Ai ragazzi che non conoscono più la geografia, si uniscono anche i politici e i giornalisti che non conoscono più le bandiere

da ilgiornale.it – Autore: Matteo Sacchi

In una caserma dei carabinieri di Firenze «è spuntata» una bandiera con croce nera in campo bianco, al centro aquila imperiale.

Nel quarto alto una croce ferrea si sovrappone ai colori dell’Impero tedesco (quelli in uso dal 1867 al 1918). È subito partita una polemica al vetriolo, tutta incentrata sul fatto che sia un simbolo neonazista. Tolto l’ovvio assunto che in una caserma italiana è meglio che ci sia solo il vessillo italiano, quello europeo – se e quando previsto – e poco altro, va però detto che una bandiera è un sacco di cose, molte delle quali stanno solo negli occhi di chi guarda. Per rendersene conto basterebbe dare una sfogliata ad un recente e bel saggio di Bruno Cianci intitolato La stoffa delle nazioni: storie di bandiere (Odoya, 2016). Limitandoci al contingente, però, la prima cosa da dire è la seguente: quella bandiera è la bandiera da guerra dell’Impero tedesco (sembrerebbe nel formato utilizzato dalla Kaiserliche Marine, la marina militare del Kaiser) che l’ultima volta sventolò, ufficialmente, nel corso della Prima guerra mondiale. L’aquila è quella che campeggiava sulla bandiera Prussiana, la croce nordica riprende i colori e la tradizione dei cavalieri teutonici, così come l’altra piccola croce posta in alto sui colori imperiali.

È considerabile, di per sé, un simbolo neonazista? No, esisteva quando il nazismo non era nemmeno un’idea. Sì, certo, qualche gruppo di estrema destra l’ha utilizzata per aggirare i vari divieti all’utilizzo di veri simboli del Terzo Reich. Insomma, in mancanza di meglio si sono aggrappati al Secondo Reich (incuranti del fatto che un qualunque junker prussiano li considererebbe, con tutta probabilità, solo plebaglia rumoreggiante). Questa però è solo la prova di quanto siano inutili le norme, sempre aggirabili, di cui la proposta legislativa di Emanuele Fiano vorrebbe condensare i rigorismi più inutili. Nulla ci dice sulle intenzioni di chi quel vessillo, che nazista automaticamente non è e nemmeno automaticamente è considerabile di ultradestra, ha appeso. Se al posto di quella fosse stata esposta la bandiera gigliata della Marine Royale (che, per quanto più elegante, sarebbe sempre meglio non esporre in una caserma italiana) si potrebbe accusare, senza altra prova, chi la espone di essere un fanatico dell’antico regime e di Luigi XVI? Di complottare contro la democrazia? La risposta è probabilmente no, in questo caso come nel precedente. Si è insomma costretti a dover indovinare cos’è quella bandiera per chi la guarda. Un esercizio spesso faticoso e inutile. Allora forse meglio insistere senza troppi isterismi sul fatto che nei luoghi pubblici il nostro tricolorino (qui scritto con lo stesso diminutivo affettivo che usava Cavour) basta e avanza. Per il resto la caccia ai simboli lascia il tempo che trova. Se espongo un fascio littorio in campo verde magari sono un neofascista daltonico (o pusillanime) ma magari amo solo il cantone di San Gallo (Svizzera) che lo ha come simbolo.

E non può deciderlo nessuno.

Dio è Verità, Bontà e Bellezza

Il Cammino dei Tre Sentieri

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