Lo sai che l’aridità nella preghiera è tutt’altro che un segno negativo?

da “Intimità Divina” di padre Gabriele di Santa Maria Maddalena


O Signore, attirami a te per la via che Tu vuoi e come Tu vuoi; ti chiedo solo la grazia di saperti seguire sempre. 
 
L’aridità che proviene da Dio non ha solo il vantaggio di farci progredire nella virtù, ma anche quello di introdurci in un’orazione più elevata. San Giovanni della Croce insegna che proprio mediante questa specie di aridità il Signore invita le anime ad una forma di orazione più semplice e più profonda che egli chiama «contemplazione iniziale»; e, affinché si possa distinguere tale aridità da quella proveniente da altre cause, ci dà tre contrassegni. Il primo è questo: come l’anima «non sente piacere e consolazione nelle cose di Dio, così neppure in alcuna delle cose create» (N. I. 9, 2). Anche quando l’aridità proviene da mancanze commesse, l’anima perde il gusto delle cose di Dio; allora però va in cerca di soddisfazioni umane, mentre in questo caso, pur non sentendo più la gioia di stare col Signore, non ritorna alle creature, anzi rimane ferma nella decisione di mantenere il suo cuore distaccato da esse. Il secondo segno è che, malgrado la sua aridità, l’anima «ordinariamente volge il pensiero a Dio con sollecitudine e cura penosa, temendo di non servirlo» (ivi, 3); in altre parole, l’anima soffre della sua insensibilità spirituale, teme di non amare il Signore, di non servirlo e intanto continua a cercarlo con l’ansia di chi non riesce più a trovare il suo tesoro. Rimane quindi sempre occupata di Dio, benché in modo negativo e penoso, simile a quello di chi soffre per l’assenza di una persona amata. Quando invece l’aridità è colpevole, particolarmente poi se deriva da uno stato di tiepidezza abituale, l’anima non si preoccupa affatto di non amare Dio; essa è diventata indifferente. L’ultimo segno consiste nel «non poter più meditare né discorrere valendosi, come soleva, del senso dell’immaginazione, per quanto faccia da parte sua» (ivi, 8). L’anima vorrebbe meditare, vi si applica, si sforza quanto può e tuttavia non vi riesce. Quando questo stato è continuo – giacché se durasse solo per qualche periodo potrebbe provenire da particolari circostanze fisiche o morali – e pur fluttuando tra giorni di maggiore o di minore intensità, tende ad invadere tutta l’anima, così da renderle abitualmente impossibile la meditazione, allora è proprio il caso di vedere in tale aridità la chiamata del Signore ad una orazione più profonda. 
 
Immergendo l’anima nell’aridità, il Signore vuole elevarla, da un modo ancora troppo umano e basso di trattare con lui ad un modo più soprannaturale. Nella meditazione l’anima andava a Dio mediante il lavoro della sua intelligenza, mezzo ottimo, ma pur sempre tanto limitato e inadeguato per farci conoscere Dio che, essendo infinito, supera immensamente la capacità del nostro intelletto. Ora Dio, ponendo l’anima nell’aridità, le rende impossibile la meditazione obbligandola, per così dire, ad andare a lui per altra via. 
 
Secondo S. Giovanni della Croce questa via è quella della contemplazione iniziale che consiste nel cominciare a conoscere Dio non più solo con l’intelligenza, ma mediante l’esperienza dell’amore, esperienza che non comunicherà all’anima nuove idee di Dio, ma le darà il «senso» delle sue grandezze. Infatti abbiamo già visto che proprio in mezzo all’aridità nasce nell’anima quella pena tormentosa di non amare più il Signore, di non sentirlo più, pena che non esisterebbe se l’anima non avesse acquistato un senso profondo delle grandezze di Dio e di quanto Egli sia degno di essere amato. Tale senso non è frutto di ragionamenti – che ora l’anima non è più in grado di fare – ma della sua esperienza di amore; e di fatto l’anima, benché non se ne renda conto, ama Dio assai più di prima, e la più bella prova è appunto quella forte pena che la tormenta per il timore di non amarlo. Ecco quindi che, proprio attraverso questa penosa esperienza d’amore, consistente nella preoccupazione di non amare e servire il suo Dio, nasce nell’anima la conoscenza contemplativa, ossia il «senso» di Dio. Si arma, è vero, di una conoscenza che per ora non ha nulla di confortante per l’anima, ma che tuttavia è preziosissima, perché, assai meglio di qualsiasi meditazione, le infonde il «senso» della Divinità e quindi l’innamora sempre più di quel Dio di cui ora intuisce maggiormente l’infinita amabilità. E tali vantaggi sono così preziosi, che in vista di essi l’anima, non solo deve abbracciare con coraggio l’aridità che il Signore le ha inviata, ma riconoscere in questa una delle più grandi misericordie che Egli possa farle. 
 
Dio mio, una cosa sola ti chiedo: che in questa aridità il mio amore cresca ed io ti rimanga fedele ad ogni costo; che, quanto meno sento di amarti, tanto più ti ami con la realtà dei fatti; che, quanto meno il mio amore dà gioia a me, tanto più dia gloria a te. E, se per crescere nell’amore mi è necessario soffrire, sia benedetta questa prova, poiché Tu mi percuoti per ammaestrarmi, mi mortifichi per sanarmi e per darmi maggior vita. 

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