A cura di Pierfrancesco Nardini
Domanda: Che ci proibisce il terzo comandamento?
Risposta: Il terzo comandamento ci proibisce nei giorni di festa le opere servili
Domanda: Quali opere si dicono servili?
Risposta: Si dicono servili i lavori manuali propri degli artigiani e degli operai
Domanda: Sono tutte proibite nei giorni di festa le opere servili?
Risposta: Nei giorni di festa sono proibite tutte le opere servili non necessarie alla vita e al servizio di Dio, e non giustificate dalla pietà o da altro grave motivo
Domanda: Come conviene occupare i giorni di festa?
Risposta: Conviene occupare i giorni di festa a bene dell’anima, frequentando la predica e il catechismo, e compiendo qualche opera buona; e anche a riposo del corpo, lontani da ogni vizio e dissipazione.
La funzione di questa proibizione è ben spiegata anche nel Catechismo Maggiore ove San Pio X specifica che “sono proibite nelle feste le opere servili, affinché possiamo meglio attendere al divin culto e alla salute dell’anima nostra” (n. 397).
Se, infatti, la Domenica è giorno del Signore, questo e tutte le feste religiose devono essere al Signore dedicate, altrimenti non avrebbe nemmeno senso festeggiarle (si provoca…).
Al di là delle provocazioni, però, il ragionamento vale: che senso avrebbe fermare le nostre attività solite, la nostra vita “normale”, se poi non si diversifica dedicando il nostro tempo al “motivo” della festa? Tanto varrebbe a quel punto allora far fruttare in senso materiale anche quel giorno.
Si deve insomma evitare di impegnare il tempo dei giorni di festa con lavori, attività che sono incompatibili con il raccoglimento, con la devozione, con il tempo da dedicare a Dio. Si devono far fruttare spiritualmente quei giorni.
San Pio X (e la Chiesa in generale) parla di “opere servili” per indicare quali siano quelle da evitare.
Il Dragone ben spiega perché vengono chiamate servili (“perché un tempo erano riservate agli schiavi (servi) ed erano considerate disdicevoli per un uomo libero. I lavori ritenuti confacenti a un uomo libero erano dette opere liberali”). Si comprende così anche come oramai al giorno d’oggi questa sia una distinzione letteralmente non più valida. Può servire però da base, intendendo in senso lato i termini “servile” e “liberale”, per poter comunque arrivare a una distinzione che permetta di capire quali attività si possono fare e quali no.
Per opere servili, maggiormente, si potranno intendere tutte quelle opere che impegnano il corpo in lavori materiali, quelle attività inoltre tese a un guadagno, mentre liberali saranno da intendere le attività che occupano l’ingegno, che vengono usate per divertimento, per ricrearsi, anche per propria istruzione.
Ci sono ovviamente delle opere che sono permesse, e sono tutte quelle opere necessarie alla vita e al servizio di Dio: “(…) il servizio di Dio. E in questo senso può considerarsi servile ogni atto di latria, che appartiene al servizio di Dio. Ora, se per lavoro servile si intende quest‘ultimo, esso certo non viene proibito” (Summa Theologiae II-II, a. 122, q. 4).
È evidente che molte attività quotidiane possono essere sempre compiute, perché non possono non compiersi senza incidere in negativo sulla vita propria, della propria famiglia e della società. Oltre a quelle di pubblica utilità (trasporti, comunicazioni, ospedali, vigili del fuoco e agenti di polizia, ecc…), ci sono ad esempio alcuni lavori che, per caratteristica loro tipica, non possono essere disattesi, a rischio di creare danno (l’esempio classico è il contadino che deve salvare il raccolto in caso di grandinata o che non può evitare una determinata attività necessaria per la salute delle colture).
Rimane sempre la questione attualissima del lavoro domenicale, che generalmente la Chiesa non approva, in quanto la Domenica dovrebbe essere un giorno dedicato alla spiritualità, alla famiglia, al riposo, contribuendo così al benessere completo dell’individuo e, di conseguenza, della società.
Il turno di lavoro durante il giorno del Signore è ormai diventato una consuetudine. Il problema di questo non è il lavorare di Domenica in sé, ma il rischio che a lungo andare il giorno del Signore diventi, nel pensiero generale, come tutti gli altri giorni della settimana, diventi a tutti gli effetti un giorno feriale.
È evidente che, come spiegava il Codice Canonico del 1917, sono fatte “salve legittime consuetudini” (cann. 1247-1249): come già accennato sopra, importanti necessità familiari o fondamentali esigenze di utilità sociale rendono legittima l’esenzione dal riposo domenicale.
La Chiesa non ha mai impedito a un lavoratore con un salario basso, non in grado di coprire tutti i bisogni fondamentali della propria famiglia, di lavorare la Domenica, se questo porta una retribuzione importante, decisiva per quei bisogni. Quel che conta, nel caso delle suddette eccezioni, è quello di non creare abitudini pregiudizievoli per la fede, la vita famigliare e la propria salute, quello di lasciarsi sempre il tempo necessario per soddisfare le esigenze di culto e spirituali.
Tali deroghe al Comandamento non devono, inoltre, diventare cavallo di Troia per un pensiero mondano, che renda il lavoro un dio, il motivo principale della vita dell’uomo.
Si conclude con una considerazione non sempre palese. Se c’è qualcosa che allontana dalle cose divine, questo è in primis il peccato, ancora e molto di più di qualsiasi lavoro materiale, perciò “viola maggiormente il precetto chi in giorno di festa commette un peccato che non colui il quale compie un lavoro fisico di per sé lecito” (Summa Theologiae, II-II, a. 122, q. 4).
Dio è Verità, Bontà e Bellezza
Il Cammino dei Tre Sentieri

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