“Razionalità della fede nella Rivelazione” di Antonio Livi

Antonio Livi, Razionalità della Fede nella Rivelazione. Un’analisi filosofica alla luce della logica aletica, Casa Editrice Leonardo da Vinci, Roma 2021 (ristampa seconda edizione), pp.288

La fede cristiana, tanto nel suo aspetto oggettivo, ossia come dottrina (fides quae creditur), quanto nel suo aspetto soggettivo, ossia come credenza (fìdes quae creditur), non è solo materia di riflessione per la teologia ma interessa necessariamente la filosofia. L’atto mentale per il quale una coscienza ritiene di poter accettare come vera la rivelazione di Cristo (completamento e perfezionamento della rivelazione dei Profeti), è stata fm dall’inizio un inevitabile oggetto di studio e di discussione per i filosofi, sia credenti che non credenti. La categoria stessa di “fede”, ignota al pensiero greco classico, è diventata ormai una categoria filosofica fondamentale, anche dopo la separazione moderna della filosofia dalla teologia, e lo stesso è avvenuto con la categoria di “rivelazione” (si pensi a filosofi come Schelling, Schleiermacher, Kierkegaard, James, Jaspers). Particolarmente interessata al problema della fede nella rivelazione è la filosofia della conoscenza, dove si formula questa cruciale domanda: se la fede di un cristiano consiste nel sapere che in Dio ci sono tre Persone uguali e distinte e che il Verbo si è fatto carne (sono i due principali “misteri della fede”), come fa il credente a sapere che la sua credenza è fondata? In altri termini, la fede può esibire delle giustificazioni di fronte al pensiero critico? La fede, riflettendo su se stessa, può rilevare la sua componente razionale? Su questo problema, com’è noto, ci sono due opposte posizioni. La prima posizione è quella dei fideisti (a cominciare da Kierkegaard), i quali  sostengono che la fede è un “salto nel vuoto”, ossia un atto libero e gratuito, un gesto del “cuore” che non necessita di presupposti razionali, e che pro­prio questa è la sua grandezza e il suo merito. La seconda posizione è quella dei razionalisti (a cominciare da Hegel), i quali sostengono che la fede, proprio perché è priva di giustificazioni razionali, è da considerarsi un impulso cieco che la filosofia deve superare come fase, prescientifica (provvisoria, inferiore) della coscienza. In questo fascicolo della “Grande Enciclopedia Epistemologica” la razionalità della fede nella rivelazione divina viene esaminata senza preconcetti o riduzionismi, sulla scorta della logica aletica (disciplina che studia i criteri di base per l’accertamento della verità in ogni campo del sapere), mettendo a fuoco il problema della credibilità del testimone, fondamento della conoscenza per testimonianza. L’esame è condotto mostrando innanzitutto la logica interna all‘atto di fede, così come essa si presenta nella prassi cristiana, e confrontandola poi criticamente con le interpretazioni filosofiche che ne sono state proposte nel corso dei secoli, fino ai nostri giorni. Senza invadere il campo proprio della “sacra teologia”, ma dando il giusto rilievo alla “teologia filosofica”, questa indagine giunge a delle conclusioni equilibrate e convincenti, tali da rispettare il mistero della Trascendenza ma anche l’evento storico della Parola che dal cuore del Mistero è giunta all’uomo e gli ha fornito l’accesso alla verità che salva.

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