Può un cattolico essere “antimoderno”? Certo! Anzi, è perfino giusto

di Corrado Gnerre per il C3S

Molti cattolici, cosiddetti “conservatori”, a proposito della categoria della modernità, tendono a dire che questa avrebbe espresso domande giuste dando però risposte non sempre corrette.

Di per sé un’affermazione di questo tipo non sarebbe inappropriata, ma certamente è ambigua.

Quali sono le domande che ha posto la modernità?

Come categoria filosofica, la modernità ha posto fondamentalmente due comande, da intendersi come aspirazioni: la centralità dell’uomo e lo sviluppo del suo pensiero sia culturale che scientifico. Ora, queste domande-aspirazioni sono esclusivamente moderne? Solo la modernità le possiede?

Nella societas christiana (come si dovrebbe chiamare il Medioevo) vi era tanto una centralità dell’uomo (potremmo definirlo “antropocentrismo teocentrico”) quanto un adeguato sviluppo scientifico-tecnologico. Tanto è vero che sono state proprio la cultura e l’antropologia cristiane a determinare la traduzione della conoscenza scientifica del mondo antico in sviluppo tecnologico e quindi a far sì che il bacino del Mediterraneo “planetarizzasse” il mondo.  

Certo, le domande giuste e peculiari della modernità ci sono, ma sono relative a problemi che ha posto e ha causato la modernità stessa, tanto è vero che essa ha dovuto necessariamente attingere a ciò che l’ha preceduta. Pensiamo – per esempio – a quelle encicliche sociali che hanno cercato di rispondere ai guasti di un certo tipo di industrialismo e liberismo.

Dunque, cosa significa che la modernità abbia posto domande giuste dando però risposte sbagliate? Lo ripeto: le cosiddette domande che ha posto la modernità sono domande perennemente presenti nell’ordine naturale che solo (o se si vuole: soprattutto) il Cristianesimo può adeguatamente promuovere grazie al suo non conflittuale, ma armonico, rapporto con la ragione e con la lex naturalis.

Ricordare ed affermare queste cose non è passatismo né rinuncia al valore del progresso. Il vero progresso è acquisizione di esperienza, è utile uso della storia; guarda caso il contrario della modernità che fa della storia non un mezzo ma un fine. E’ il cosiddetto immanentismo storicista.

Prendere le distanze dalla modernità non vuol dire avversare qualsiasi sano sviluppo né tantomeno credere ingenuamente che l’uomo non sia collocato nel divenire storico, piuttosto tener presente che la storia è anche applicazione di una mentalità all’azione umana e che ogni epoca vada valutata secondo un certo giudizio di fondo.

Il giudizio di fondo della modernità è sì la promozione dell’uomo, ma per trasformare l’antropocentrismo teocentrico del medioevo in un antropocentrismo radicale e lo sviluppo del pensiero scientifico–tecnologico in una deriva scientista.

Tutto questo per due motivi che non possono essere trascurati nello studio della modernità: la dimenticanza della creaturalità dell’uomo e la negazione del peccato originale.

Pio XI, nella Divini Redemptoris, definì il socialismo intrinsecamente perverso per far capire come le dottrine socialiste non possano essere separate da un immanentismo di fondo, dando così un colpo notevole a chi – alla Maritain – voleva considerare il socialismo solo come una sorta di “eresia cristiana”: tolto l’ateismo, potrebbe essere recuperato. Lo stesso va fatto per la modernità. Lo studio della sua essenza ne palesa l’intrinseco errore e ne impedisce qualsiasi recupero.

Concludendo, è necessario tener presente due punti.

Primo: bisogna distinguere tra modernità cronologica ed ideologica. Confonderle sarebbe un assurdo. Io non mi sento di essere culturalmente postmoderno, ma devo prendere atto di esserlo cronologicamente e quindi di dover operare realisticamente in questo contesto.

Secondo: il cattolicesimo contro-rivoluzionario, quindi strutturalmente antimoderno, mantiene pienamente la sua attualità perché ha saputo cogliere la modernità come un unitario processo immanentista e rivoluzionario, la cui essenza -per l’appunto- è completamente alternativa alla metafisica cristiana.

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