Liturgia della Festa – 11 novembre: San Martino di Tours (Vescovo e Confessore)

Popolarità di san Martino

Tremila seicento sessanta chiese dedicate a san Martino in Francia e altrettante nel mondo intero ci attestano la popolarità del grande taumaturgo. Nelle campagne, sui monti, nelle foreste, alberi, rocce, fontane, oggetto di culto superstizioso, quando l’idolatria traeva ancora in inganno i nostri padri, in mille luoghi ricevettero e conservano ancora il nome di colui che le strappò al demonio, per renderle al vero Dio. Cristo, ormai adorato da tutti, sostituì nella memoria riconoscente dei popoli l’umile soldato alle false divinità romane, celtiche o germaniche, spodestate per opera sua.

La missione di Martino fu veramente quella di completare la disfatta del paganesimo, già cacciato dalle città dai martiri, ma ancora padrone di vasti territori ove l’influenza delle città non era sentita.

Se tutto questo assicurò a san Martino le compiacenze di Dio gli attirò pure l’odio dell’inferno. Satana e Martino si erano incontrati e Satana aveva detto: “Mi troverai sulla tua strada dappertutto” (Sulpizio Severo, Vita, vi). Tenne fede alla parola e la tiene ancora, accumulando rovine sulla tomba gloriosa, che attirava a Tours il mondo intero. Nel secolo XVI mandò in fiamme per mano degli Ugonotti i resti venerati del protettore della Francia, nel XIX portò alcuni uomini a tanto di follia da distruggere essi stessi, in tempo di pace, la splendida basilica, che era ricchezza e gloria della città.

Riconoscenza di Cristo e rabbia di Satana, che così si manifestano, ci dicono abbastanza quale sia stata l’inimitabile fatica del Pontefice, apostolo e monaco Martino.

Il monaco

Fu monaco, di desiderio e di fatto, fino all’ultimo giorno della sua vita. “Dalla prima infanzia non desidera che dedicarsi al servizio di Dio. Catecumeno a dieci anni, a dodici se ne va nel deserto e pensa solo a monasteri e a chiese. Soldato a quindici anni, vive in modo da essere scambiato per un monaco (ivi c. ii). Dopo un periodo di vita religiosa in Italia, Ilario lo conduce nella solitudine di Ligugé, che diventa con lui culla della vita monastica nelle Gallie. Martino, per dire il vero, in tutta la sua vita si sentì dappertutto straniero fuorché a Ligugé. Monaco per desiderio, fu soldato per forza e diventò vescovo per costrizione, ma non abbandonò mai le sue abitudini monastiche. Conservò la dignità del vescovo, dice il suo biografo, senza abbandonare la regola e la vita del monaco. Ita implebat episcopi dignitatem, ut non tamen propositum monachi virtutemque desereret (Sulpizio Severo, Vita, x). Si era fatta a principio una piccola cella presso la sua Chiesa a Tours e poi, a qualche distanza dalla città, una seconda Ligugé col nome di Marmoutier o Gran Monastero (Card. Pie, Omelia in occasione del ristabilimento dell’Ordine di san Benedetto a Ligugé, 25 novembre 1853).

La liturgia fa risalire alla direzione del vescovo di Poitiers le meravigliose virtù di cui Martino diede prova in seguito (Hilarium secutus est Martinus, qui tantum illo doctore profecit, quantum eius postea sanctitas declaravit. Festa di sant’Ilario, 2° Notturno). Per quali ragioni guidò per vie ancora sconosciute in Occidente l’ammirabile discepolo, che il cielo gli aveva mandato, Ilario non lo manifesta. Bisogna allora chiederlo all’erede più sicuro della sua dottrina e della sua eloquenza.

Compito dell’Ordine monastico nella Chiesa

“È pensiero dominante di tutti i santi, in tutti i tempi, dice il Cardinal Pie, che a fianco del ministero ordinario dei pastori, costretti dal loro ufficio a vivere in mezzo al mondo, sia necessaria nella Chiesa una milizia separata dal mondo e arruolata sotto l’insegna della perfezione evangelica, che viva nella rinuncia e nell’obbedienza e notte e giorno adempia alla nobile, inimitabile missione della preghiera pubblica. È pensiero dei più grandi Pontefici e dei più illustri Dottori, che anche il clero secolare tanto sarà più adatto a diffondere e rendere popolari nel mondo le pure dottrine del Vangelo quanto più sarà preparato alle pastorali funzioni, vivendo la vita monastica o accostandosi ad essa il più possibile. Leggete la vita dei migliori uomini dell’episcopato nell’Oriente e nell’Occidente, nei tempi che precedettero o seguirono da vicino la pace della Chiesa come nel Medioevo, tutti hanno professato per qualche tempo la vita religiosa o vissuto in contatto con quelli che la praticavano. Ilario, il grande Ilario, con occhio sicuro ed esercitato, aveva capito questa necessità, aveva veduto quale posto doveva avere l’Ordine monastico nel cristianesimo e il clero regolare nella Chiesa. In mezzo alle battaglie, alle lotte, agli esilii, teste oculare dell’importanza dei monasteri in Oriente, desiderava ardentemente il suo ritorno nelle Gallie per gettarvi le fondamenta della vita religiosa. La Provvidenza non tardò a mandargli colui che era adatto a tanta impresa: un discepolo degno del maestro, un monaco degno del vescovo” (Card. Pie, u.s.).

Il taumaturgo

“Lungi da me il pensiero che io conosca, continua il Cardinale, quale vitalità e potenza già possedesse nelle nostre regioni la religione di Gesù Cristo, per la predicazione dei primi apostoli, dei primi martiri, dei primi vescovi, la serie dei quali risale ai tempi più vicini al Calvario. Tuttavia non temo di dire che l’apostolo popolare delle Gallie, colui che convertì le campagne, rimaste in gran parte pagane, il fondatore del cristianesimo nazionale fu san Martino. Donde viene a san Martino, a preferenza di tanti altri vescovi e servi di Dio, questa preminenza nell’apostolato? Potremmo mettere Martino sopra il suo maestro sant’Ilario? Se si tratta della dottrina, certamente no; se si tratta dello zelo, del coraggio, della santità, non sono io competente a giudicare chi fu più grande tra il maestro e  il discepolo; ma posso dire che Ilario fu soprattutto un dottore e Martino un taumaturgo. Per la conversione dei popoli, il taumaturgo supera il dottore e, per conseguenza, nel ricordo e nel culto dei popoli il dottore è eclissato, superato dal taumaturgo.

Oggi si parla molto del ragionamento per persuadere delle cose divine, ma è dimenticare la Scrittura e la storia e, peggio, è venir meno alla propria dignità. Dio non ha giudicato conveniente ragionare con noi. Dio ha affermato, ha detto ciò che è; e ciò che non è; e, come esigeva la fede nella sua parola, così ha dato autorità alla sua parola. Come ha dato autorità? Non nell’uomo, ma in Dio, non nelle ragioni, ma nelle opere: non in sermone, sed in virtute; non per gli argomenti di una filosofia umanamente persuasiva:  non in persuasilibus humanae sapientiae verbis, ma per lo spiegamento di una potenza tutta divina: sed in ostensione spiritus et virtutis. Perché? Ecco la ragione profonda: Ut fides non sit in sapientia hominum, sed in virtute Dei: perché la fede sia fondata sulla forza di Dio (1Cor 2,4) e non sulla saggezza umana. Oggi non si vuole più questo, si dice che in Cristo il teurgo fa torto al moralista, che il miracolo è una macchia in questo sublime ideale. Ma nessuno cancellerà il fatto, nessuno abolirà il Vangelo e la storia. Non dispiaccia ai letterati del secolo, non dispiaccia ai pusillanimi che sono loro compiacenti, ma Cristo non solo ha fatto miracoli, ma ha fondato la fede sui miracoli. E, ancora, lo stesso Cristo, non per confermare i suoi miracoli, che sono appoggio agli altri, ma per pietà verso di noi, che facilmente dimentichiamo e ci lasciamo impressionare di più da quello che vediamo che da quello che ascoltiamo da altri, ha posto nella Chiesa la virtù dei miracoli. Il nostro secolo ne ha veduti e ne vedrà, come il secolo quarto vide quelli di Martino”.

L’apostolo delle Gallie

“Operare prodigi per lui sembrava un gioco e tutta la natura si piegava ai suoi comandi. Gli animali gli erano sottomessi e il santo un giorno esclamava: – Mi ascoltano i serpenti e gli uomini non mi ascoltano! – Tuttavia lo ascoltavano anche gli uomini e, per parte sua, lo ascoltò la Gallia intera e, non solo l’Aquitania, ma la Gallia Celtica, la Belgica. Come resistere ad una parola resa autorevole con tanti prodigi. In tutte le province egli rovesciò ad uno ad uno gli idoli, ridusse in polvere le statue, distrusse i boschi sacri, bruciò e demolì i templi e tutti i rifugi dell’idolatria. Mi chiederete se tutto ciò era legale? Se studio la legislazione di Costantino e di Costanzo forse sì. Quello che posso dire però è che Martino, divorato dallo zelo per la casa di Dio, obbediva soltanto allo spirito di Dio. Quello che devo dire è che Martino, contro il furore della popolazione pagana aveva la sola arma dei suoi miracoli, il concorso visibile degli Angeli, qualche volta a lui concesso e, infine e soprattutto, le preghiere e le lacrime che versava davanti a Dio, quando l’ostinazione delle moltitudini resisteva alla potenza della sua parola e dei suoi prodigi. Con questi mezzi Martino cambiò la faccia del nostro paese e là dove appena era un cristiano prima del suo passaggio, restava appena un pagano quando egli era passato. I templi del Dio vivente sostituivano i templi degli idoli, perché, dice Sulpizio Severo, appena aveva rovesciati i rifugi della superstizione, costruiva chiese e monasteri. L’Europa si coprì così di Chiese che hanno preso il nome da Martino” (Card. Pie, Discorso tenuto nella cattedrale di Tours, nella festa patronale della domenica 14 novembre 1858).

Le feste di san Martino

La morte non interruppe la serie dei suoi benefici e ciò soltanto spiega il concorso dei popoli alla sua tomba benedetta. Le numerose feste in suo onore nel corso dell’anno, non bastavano alla pietà dei fedeli. Di precetto dappertutto (Concilio di Magonza, 813, c. xxxvi), favorita dal ritorno momentaneo di giorni belli, che i nostri vecchi chiamavano estate di san Martino, la solennità dell’undici novembre gareggiava con san Giovanni, per la gioia che diffondeva nella cristianità latina. Martino era la gioia di tutti, il rifugio di tutti.

Il patrono della Francia e del mondo

Anche Gregorio di Tours vede nel suo beato predecessore, il patrono speciale del mondo intero (De miraculis sancti Martini, iv, in prol.). Tuttavia monaci e chierici, soldati, cavalieri, viaggiatori e osti, in memoria dei suoi lunghi pellegrinaggi, associazioni di carità in tutte le forme, in ricordo del mantello di Amiens, hanno sempre rivendicato un titolo particolare alla benevolenza del grande vescovo. L’Ungheria sua patria a buon diritto gli dà un posto tra i suoi potenti protettori: ma la Francia lo ebbe padre e come l’unità della fede fu in Francia opera sua, egli ancora formò l’unità nazionale e veglia sulla sua durata. Come il pellegrinaggio di Tours precedette quello di Campostella, la cappa di san Martino precedette l’orifiamma di san Dionigi nel condurre le armate al combattimento [1]Dove può essere speranza di vittoria, diceva Clodoveo, se qualcuno offende il beato Martino?(Gregorio di Tours, Storia dei Franchi). Ai nostri tempi Dio manifestò la protezione del beato Martino sul nostro paese, disponendo che l’armistizio, dopo la grande guerra, fosse firmato nel giorno della sua festa, 11 novembre 1918 e il Maresciallo Foch volle esprimere la sua riconoscenza con un ex voto, che collocò presso la sua tomba nella basilica di Tours.

VITA

Martino nacque in Pannonia (Ungheria) nel 316. Arruolato assai giovane nelle armate romane, ancora catecumeno divise il suo mantello alle porte di Amiens con un povero. Battezzato, lasciò le armi e andò alla scuola del grande dottore delle Gallie, Ilario, vescovo di Poitiers. Il desiderio di convertire i suoi genitori, rimasti pagani, lo riportò al loro fianco. Tornato nelle Gallie, fondò il monastero di Ligugé, vicino a Poitiers. I miracoli operati lo resero celebre e i discepoli popolarono la sua solitudine. Alla morte di Ilario, si allontanò da Poitiers, dove lo volevano vescovo, ma non poté sfuggire ai fedeli di Tours, che, più astuti, si impadronirono di lui nel 371 e lo fecero consacrare. Il dovere pastorale non gli fece dimenticare le lunghe ore di contemplazione gustate a Ligugé e perciò a tre chilometri da Tours, fondò Marmoutiers, monastero che diventò centro di studi, seminario e vivaio di vescovi. In quella solitudine, ove sovente si rifugiava, gli apparve la Madonna, ma dovette anche sostenere l’assalto del demonio, che cercò di scoraggiarlo perseguitandolo in ogni modo. Il suo zelo lo portò fuori dei confini della diocesi e la sua parola, sostenuta dalla carità, operò meraviglie nelle diocesi vicine fino ad Artois, nella Piccardia e a Treviri, in Belgio, nella Spagna. Nel novembre del 397, la carità lo spinse a Candes, per ristabilirvi la concordia tra i monaci e ivi morì nella pace di Dio, ultraottantenne.

La protezione di san Martino

Nel momento del tuo felice trapasso, i tuoi monaci in lacrime, tentano di trattenerti sulla terra: “Perché, Padre, ci abbandoni? lupi rabbiosi vogliono gettarsi sul tuo gregge”. E tu, pieno di tenerezza, dicevi al Signore: “Se sono ancora necessario al tuo popolo, non ricuso la fatica: si faccia secondo la tua volontà”. Ma l’ora della ricompensa era arrivata e Dio, assicurandotela, non ci privò della tua protezione. La Francia e il mondo lo hanno sperimentato nel corso dei secoli e la parola del tuo successore, Gregorio di Tours resta vera: tu sei patrono del mondo intero.

Ci uniamo oggi ai pellegrini che visitano la tua tomba gloriosa; ci uniamo alle preghiere che, dopo tanti secoli, ancora in quel luogo, ti sono rivolte; a tutti i fedeli, che vengono ad implorare il tuo soccorso, a chiedere a Dio le grazie più preziose, confidando nei tuoi meriti.

“O beato Pontefice, che amasti Cristo Re con tutte le fibre del tuo cuore e non avesti paura delle potenze del mondo; anima santissima, che la spada del persecutore non poté separare dal corpo, ma che meritò egualmente la palma del martirio”, conserva nel nostro cuore l’amore a Cristo e alla Chiesa. Benedici i soldati dei quali sei modello, i religiosi dei quali vivesti la vita santa, i sacerdoti e i vescovi dei quali sei esempio e gloria, i poveri e gli umili dei quali fosti il padre, la Francia della quale fosti l’apostolo. Suscita fra noi dei santi, che ci restituiscano la fede da te predicata con tanto ardore e successo.

Aiuta la nostra preghiera tu, che “mani e occhi levasti continuamente al cielo, e non avesti tregua nelle tue orazioni”. Fa’ che, sul tuo esempio, “nulla rifiutando, né la vita, né la morte”, viviamo e moriamo da buoni cristiani per poter venire con te a “glorificare la Santa Trinità della quale quaggiù, con la parola e la vita, fosti il perfetto confessore”.

[1] L’oratorio dei re di Francia prese il nome di cappella della cappa di san Martino e in seguito gli oratori furono chiamati appunto cappelle.

da: dom Prosper Guéranger, L’anno liturgico. – II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 1264-1270

Dio è Verità, Bontà e Bellezza

Il Cammino dei Tre Sentieri

 

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