” come impresa. Piccola è bella.
    Una delle espressioni della soggettività creativa del cittadino è l’esercizio del diritto di iniziativa economica (cfr. Compendio DSC, n. 336). La piccola impresa e l’impresa familiare, in particolare, sono frutto di relazioni, di fiducia reciproca e di solidarietà “Piccolo è bello”, insomma, perché vi si fanno tanti mestieri contemporaneamente e si imparano anche tante professioni. Il rapporto ad esempio di un direttore di banca con il cliente è basato sulla stretta di mano. Questo dovrebbe comportare, per lo Stato e le autonomie territoriali, il dovere di favorire le piccole e medie imprese (PMI) e l’impresa familiare attraverso, per esempio, l’unione del capitale del piccolo risparmio con il credito alla piccola impresa agraria, artigianale, industriale, commerciale o, da parte del legislatore nazionale, operare per una detassazione delle spese fisse, per ricerca e investimento delle PMI.

    “J” come Jackpot. Etica della responsabilità e gioco d’azzardo.
    Giochi d’azzardo, casinò e scommesse, nell’attuale crisi etica, hanno peggiorato il loro carattere di mezzi moralmente inaccettabili di svago, tanto più in quanto promossi da pubblicità ingannevoli e, soprattutto, perché “commissionati” dallo Stato. La “cultura jackpot” si oppone all’etica della responsabilità ed aliena la persona e la famiglia privandole di ciò che è loro necessario per vivere (cfr. Catechismo della Chiesa cattolica, n. 2413). I danni sociali causati affliggono soprattutto gli strati più emarginati e poveri della popolazione, coinvolti nel vizio del gioco e quindi poco propensi a cercare un proprio riscatto sociale attraverso il lavoro. La dipendenza che scaturisce dal gioco d’azzardo (ludopatia) si traduce in una grave forma di schiavitù personale e in un impoverimento complessivo per la società. Il gioco d’azzardo patologico è stato riconosciuto per la prima volta come disturbo mentale nel 1980, con la sua introduzione nel “Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali” (DSM-III) all’interno dei “Disturbi del Controllo degli Impulsi”. In tale contesto non è ammissibile che i siti Internet di gioco d’azzardo fioriscano indisturbati.

    “K” come Kyoto. Conciliare sviluppo economico e protezione ambientale.
    Il Protocollo di Kyoto (Giappone), trattato internazionale sulla riduzione del riscaldamento globale entrato in vigore nel 2005, è stato prodotto in un clima di incertezza scientifica circa le reali conseguenze sull’ambiente delle emissioni di gas a effetto-serra. Se è vero che l’attività industriale è chiamata a rispettare attentamente l’integrità e i ritmi della natura, è anche necessario che le esigenze della protezione ambientale siano conciliate con quelle dello sviluppo economico, soprattutto dei Paesi più poveri (cfr. Compendio DSC, n. 470). Le implicazioni riguardanti i cambiamenti climatici, data la loro estrema complessità, non possono quindi essere “decise per legge”, ma dovrebbero essere costantemente e periodicamente valutate a livello scientifico, politico e giuridico, a livello sia nazionale sia internazionale. Ogni cittadino, poi, nei suoi comportamenti come consumatore ed operatore economico, dovrebbe sviluppare un maggiore senso di responsabilità e, da parte dello Stato, essere messo nelle migliori condizioni per rispettare l’ambiente. L’inquinamento prodotto dall’uomo, comunque, è probabilmente sopravvalutato nella sua capacità d’influire sul clima, le cui variazioni sono epocali e avvengono per cause per lo più poco conosciute (macchie solari, andamenti ciclici, etc.).

    “L” come libertà. Ma quante belle Elle, madama Doré, ma quante belle Elle.
    Ogni persona umana, creata ad immagine di Dio, ha il diritto naturale di essere riconosciuta come essere libero e responsabile, e di realizzare la propria vocazione personale (cfr. Compendio DSC, n. 199). Ogni essere umano è libero di cercare la verità, professare le proprie idee religiose, culturali e politiche; esprimere le proprie opinioni; decidere il proprio stato di vita; decidere il proprio lavoro per quanto possibile; costruirsi la propria famiglia; promuovere la libertà d’impresa; promuovere iniziative di carattere sociale, economico e politico (cfr. Compendio DSC, n. 199 e 200); associarsi con altri per finalità di bene comune (cfr. Compendio DSC, n. 91 e 426); esercitare il culto religioso (cfr. Compendio DSC, n. 387 e 426). La libertà non è vivere in un’isola deserta e non esiste veramente se non là dove legami reciproci, regolati dalla verità e dalla giustizia, uniscono le persone (cfr. Compendio DSC, n. 199). La libertà deve esplicarsi, d’altra parte, anche come capacità di rifiuto di ciò che è moralmente negativo, sotto qualunque forma si presenti, come capacità di effettivo distacco da tutto ciò che può ostacolare la crescita personale, familiare e sociale (cfr. Compendio DSC, n. 200 e 399).

    “M” come manutenzione e opere pubbliche. Più tangenziali, meno tangenti.
    La pubblica amministrazione, a qualsiasi livello – nazionale, regionale, comunale -, quale strumento dello Stato, ha come finalità quella di servire i cittadini. Posto al servizio dei cittadini, lo Stato è il gestore del bene del popolo, che deve amministrare in vista del bene comune. Contrasta con questa prospettiva l’eccesso di burocratizzazione, che si verifica quando le Istituzioni, diventando complesse nell’organizzazione e pretendendo di gestire ogni spazio disponibile, finiscono per essere rovinate dal funzionalismo impersonale, dall’esagerata normazione, dagli ingiusti interessi privati, dal disimpegno facile e generalizzato. Il ruolo di chi lavora nella pubblica amministrazione non va concepito come qualcosa di impersonale e di burocratico, bensì come un aiuto premuroso per i cittadini, esercitato con spirito di servizio (cfr. Compendio DSC, n. 412).

    “N” come natalità: serve una misura forte.
    Nelle parti più ricche del pianeta si assiste ad una caduta verticale del tasso di natalità, con ripercussioni sull’invecchiamento della popolazione, incapace perfino di rinnovarsi biologicamente. In più di 75 Paesi nel mondo il tasso di fertilità è attualmente al di sotto del livello di sostituzione – 2,1 bambini per donna – necessario a mantenere stabile il livello demografico. Siccome la crescita demografica è associata ad uno sviluppo integrale e solidale, una politica natalistica ragionata ma decisa dovrebbe essere al primo posto di una strategia efficace di sviluppo globale (cfr. Compendio DSC, n. 483). Anche l’Italia sta inesorabilmente invecchiando, avendo toccato negli ultimi anni il livello minimo di nascite dall’Unità nazionale. Per questo parlare di crescita e di uscita dalla crisi senza affrontare il tema della ripresa della natalità è semplicemente miope se non irresponsabile. Le misure finora previste, di ordine economico ed episodico, non sono assolutamente sufficienti. Di fronte ad una emergenza come questa serve una scelta forte, sia di carattere quantitativo (ad es. assicurando uno stipendio alle neo-mamme oppure mettendo a disposizione a chi si deve sposare alloggi a costi calmierati), sia di carattere qualitativo (ad es. dando maggiore sostegno alle aziende familiari che assicurano maggiore stabilità economica alle famiglie o prevedendo una riserva di posti nei concorsi pubblici per i candidati giovani da poco sposati).

    “O” come organizzazione sanitaria. L’etica della responsabilità prima di tutto.
    L’etica della responsabilità, che consiste nella cura della persona e nella prevenzione delle malattie proprie e dei familiari affidati alla propria cura, implica che il diritto alla salute consista in stretto senso solo nell’offerta di misure pubbliche per garantire l’assistenza sanitaria di base (cfr. Compendio DSC, n. 447). Questo perché, se è vero che la promozione della salute è impegno prioritario di ogni Istituzione, è anche vero che essa è condizionata dalle risorse economiche disponibili le quali, essendo limitate, devono far emergere delle priorità che dipendono prima di tutto dalla solidarietà verso i più deboli e bisognosi (bambini nascenti, donne incinte, anziani, malati gravi, disabili bisognosi di cure). Nascono così modelli diversi di sistemi sanitari che, partendo proprio dall’analisi dei valori morali che ispirano i criteri di gestione delle risorse nella sanità, perseguono in modo diverso la prospettiva universalistica. Ad ogni modo deve essere consentito tanto al personale sanitario, con l’obiezione di coscienza, quanto alla cittadinanza, con l’obiezione fiscale, la facoltà di ad astenersi dal collaborare ad azioni moralmente cattive, sul piano sanitario e del diritto alla vita, essendo salvaguardate da sanzioni penali e da qualsiasi danno sul piano legale, disciplinare, economico e professionale rispetto a tali comportamenti (cfr. Compendio DSC, n. 399).

    “P” come centralità della persona umana. Tutto intorno a te.
    Come la carità è il motore della società, la persona umana è la destinazione della carità. Tutto è in funzione della persona e della sua realizzazione: i suoi diritti personali e civili, la sua famiglia, l’associazionismo, lo Stato, il mercato, le organizzazioni mondiali e la cooperazione internazionale. Dei quattro principi fondamentali (dignità della persona, bene comune, solidarietà, sussidiarietà), il più importante è la dignità della persona, gli altri tre essendone al servizio (cfr. Compendio DSC, n.204). La persona umana è intoccabile: per questo legislazioni, Stati, organizzazioni internazionali e la stessa Chiesa hanno blindato la sua inviolabilità con le Carte dei diritti umani. Tra i principali diritti troviamo: il diritto alla vita (dal concepimento fino alla morte naturale) di cui è parte integrante il diritto a crescere sotto il cuore della madre dopo essere stati generati; il diritto a vivere in una famiglia unita e in un ambiente morale, favorevole allo sviluppo della propria personalità; il diritto a maturare la propria intelligenza e la propria libertà nella ricerca e nella conoscenza della verità; il diritto a partecipare al lavoro per valorizzare i beni della terra ed a ricavare da esso il sostentamento proprio e dei propri cari; il diritto a fondare liberamente una famiglia e ad accogliere ed educare i figli, esercitando responsabilmente la propria sessualità. Fonte e sintesi di questi diritti è, in un certo senso, la libertà religiosa, intesa come diritto a vivere nella verità della propria fede ed in conformità alla dignità trascendente della propria persona (cfr. Compendio DSC, n.155).

    “Q” come quoziente familiare. Tagliare a fette il reddito imponibile.
    Quoziente familiare significa stabilire un criterio di progressività del sistema tributario in ragione della capacità contributiva della famiglia nel suo insieme (cfr. Compendio DSC, n. 355). Dato uno stesso livello di reddito di due diversi soggetti, se su uno di essi gravano oneri che ne riducono la capacità contributiva, l’imposta non dovrà colpire il reddito in quanto tale, ma quello diminuito dei costi necessari per far fronte a questi oneri. Con questo strumento la somma dei redditi dei componenti della famiglia viene divisa per la somma dei componenti (viene “tagliato a fette”), cui viene attribuito un peso non necessariamente uguale. Per esempio più crescono i figli più il “peso” aumenta. In questo modo si ottiene il risultato di far pagare meno tasse alle famiglie unite e che hanno due o più figli.

    “R” come equa retribuzione del lavoro. Il lavoro nobilita l’uomo, quando non lo rende schiavo.
    Il lavoro è per l’uomo, non l’uomo per il lavoro (cfr. Compendio DSC, n. 272). Lo sfruttamento lede la dignità umana, per questo è vietata ogni forma di sfruttamento del lavoratore, in particolare dei minori, degli immigrati, dei disabili e delle donne (cfr. Compendio DSC, nn. 295-298; 316). Il lavoratore ha diritto ad un giusto e lecito stipendio e ad alcuni diritti connessi alla persona, come il riposo di Domenica, la sicurezza nel lavoro, la tutela in caso di malattia o incidente, la maternità, la conciliazione tra lavoro e famiglia, la sovvenzione nella disoccupazione, la pensione (cfr. Compendio DSC, nn. 284, 286, 301). La dignità umana scoraggia l’eccessiva flessibilità nei rapporti di lavoro (cfr. Compendio DSC, n. 280). Il capitale e il lavoro sono necessari l’uno all’altro, per questo la lotta di classe è inaccettabile (cfr. Compendio DSC, n.306). Fermo restando il diritto di sciopero (cfr. Compendio DSC, n. 304), capitale e lavoro collaborano per trovare soluzioni ai problemi derivanti dalla gestione delle attività produttive (cfr. Compendio DSC, nn. 276-281).

    “S” come sussidiarietà. Protagonisti del proprio futuro. The Big Society.
    Il principio di sussidiarietà, “in positivo”, spinge la politica a prendersi cura della famiglia, dei gruppi, delle associazioni, delle realtà territoriali locali e, in breve, di quelle espressioni aggregative di tipo economico, sociale, culturale, sportivo, ricreativo, professionale, politico, alle quali le persone danno spontaneamente vita e che rendono loro possibile una effettiva crescita sociale (cfr. Compendio DSC, nn. 185-188). “In negativo”, invece, chiede allo Stato di non togliere agli individui ed ai corpi intermedi sopra citati i compiti che possono realizzare con le loro sole forze. Allo stesso tempo, impedisce di far fare ad una associazione “maggiore” (ad esempio un Comune) quelle e le attività che potrebbe fare autonomamente una “minore” (es. una o più famiglie unite). Per “Big Society” intendiamo appunto la “sussidiarietà locale” sopra accennata, che è all’opposto del welfare state centralista e burocratico sperimentato nel Novecento e che, del resto, nel nostro Paese ha subito anche notevoli storture. Per esempio, l’aiuto informale dato alle coppie dalle famiglie d’origine, dalle comunità parrocchiali e non, dal quartiere etc., hanno svolto e svolgono ancora un ruolo molto importante nel sostenere le persone nei momenti della vita caratterizzati da maggiore vulnerabilità (giovani senza lavoro, madri lavoratrici con figli piccoli, anziani non autosufficienti, disabili). Per un malinteso senso della sussidiarietà, però, le famiglie si sono trovate ad essere strumentalizzate dallo Stato che le ha “usate” come una specie di “ammortizzatore sociale”. Non è questa la sussidiarietà!

    “T” come tasse. Leggere attentamente le avvertenze. Può avere effetti collaterali.
    Il rispetto dell’autorità corrisponde all’ordine stabilito da Dio. Per questo si dà a Cesare quel che è di Cesare (cfr. Compendio DSC, n. 380). La tassazione è una forma di solidarietà. L’obiettivo verso cui tende il fisco e la spesa pubblica è una finanza pubblica capace di proporsi come strumento di sviluppo e di solidarietà. Una finanza pubblica equa, efficiente, efficace, produce effetti virtuosi sull’economia, perché riesce a favorire la crescita dell’occupazione, a sostenere le attività imprenditoriali e le iniziative senza scopo di lucro, e contribuisce ad accrescere la credibilità dello Stato quale garante dei sistemi di previdenza e di protezione sociale, destinati in particolare a proteggere i più deboli (cfr. Compendio DSC, n. 355). La finanza pubblica si orienta al bene comune quando si attiene ad alcuni fondamentali principi: le tasse vanno pagate, ma devono essere eque e razionali (ad esempio, diminuire al diminuire del reddito; essere eque e non esagerate); la spesa pubblica va amministrata con rigore e integrità (gli stipendi devono essere giusti, le risorse pubbliche non vanno derubate). Inoltre, tale spesa va distribuita in un’ottica di solidarietà, valorizzando i talenti presenti sul territorio, aiutando chi ne ha bisogno e prestando grande attenzione a sostenere le famiglie, destinando a tal fine un’adeguata quantità di risorse (cfr. Compendio DSC, n. 355).

    “U” come urbanistica a dimensione umana.
    La casa, il quartiere e il villaggio, nella storia delle civiltà, sono sempre state il luogo ideale dell’educazione e dell’integrazione sociale, unità di produzione e centro di vita spirituale insieme, oltre che snodo di solidarietà tra le generazioni (cfr. Compendio DSC, n. 248). Nell’ultimo secolo la vita divenuta anonima delle grandi città, il sovraffollamento urbano e la conseguente mancanza di abitazioni, gli sfratti, le situazioni precarie e disagiate, la crisi morale ed il crimine diffuso hanno causato un degrado, morale e sociale, senza precedenti. Ciò ha condizionato fortemente la vita umana piegandola alle esigenze del controllo e del consumo e determinando conseguentemente un totale accantonamento delle esigenze vitali delle comunità e delle famiglie. Il mondo occidentale, in particolare, soffre di una “perdita metafisica” dell’intimità della casa, che genera senso di solitudine, estraneità, alienazione. Ma non solo la società urbana necessiterebbe di un riequilibrio demografico e di decisi interventi architettonici ed infrastrutturali. La “qualità della vita” nelle zone periferiche e rurali, infatti, urge di una politica di riqualificazione umana dalla quale potrebbero scaturire risultati positivi per l’intera comunità.

    “V” come verità. La verità vi farà liberi.
    Oltre ai princìpi che presiedono alla costruzione di una società degna dell’uomo (dignità umana, bene comune, solidarietà, sussidiarietà), la Dottrina sociale della Chiesa indica anche dei valori fondamentali, i principali dei quali sono carità, giustizia, libertà, verità. La carità è il più importante di tutti e dà senso agli alti tre. Rispettare questi valori conduce alla propria perfezione e ad una convivenza sociale più umana (cfr. Compendio DSC, n. 197). La verità è la corrispondenza tra l’intelligenza e la realtà. In altre parole, chiamare le cose per nome. Gli uomini sono tenuti a cercare di continuo la verità, a rispettarla e a testimoniarla responsabilmente, nell’informazione, nell’economia, nella politica, nei rapporti sociali. Tanto più le persone e i gruppi si sforzano di risolvere i problemi sociali secondo verità, tanto più si avvicinano alla buona società (cfr. Compendio DSC, n. 198). Per questo è importante in famiglia educare i figli alla verità (cfr. Compendio DSC, n. 212). La verità (assieme alla carità e alla giustizia) dirige la libertà e le permette di essere responsabile e non arbitraria (cfr. Compendio DSC, n. 199 e 203).

    “W” come welfare partecipativo. Il caldo abbraccio del volontariato sociale.
    Il principio della solidarietà spinge i cittadini ad essere tutti per uno e uno per tutti. Il principio della sussidiarietà rende i cittadini protagonisti del proprio futuro: lo Stato non deve fare ciò che un cittadino può fare da solo. La combinazione di solidarietà e sussidiarietà genera welfare partecipativo. Il benessere dei cittadini è un compito di tutti, non solo dello Stato. Per questo va costruito unendo le forze delle persone, delle famiglie, dell’associazionismo, del mercato e dello Stato. Lo Stato si pone come regolatore in tema di livelli essenziali di assistenza e di rispetto delle leggi; gli attori sociali contribuiscono ciascuno nel proprio ambito a soddisfare i bisogni di cura, sanità ed assistenza con spirito di servizio e rispetto delle leggi e dei regolamenti statali. In casi di particolare gravità o di latenza dei soggetti sociali, lo Stato interviene direttamente in via sussidiaria (cfr. Compendio DSC, nn. 419-420).

    “X” come xenofilia equa ed equilibrata. Società multiculturale o società multietnica? Tutti i colori del mondo, ma sotto la stessa bandiera.
    Gli immigrati sono innanzitutto persone, e la prima accoglienza è un dovere: dare da mangiare agli affamati. Inoltre, nella maggioranza dei casi, essi rispondono a una domanda di lavoro che altrimenti resterebbe insoddisfatta (cfr. Compendio DSC, n.297). Tuttavia, i flussi migratori vanno regolamentati secondo criteri di equità e di equilibrio, criteri che servono ad evitare tensioni sociali e sono indispensabili per ottenere inserimenti con le garanzie richieste dalla dignità della persona umana. Gli immigrati vanno aiutati ad integrarsi nella vita sociale, assieme alle loro famiglie; in tale prospettiva, va rispettato e promosso il diritto al ricongiungimento familiare. Nello stesso tempo, per quanto è possibile, vanno favorite tutte quelle condizioni che consentono accresciute possibilità di lavoro nelle proprie zone di origine (cfr. Compendio DSC, n.298). Nel rispetto dei diritti delle minoranze, le culture dei popoli immigrati si confrontano con la legge civile e con la legge morale naturale in tema di rispetto della dignità umana, tutela della famiglia, libertà dei diritti civili e politici, libertà di culto. La reciprocità nelle relazioni internazionali esige la tutela dei cristiani nei paesi dove sono perseguitati.

    “Y” come Y chromosome. Educare sì alla sessualità, ma rispettando l’identità e l’armonia maschio/femmina.
    Il cromosoma Y, uno dei due cromosomi umani determinanti il sesso (l’altro cromosoma sessuale è il cromosoma X), viene tramandato di padre in figlio. Siccome i genitori hanno una responsabilità primaria nella sfera dell’educazione sessuale, è loro diritto-dovere assicurare che i loro figli apprendano in modo ordinato e progressivo il significato della sessualità e imparino ad apprezzare i valori umani e morali ad essa collegati (cfr. Compendio DSC, n. 243). I genitori devono essere messi in condizione di verificare e scegliere le modalità con cui viene attuata l’educazione sessuale nelle istituzioni educative, al fine di controllare che un tema così importante e delicato sia affrontato in modo graduale e senza ridurre il tutto alla genitalità o all’anatomia. L’educazione affettiva e sessuale, inoltre, deve abbracciare la totalità dell’essere umano, non solo gli aspetti fisici, ed essere calibrata allo specifico dell’identità maschile e femminile, realtà complementari ma differenti. Si tratta, insomma, di preparare i futuri sposi, uomini e donne del domani, all’amore di comunione e fecondo.

    “Z” come tolleranza zero verso chiunque attenti alla sicurezza.
    Lo Stato e le Istituzioni locali dovrebbero perseguire in tutte le sedi possibili e reprimere con tutti i mezzi a disposizione l’obiettivo della tolleranza zero verso chiunque attenti alla sicurezza fisica delle persone, dei rapporti sociali, del credito etc. Particolare severità verso chi corrompe o tenta di corrompere, all’interno del mondo della scuola, dei media e dello sport, i giovani (cfr. Compendio DSC, n. 157). Non si tratta solo di disincentivare o punire il crimine, ma anche di collaborare positivamente all’opera di educazione e formazione delle giovani generazioni da parte delle famiglie e delle varie agenzie educative presenti sul territorio. L’obiettivo dovrebbe tradursi concretamente nell’elaborazione di programmi di prevenzione ben studiati che diano vita ad un sistema legale severo e ben conosciuto che stronchi i fautori e responsabili di: 1) pedofilia, 2) violenza sessuale, 3) diffusione delle droghe; 4) promotori del loro uso e della “cultura dello sballo”, 5) doping sportivo, 6) teppismo negli stadi, 6) degrado di città e beni culturali. © 2026

  8. L’intelligenza artificiale.

    L’intelligenza artificiale ci sostituirà? Ci farà perdere posti di lavoro? Finirà per dominarci?
    Tutte le innovazioni tecnologiche fanno un po’ paura. Una vignetta del secolo scorso avvertiva sui pericoli dell’elettricità. L’immagine, inquietante, mostrava una via con tutti i passanti fulminati dai cavi elettrici. Al centro della scena compariva una lampadina dalla quale usciva un teschio. Dietro alle persone, un cavallo morto. Si capisce bene che questa nuova tecnologia aveva spaventato molta gente: era una cosa sconosciuta che non si sapeva dove avrebbe portato. Lo stesso è successo coi microonde, coi cellulari, col 5G. Adesso sta succedendo con l’intelligenza artificiale. Cosa spaventa, esattamente, di questa nuova tecnologia?
    Lo spettro della perdita del lavoro: si dice che la tecnologia, piano piano, sta sostituendo le persone. In effetti, con l’IA, diversi posti di lavoro potrebbero essere a rischio. Un imprenditore potrebbe assumere meno personale, perché se l’IA svolge un compito complesso in tempi rapidi il flusso è gestibile anche da una sola persona.
    Le ansie degli artisti: chi compone musica, scrive, crea illustrazioni può temere seriamente l’IA. Già la creatività è poco valorizzata nella società moderna; se poi la creazione è questione di un clic, i creatori “tradizionali” temono di essere penalizzati o emarginati.
    L’immaginario della macchina che prende vita: per decenni la fantascienza ha immaginato scenari in cui le macchine conquistano una sorta di autonomia e finiscono per dominare l’uomo. Questa prospettiva è così presente nell’inconscio collettivo che sembra quasi sul punto di realizzarsi.
    Paura di rimanere indietro: l’IA evolve velocemente. Non tutti la sanno usare e se nel futuro diventasse fondamentale sarebbe difficile stare al passo.
    Paranoie: l’IA può dare risposte inaccurate e a volte allarmiste. Chi la interroga spesso riguardo a problemi di salute fisica o mentale può ricevere risposte un po’ spaventose, che possono generare una sorta di ipocondria, ansia e preoccupazione.
    Le paure sono legittime, ma alcune sono razionali e altre no. C’è chi teme, per esempio, che l’IA possa favorire una sorta di “manipolazione delle menti” gestita da poteri superiori, o appunto la “presa di vita” delle macchine. Questi non sono scenari molto probabili. Sul lato creativo e lavorativo i timori sembrano più comprensibili. A bassi livelli è davvero possibile che l’IA possa creare un calo di offerte di lavoro. Pensiamo ai grafici, che riceverebbero meno commissioni per creare loghi o illustrazioni, e agli artisti che potrebbero essere in parte rimpiazzati. Questo però accadrebbe solo a livelli meno raffinati e forse l’uso massiccio dell’IA potrebbe anche essere ridimensionato per una sorta di “nausea” da parte dei clienti, che potrebbero essere più catturati da lavori originali. Certo, se la tecnologia riuscisse a diventare tanto potente da mimarci veramente, lo scenario sarebbe più inquietante.

    C’è sempre una via d’uscita..? Vedremo.

  9. SACERDOZIO UXORATO
    I temi che riguardano il sacerdozio uxorato e il celibato sacerdotale non sono affatto nuovi e neanche originali nella riflessione cristiano/cattolica e non, anzi molti studiosi dei problemi storici e teologici connessi ad essi ritengono che nessuno riuscirebbe a contare tutti i libri e gli articoli che solo in quest’ultimo arco di tempo sono stati pubblicati su questi argomenti. Il perche’ di questo interesse, forse, si spiega dal fatto che attorno a questi temi, soprattutto a quello del celibato, si sia in qualche modo condensata una certa crisi di identita’ della vocazione sacerdotale e religiosa soprattutto in quelle chiese, laddove ad ogni aspirante seminarista viene imposta la “scelta” celibataria prima di essere ammesso alla formazione verso il diaconato e presbiterato, scelta, o meglio dire “condizione” per altro non esclusivamente contemplata nel messaggio profondo di Gesu’ contenuto nella Sacra Scrittura. La sensazione, fortemente avvertita e abbastanza verificabile, e’ quella di una formazione carente verso la naturalita’ e creaturalita’ dell’uomo, formazione concentrata soprattutto sul versante difensivo e immunizzante nei confronti di una sessualita’ intesa come pulsione da controllare e tentazione da combattere. In alcune chiese con questo tipo di forma mentis fattiva, a mio modesto parere, si corre un rischio molto grosso: il rischio e’ che l’area dell’affettivita’, proprio quella che e’ considerata centrale nella dinamica cristiana e della vocazione presbiterale e religiosa, resti di fatto disattesa, depauperata della bellezza virtuosa e intrinseca dell’uomo capace di fare scelte importanti, capace di amare e di ricevere amore, quell’amore sponsale e responsabile, paradigmatico nel ministero ordinato per, con, in Cristo, reciproco insieme alla propria amata o il proprio amato in matrimonio.

    La bellezza del sacerdozio uxorato sta proprio nel fatto che Cristo sacerdote vive egli stesso nel e del contesto familiare. Il ministro ordinato, in una realta’ ecclesiale come la mia ad esempio (Chiesa Cattolica di Rito Antico), serve la Chiesa non solo nei poveri, negli ultimi e verso tutti i fedeli con passione e dedizione, ma vive pure mangiando pane del proprio sudore lavorando, sensa nessun sostentamento del clero, servendo e amando complementariamente la persona che ha sposato e la famiglia che Dio gli ha donato. Per un consacrato (o una consacrata) sposato/a, diviene dunque necessario desiderare contemporaneamente Cristo e la sua sposa (o il suo sposo), ma questo connubio, per vivere in pieno il sacerdozio, non e’ scontato, assistiamo infatti ad un fenomeno singolare tipico dei giorni nostri: la caduta appunto del desiderio come qualita’ e del desiderare come facolta’.

    Per entrambi gli sposi, e poco importa chi sia di loro sacerdote, desiderare significa aprire la propria vita a qualcosa di nuovo che ancora non si conosce pienamente del tutto, ma che si sente comunque significativo; vuol dire proiettarsi insieme verso il futuro, verso qualcosa che ancora non si possiede, ma in cui ci si riconosce nel ministero ordinato e nella propria famiglia. Proprio per questo il desiderio rende entrambi creativi, attiva la volonta’, smuove le energie, da’ la forza di affrontare e superare le inevitabili difficolta’ di questo percorso, dona il coraggio di sostenere l’attesa del compimento del desiderio stesso, sublima l’amore del Padre in Cristo nella e per la Chiesa, sigilla l’amore del Figlio attraverso l’amore incondizionato per i propri figli. Questo rende sacra la famiglia come la Sacra Famiglia, scusando il gioco di parole eheheh. Desiderare significa dunque avere a che fare inevitabilmente e naturalmente con l’amore ed e’ ovvio che chi non si lascia amare o non vive con gratitudine l’amore ricevuto, non potra’ mai consegnarsi e amare a sua volta.

    Bisogna continuamente fare accrescere il desiderio, chiederlo fortemente al Signore e a Nostra Madre in preghiera, nella Liturgia, nel servizio della diaconia e soprattutto nella celebrazione eucaristica.

    Il sacerdote uxorato, per sua natura, insieme alla propria moglie o al proprio marito e i propri figli, e’ completo in e di questo triplice amore per il Signore, la Chiesa e la propria famiglia, vivendo in continua tensione ed inseparabilmente i tre desideri realizzati e trasformati ontologicamente in Cristo: desiderio sponsale, desiderio paterno e desiderio pastorale. Lo slancio missionario del sacerdote sposato e’ piena forza spirituale e umana che viene realmente dallo Spirito Santo che illumina e sostiene in modo libero e liberante lui e tutta la sua famiglia.

  10. Ecco una breve riflessione sul valore del dono della Santa Messa, per chi ha il privilegio di poter partecipare.

    ​Il banchetto a cui non mancare

    ​La Santa Messa non è un obbligo dettato da una regola esterna, ma un invito di amore a cui il nostro cuore è chiamato a rispondere. Quando abbiamo la possibilità fisica e logistica di partecipare, ci viene offerto un dono che supera ogni altra attività della giornata: l’incontro vivo con il Signore Gesù.
    ​Spesso ci lasciamo assorbire dalle preoccupazioni, dal lavoro, dalla stanchezza o dalla routine, dimenticando che il tempo trascorso davanti all’Altare è il momento in cui “ricarichiamo” la nostra anima. È il luogo dove le nostre fatiche, come quella di un artigiano che lavora con dedizione o di chiunque si spenda per la propria famiglia, vengono deposte nelle mani di Dio per essere santificate.
    ​Chi può andare a Messa e sceglie di esserci, sta dicendo a Dio: “Signore, Tu sei il centro della mia vita”. Questa scelta non è solo un atto di devozione personale, ma una testimonianza silenziosa e potente per chi ci sta attorno. Partecipare all’Eucaristia ci nutre, ci dona la forza necessaria per affrontare le difficoltà con uno sguardo diverso e ci rende parte viva della comunità.
    ​Non mancare quando si ha la possibilità è riconoscere che la nostra esistenza non dipende solo dalle nostre forze, ma dalla Grazia che riceviamo. È scegliere di sedersi alla mensa del Padre, pronti ad accogliere la pace che solo Lui può donare.

    Gesù Cristo è il Signore ✨🙏🏻✨

  11. Mission
    1) La Fraternità “Koinomadelfia”, è una istituzione civile ed ecclesiale. Ha come fondamento la Divina Provvidenza, come anima la carità di Cristo, come sostegno la preghiera, come centro i Poveri. Essa comprende suore, fratelli, sacerdoti e laici che a vario titolo realizzano le sue finalità.

    2) La Fraternità si prende cura della persona povera, malata, abbandonata, particolarmente bisognosa, senza distinzione alcuna, perché in essa riconosce il volto di Cristo.

    3) In tal modo la Fraternità afferma il valore sacro della vita umana, dal suo inizio fino al suo termine naturale; promuove la dignità di ciascuno nella sua originalità e diversità; si prende cura della persona nella sua dimensione umana e trascendente; vive lo spirito di famiglia costruendo relazioni di reciprocità, di gratuità, di condivisione, di fraternità.

    4) Nei diversi Paesi dove è presente, la Fraternità è organizzata in comunità di vita e in pluralità di servizi uniti e orientati dallo spirito e dagli insegnamenti di San Francesco d’Assisi. Come una grande famiglia tutti, sani e malati, religiosi e laici, secondo la vocazione e la misura della propria donazione e impegno si aiutano reciprocamente ad attuare le finalità evangeliche dell’Opera.

    5) San Francesco insegna che la Divina Provvidenza “per lo più adopera mezzi umani”. Per questo, ogni operatore nel settore assistenziale, educativo, sanitario, pastorale, amministrativo e tecnico con la sua responsabilità, competenza e generosa dedizione, diventa “strumento” della Divina Provvidenza al servizio dei Poveri.

    6) Nella Fraternità ognuno può trovare senso alla propria esistenza, realizzare i desideri profondi del cuore, contribuire all’edificazione di un’umanità nuova fondata sull’amore, sulla solidarietà, sull’amicizia e sulla speranza della vita eterna.

  12. Meditazione

    San Basilio ha lasciato che questa missione per i poveri diventasse criterio della sua vita.

    In un tempo segnato da divisioni, eresie, povertà diffuse e grandi sofferenze sociali, egli ha compreso che il ministero pastorale non poteva ridursi a un ruolo o a una funzione, ma doveva essere presenza, cura, responsabilità vissuta fino in fondo.

    Per Basilio, essere vescovo significava rendere visibile, nella carne della Chiesa, la sollecitudine stessa di Dio per il suo popolo.

    Il Salmo che abbiamo pregato ci ha fatto entrare nella fiducia profonda di chi può dire: «Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla» (Salmo 22). Non è la fiducia ingenua di chi non conosce la prova, ma la fiducia matura di chi ha attraversato la valle oscura e ha scoperto di non essere solo.

    Anche San Basilio ha conosciuto la fatica, la malattia, l’incomprensione, il peso delle responsabilità. Eppure, non ha mai smesso di affidarsi a questo Dio che guida, che rinfranca, che prepara una mensa anche in mezzo alle difficoltà.

    Prima ancora di essere pastore per gli altri, San Basilio si è lasciato guidare come pecora amata.

    Nella seconda lettura, san Paolo scrivendo alla comunità di Efeso (Ef 4,1-7.11-13) ci ha ricordato che nella Chiesa nulla è fine a sé stesso: ogni dono, ogni ministero, ogni responsabilità è data per l’edificazione del corpo di Cristo.

    Pastori e dottori non sono chiamati a dominare, ma a servire la crescita della comunità, a condurre tutti verso l’unità della fede e la maturità spirituale.

    San Basilio ha incarnato in modo esemplare questa vocazione. È stato un grande dottore della Chiesa, capace di difendere la fede, nel Dio uno e trino, con profondità e rigore, ma non ha mai separato la verità creduta dalla vita vissuta. La sua teologia non è rimasta nei libri: si è fatta carne nella carità fraterna.

    Il Vangelo, infine, ci ha messi in guardia da una religiosità che ama i titoli, i primi posti, il riconoscimento esteriore. «Chi tra voi è più grande sarà vostro servo» (Mt 23,12).

    È una parola che smaschera ogni tentazione di potere e restituisce al servizio la sua dignità evangelica.

    San Basilio ha vissuto questa parola senza ambiguità. Pur essendo uomo di grande cultura e autorevolezza, ha scelto la via dell’umiltà operosa, della prossimità concreta e della fraternità reale.

    È in questo orizzonte che va compresa la sua opera più grande, quella che più di ogni altra gli valse il titolo di Magno: la Basiliade.

    Non fu semplicemente un gesto di generosità, ma una visione profetica. Siamo introno al 370 d.C.. Basilio diede vita a una vera cittadella della carità, composta da locande per i viandanti, ospizi per i poveri, strutture per i malati e un lebbrosario.

    Fu la prima forma di ospedale della storia, un luogo in cui la persona veniva accolta, curata e rispettata nella sua dignità. In quella cittadella, il Vangelo dell’Incarnazione diventava spazio abitabile, risposta organizzata alla sofferenza, segno concreto di un Dio che non abbandona.

    Carissimi,

    questa testimonianza interpella anche il nostro cammino di fede come comunità religiosa.

    Celebrare San Basilio non significa solo onorare un santo del passato, ma lasciarsi provocare dal suo stile.

    La fede che professiamo trova credibilità nella carità che viviamo.

    La nostra comunità ed il nostro stile di vita, è chiamata a essere luogo di accoglienza, di attenzione, di condivisione, soprattutto verso chi è più fragile, più solo, più ferito dalla vita.

    San Basilio ci insegna che questa logica non va solo contemplata, ma tradotta nella storia.

    Affidiamo alla sua intercessione questa comunità religiosa seguendo l’insegnamenti di San Basilio, perché sappia custodire una fede viva, una carità concreta e una speranza capace di generare futuro.

    E il Signore, Pastore buono, continui a guidarci e a farci riposare nella pace del suo amore.

    Amen!

  13. Un appello al cambiamento per costruire la Civiltà dell’amore dove tutti gli uomini vivono felici e in pace seguendo la legge del Vangelo.

    La povertà non è una colpa personale, ma il risultato di ingiustizie nel modo in cui sono divisi le ricchezze e i servizi. Servono scuole migliori, aiuti concreti per le famiglie in difficoltà e salari equi per tutti. Ascoltare chi ha bisogno è il primo passo per ricostruire un Paese più giusto e fraterno seguendo la legge del Vangelo.

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