13 giugno 313 – Editto di Milano… molti la contestano, ma la “svolta costantiniana” fu provvidenziale!

Il 13 giugno del 313 venne promulgato l’Editto di Milano.

Costantino I il Grande (imperatore dal 306 al 337) adottò verso il Cristianesimo una politica negli anni sempre più favorevole. In una lettera agli orientali del 324 arrivò al punto di esortare i sudditi ad abbracciare il Cristianesimo. Fu particolarmente preoccupato di preservare l’unità della Chiesa, come dimostrano i suoi interventi nella controversia sul donatismo nel 312 e, soprattutto, la convocazione del Concilio di Nicea nel 325 per condannare l’arianesimo. Ovvero quella eresia che negava la natura divina, accanto a quella umana, di Gesù. La stessa fondazione di Costantinopoli, nel sito dell’antica Bisanzio, avvenuta nel 326, si spiega, oltre che per ragioni strategiche, con l’intenzione da parte di Costantino di disporre di una capitale sottratta ad ogni tradizione pagana.

Una delle accuse più frequenti che si fanno al Cattolicesimo è quella di essersi nei secoli troppo compromesso con il potere politico. E il punto discriminante sarebbe proprio Costantino. Si dice –soprattutto da parte protestante, ma non solo- che fino a Costantino la Chiesa fu, bene o male, fedele al suo mandato, ma poi sarebbe divenuta una sorta di instrumentum regni, cioè un vero e proprio strumento del potere politico. Davvero le cose sono andate in questo modo? Tutt’altro. In realtà Costantino non fu altro che uno strumento della Provvidenza, uno strumento che ebbe il merito di capire l’essenza vera del Cristianesimo.

Il Cristianesimo non è affatto alternativo al mondo in quanto realtà creata da governare ed organizzare. Certo, il “mondo”, insieme al “diavolo” e alla “carne” sono i tre nemici del cristiano, ma in questo caso il “mondo” deve intendersi non come realtà creata, che di per sé è “cosa buona”(Genesi 1), quanto come ambizione di potere e tentativo di trovare la propria realizzazione e la propria felicità unicamente su questa terra.

Ci sono almeno quattro motivi alla base di questa “attenzione” del Cristianesimo nei confronti della società:

1)La fede nel peccato originale.

2)La concezione cristiana dell’uomo.

3)Il Mistero dell’Incarnazione.

4)La libertà di giudizio come esito dell’autonomia politica ed economica.

Prima di tutto la fede nel peccato originale. Questa fede è stata da sempre l’antidoto ad ogni deriva utopistica del Cristianesimo stesso. Ragioniamo. Se Adamo ed Eva, pur vivendo nella società migliore possibile (il paradiso terrestre), peccarono, vuol dire che l’uomo è sempre chiamato nella sua libertà a decidere di essere buono o cattivo. Certo, un’influenza della società c’è. Non si può negare che da una famiglia moralmente sana più facilmente usciranno dei figli bravi, così da una società virtuosa che riconosce ciò che è bene e condanna ciò che è male, più facilmente si potrà conquistare il paradiso. D’altronde Pio XII ebbe a dire: “Dalla santità delle strutture politiche dipende la salvezza degli uomini.” Ma non c’è nessun determinismo, ogni uomo singolarmente è chiamato ad essere buono o cattivo. Ebbene, proprio il rifiuto costitutivo di ogni utopia, fa sì che il Cristianesimo, realisticamente, ponga attenzione alla società, non con la pretesa di crearne una perfetta, ma con la convinzione della necessità che essa sia orientata verso il bene, che sappia salvaguardare il bene comune, che possa difendere chi non ha la possibilità di difendersi…ciò perché il male non potrà mai essere eliminato dalla terra se non alla fine dei tempi.

Il secondo motivo è la concezione cristiana dell’uomo (l’antropologia cristiana). Il Cristianesimo dice che l’uomo è formato da anima e corpo, cioè che è stato voluto da Dio non solo in anima ma anche in corpo. Insomma, c’è un rifiuto tanto del materialismo quanto dello spiritualismo. Certo, l’anima deve governare il corpo, tra anima e corpo c’è un indiscutibile rapporto gerarchico; ma l’uomo non è solo la sua anima bensì anche il suo corpo. Da qui l’attenzione alla società.

Il terzo motivo è legato al Mistero dell’Incarnazione. Dio si è fatto uomo per la salvezza dell’uomo. Ha salvato attraverso la carne. San Bernardo infatti dice: “(…) poiché siamo carnali, Dio fa che il nostro desiderio e il nostro amore comincino dalla carne.” L’incarnazione valorizza la dignità della condizione umana, perché essa è la salvezza che passa attraverso la realtà corporale. Il Verbo incarnato realizza la salvezza con tutto se stesso. La realizza tanto con la sua natura divina, quanto con quella umana. Il corpo di Gesù è realtà salvifica. Ciò è una gratificazione per l’uomo che –in un certo qual modo- lo “costringe” a fare attenzione al creato, a governarlo secondo la Verità e il Bene e non consentendogli alcuna “fuga” settaria verso realtà alternative o, peggio, verso imminenti conclusioni palingenetiche e apocalittiche.

Il quarto ed ultimo motivo è la libertà di giudizio come esito dell’autonomia politica ed economica. Gesù disse che i suoi discepoli, pur non essendo del mondo, dovevano essere nel mondo. Da qui la gestione da parte degli apostoli di una cassa. E’ vero che il cassiere era Giuda e che forse, a riguardo, una certa predisposizione l’avesse, ma Gesù legittimò la gestione di un’autonomia economica. Quello che viene chiamato “potere temporale” non nacque dopo alcuni secoli con la cosiddetta donazione del Castello di Sutri (728), ma sin da subito. Senza autonomia economica, non c’è libertà di giudizio e senza libertà di giudizio non vi può essere la Chiesa. Non a caso tutte le sedicenti chiese cristiane che hanno rifiutato il potere temporale sono finite per sottomettersi ai vari poteri politici.

Dunque, l’avversione alla cosiddetta “Chiesa costantiniana” non è altro che la riproposizione di un cristianesimo spiritualista e gnostico. Riproposizione, perché si tratta di una specie di fiume carsico che ogni tanto riemerge nel corso della storia e si rende manifesto in varie eresie, anche formalmente diverse fra loro, ma accomunate proprio da questa convinzione.

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