APOLOGETICA RACCONTANDO: “La coroncina del teologo”

Un banale gesto di un’infermiera sconosciuta fece riflettere, forse, chi aveva speso il suo tempo a disprezzare la fede dei semplici, ovvero la fede di chi sa guardare e contemplare, piuttosto che pensare.  


Don Luca aveva concluso un’altra conferenza. Non sapeva nemmeno a che numero fosse arrivato, tante ne aveva fatte. I suoi libri andavano a gonfie vele. Da quando poi quel celebre quotidiano progressista gli aveva affidato una rubrica fissa, non solo lo chiamavano da tutte le parti, ma bastava che si proponesse a qualche casa editrice e subito veniva accettato il suo progetto editoriale … Come si suol dire: i suoi testi si compravano a scatola chiusa.

Don Luca univa una grande e indiscutibile preparazione teologica con un’altrettanto grande dose di “politicamente corretto”. Aveva l’astuzia di non scontrarsi con il Magistero, ma di chiaramente “invitare” i suoi lettori a sapersi emancipare da un’idea -come soleva dire- “sclerotizzata della Chiesa dove permane la dinamica dell’esclusione piuttosto che quella dell’inclusione della storia”. E con questo modo di esprimersi proponeva tutto… ma sempre con garbo e con mellifluo rispetto. Proponeva: la fine del celibato ecclesiastico, il sacerdozio alle donne… fino ad una nuova visione della bioetica… e tanto altro ancora.

Don Luca era preso dal successo, dalle sue cattedre universitarie, dalla sua rubrica sul quotidiano, dai talk-show televisivi (non mancavano nemmeno quelli) e ovviamente … dalle sue conferenze. Parlava, scriveva tanto … ma aveva poco tempo per riflettere e soprattutto per pregare. Certo, la Messa la celebrava, così non mancava la recita dell’Ufficio quotidiano, ma gli mancava da tempo lo sguardo al Signore, la possibilità di contemplare. Non aveva mai amato la contemplazione, la capacità di far silenzio dinanzi al Mistero… così come non aveva mai amato il Rosario, anzi l’aveva sempre ritenuto qualcosa d’infantile: puerile ed immaturo devozionalismo. Lui, invece, si sentiva “adulto” nella Fede; e anch’egli si era impegnato per appoggiare quella linea postconciliare che aveva cercato di far allontanare da una pratica (il Rosario) che -a detta di molti teologi- rischiava di far perdere il “cristocentrismo” della fede.

Quel giorno però a don Luca accadde l’irreparabile. Accadde che sulla strada di ritorno da uno dei suoi tanti impegni intellettuali la sua auto sbandasse sull’asfalto viscido per la pioggia e fece un brutto volo, ribaltandosi più volte. Don Luca fu estratto vivo dall’ammasso delle lamiere. Non perse conoscenza, ma avvertiva che il suo corpo era come di marmo: non riusciva a muovere né gambe né braccia. Fece un lungo sonno e si svegliò poi su un letto di ospedale, ma non quelli soliti, su uno speciale, di quelli fatti apposta per chi rimane paralizzato. Su un ferro del letto qualcuno aveva appeso una corona di Rosario, una di quelle di plastica, che solitamente si distribuiscono per ogni occasione … una coroncina celeste. Qualche infermiera, sapendo che si trattava di un sacerdote, l’aveva messa lì credendo di fare cosa giusta e gradita.

Don Luca la fissò, capì che ciò che aveva fatto fino allora non l’avrebbe potuto più fare: non più conferenze, non più talk-show… capì che da adesso, suo malgrado, avrebbe avuto più tempo per guardare … per guardare il Signore, ed anche per guardarsi, per guardare il suo cuore e la sua condizione … iniziando da una banalissima coroncina di plastica che ogni tanto ciondolava dinanzi ai suoi occhi vivi, in un corpo ormai morto.


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