Perché nell’arte postmoderna vi è il gusto per le tenebre?

1.La luce permette di vedere. E’ la luce che dà la possibilità d’incontrare le forme e ciò che si definisce dinanzi lo sguardo. Quando Dio creò la luce, non a caso lo fece immediatamente dopo la creazione della forma: prima emersero le terre dalle acque sopra le quali lo Spirito aleggiava.

2.La luce è sinonimo della Grazia, della vita di Dio che dà senso a tutto, che permette lo sguardo di ogni umana manifestazione e che permette la comprensione. Senza la luce, tutto potrebbe esistere, ma nulla potrebbe essere visto. E’ con la luce, con la luce di Dio, che l’uomo può capire il suo esistere e la realtà nella quale esprimere il suo esistere.

3.Non è casuale il fatto che nel mondo contemporaneo la luce non sia amata. Prima di tutto quella del sole. Pensiamo quanto ai nostri giorni sia ricercata la notte. La vita di chi vuole divertirsi si svolge prevalentemente di notte, i ragazzi di oggi vivono di notte, nelle discoteche si va a notte fonda; finanche i ragazzi più “tranquilli”, con il consenso dei genitori, iniziano le loro feste non prima delle 22-23-24. Anche le amministrazioni comunali si danno da fare: va di moda la cosiddetta “notte bianca”, che altro non è se non il sacrificio innaturale di passare la notte sforzandosi di escludere totalmente il sonno.

4.Ma non è notturna solo la ricerca del divertimento, anche le manifestazioni artistiche contemporanee esprimono un gusto per le tenebre. In certe cosiddette “opere d’arte” contemporanee, spesso, non c’è il contrasto cromatico; e, se c’è, tutto è all’insegna dell’informe e dell’angoscia. Anche quando non si esclude la luminosità, certamente mancano le categorie della chiarezza e della brillantezza; concetti, questi, che richiamano il senso dello stupore e della meraviglia. A questo poi si aggiunge una sempre più diffusa atmosfera underground. Non possiamo dilungarci sugli esempi, ma i numerosissimi graffiti che “colorano” (si fa per dire) le periferie, non a caso sono maggiormente presenti presso gallerie e zone in cui l’urbanistica si manifesta più angosciante e opprimente.

5.Eppure non è stato sempre così. Se si sfoglia un comune atlante di storia della moda, si nota che più ci si allontana dall’idea di società cristiana, più s’impone il gusto per i colori scuri se non addirittura per il nero. Non è causale che nei secoli del basso medioevo (ovvero quelli della cristianità) si amassero i contrasti cromatici più accesi: giallo-rosso, giallo-blu, giallo-verde, bianco-rosso, ecc… La ricerca del contrasto cromatico acceso, così come dei colori sgargianti, rispondeva ad un’idea della vita profondamente diversa dalla nostra; esprimeva un atteggiamento positivo sull’esistere che invece è andato smarrendosi con l’insorgere della modernità e poi soprattutto con la post-modernità.

6.Uno dei segni per capire quale sia lo stato d’animo di un bimbo di scuola materna è il modo con cui disegna. Se tende a disegnare sciattamente e se –soprattutto- non vuole utilizzare i colori, vuol dire che qualcosa in lui non va, che porta dentro delle sofferenze che la sua tenera età gli impediscono di esprimere verbalmente.

7.L’uomo ricerca la luce, ricerca i colori: non ne può fare a meno. La logica stessa del creato ha fatto sì che la brillantezza dei colori venisse maggiormente fuori quando tende a mancare la luce del sole, quasi a compensare questa mancanza. Si sa che il tempo migliore per poter scattare le foto a colori è quando il cielo è nuvoloso; la mancanza dell’abbagliante luce solare, fa sì che i colori e i contrasti cromatici siano più visibili e fotograficamente più rappresentabili. Così nella pittura e nell’architettura alpina c’è un desiderio di colori accesi che non si ritrova in altri contesti. Il clima offre la possibilità di adornare le case con fiori dai colori sgargianti, e lo si fa…così come si cerca di colorare ogni cosa: finanche le facciate delle case hanno raffigurazioni colorate.  Questo è il segno che, laddove il sole è meno frequente e si ricerca la luce, si ricerca il colore. Un po’ come quando si avverte che in una stanza l’aria si fa pesante e così si corre immediatamente ad aprire la finestra.

8.Torniamo al discorso da cui siamo partiti e chiediamoci: che significato ha il fatto che oggi non si ricerchi più la bellezza della luce e del colore, ovvero le categorie della chiarezza e della brillantezza? Ciò rimanda ad una condizione fortemente drammatica dell’uomo contemporaneo: questi non solo ha perso il senso del vivere, ma ha rinunciato anche a cercarlo e a invocarlo. La mancanza di questa invocazione non è tanto dovuta al fatto che l’uomo di oggi creda che, in fin dei conti, nessuno possa rispondere alle sue ansie, quanto ad un’innaturale convinzione che sia di per sé sbagliato chiedere; o, per essere più precisi: che debba necessariamente mancare un senso e una logica a ciò che esiste.

9.Nell’arte contemporanea (anche se non si volesse negare una mancanza di luminosità) mancano certamente due categorie: la chiarezza e la brillantezza. Sono categorie che rimandano alla logica del reale, ad un senso certo del proprio esistere e di ciò che si pone dinanzi lo sguardo.

10.La chiarezza non è la semplice luce, ma è la luce che rende chiaro, che rende visibile e armonioso ciò che si osserva. Un esempio: si sa che una delle caratteristiche dell’arte caravaggesca è una sorta di luce che sembra promanare dalla tela quasi come se dietro di essa vi fosse una fonte luminosa. Qualcuno potrebbe obiettare: anche in un quadro di Picasso si può ritrovare una caratteristica del genere. Può darsi. Resta però il fatto che nel primo caso abbiamo una luce che rende chiaro, nel secondo una luce che non chiarisce, che rimane fine a se stessa perché illumina un’immagine che tutto sommato non è da capire, che non ha una sua logica chiara. La chiarezza, invece, si pone in una prospettiva di rendere la luce funzionale a far risaltare ciò che deve essere visto, ad illustrare la logica di un’immagine che è altrettanto chiara.

11.Lo stesso si può dire della brillantezza. Non bastano i colori in quanto tali, occorre che essi si armonizzano con l’immagine, sublimino la realtà senza sganciarsi dalla logica in cui si esprime la realtà stessa. Se si prendono dei barattoli di pittura di colori accesi e li si getta su una tela non si riuscirà mai ad esprimere il senso della brillantezza, perché questa viene fuori quando anche i colori sono a servizio della logica dell’immagine.

12.Da questa mancanza di chiarezza e di brillantezza scaturisce il gusto contemporaneo per le tenebre, segno del rifiuto di ogni logica: prima fra tutte quella di chiedere e di implorare.


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1 Comment on "Perché nell’arte postmoderna vi è il gusto per le tenebre?"

  1. Giovanni Di Guglielmo | 15 Febbraio 2025 at 8:37 | Rispondi

    Veramente io che sono nato e cresciuto in una comunità rurale cristiana cattolica del centro Italia ho sempre visto donne (e spesso anche uomini) vestire dai 50 anni in su sempre di nero; sono dovuti arrivare gli anni 60-70 per portare il colore. Ed anche il Burka delle società islamiche è prevalentemente nero. La sua tesi quindi è forse da rivedere o da approfondire (i sacerdoti vestono di nero come simbolo di povertà…)

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