Ricordiamo l’eresia dell’ “Americanismo”… ci è molto utile in questi tempi

di Pierfrancesco Nardini (Coordinatore nazionale de Il Cammino dei Tre Sentieri)

Papa Leone XIII nel 1889 con la Lettera Apostolica Testem benevolentiae nostrae (TB), scritta al cardinale Gibbons e, tramite lui, a tutto l’Episcopato americano, chiariva che «Noi non possiamo approvare le opinioni, il cui complesso alcuni chiamano col nome di “americanismo”».

Questo movimento sosteneva che per far sì che «coloro che dissentono possano più facilmente essere condotti alla dottrina cattolica, la chiesa deve avvicinarsi maggiormente alla civiltà del mondo progredito, e allentata l’antica severità, deve accondiscendere alle recenti teorie e alle esigenze dei popoli (…) Pretendono -continua Leone XIII- perciò che sia opportuno, per accattivarsi gli animi dissidenti, che alcuni capitoli di dottrina, per così dire di minore importanza, vengano messi da parte o siano attenuati, così da non mantenere più il medesimo senso che la chiesa ha tenuto costantemente per fermo» (TB).

C’è un chiaro collegamento con quel che sarà il Modernismo, di cui l’Americanismo, anche per motivi cronologici, è giustamente ritenuto un avo.

Per motivi di spazio e di tempo, non possiamo soffermarci su tutti i punti di questo movimento. Sarà sufficiente chiarire che «non si accorda facilmente con la dottrina e lo spirito tradizionale della Chiesa, anzi, per non dire di più, apre la via ad errori teoretici e pratici, tra cui merita d’esser segnalata la preferenza attribuita all’attivismo, mentre Gesù Cristo e i Santi tutti hanno dato più importanza alla preghiera e alla vita interiore, da cui dipende la sorte di ogni apostolato cristiano» (Dizionario di Teologia Dommatica, Parenti-Piolanti-Garofalo, Ed. Studium, 1952, voce “Americanismo”).

L’elemento che vogliamo sottolineare qui è quello del c.d. attivismo, ossia quell’idea che valuta buona una cosa più sulla base di quanto si fa che su come la si fa. Semplificando al massimo, si preferisce la quantità dell’azione alla qualità. Se faccio tanto è sicuramente buono. Meno conta come lo faccio.

L’Americanismo sosteneva che le c.d. virtù “passive” (meditazione, preghiera, contemplazione, ma, forse, anche sopportazione della sofferenza) «furono più convenienti nelle età trascorse», mentre quelle c.d. “attive” «si confanno meglio nell’età presente» (TB).

Leone XIII smonta con chiarezza questo concetto scrivendo che «di questa divisione delle virtù è troppo ovvio quale giudizio si debba dare; infatti una virtù veramente passiva non vi è, né vi può essere» (TB).

Ogni virtù è, infatti, necessaria, perché discende all’uomo da Cristo «Maestro ed esemplare di ogni santità» e quindi di ogni virtù, cui «si devono modellare quanti desiderano entrare in cielo» (TB).

Gesù però non cambia nel corso dei tempi, è sempre lo stesso, secolo dopo secolo.

I cambiamenti della società non possono essere anche cambiamento di Cristo e, di conseguenza, della sua dottrina, ma al contrario devono rimanere ancorati a Lui, in quanto è la Verità che deve giudicare la Storia e non viceversa.

Quando invece si pretende che la Chiesa cambi il suo insegnamento per renderlo più adatto ai tempi, si pretende che Dio si adatti all’uomo, che il Creatore si abbassi al livello della creatura, insomma che Dio sia come vogliamo noi. E così Cristo cambierebbe ogni volta, tutte le volte che cambia la società.

Cristo è sempre uguale e così sempre uguali e tutte importanti le virtù. Anche a voler accettare la distinzione in “attive” e “passive”, non convince però che le une o le altre possano essere ritenute non più adatte: significherebbe che Cristo non è più adatto…

Papa Pecci spiega che «da questo per così dire disprezzo delle virtù evangeliche, che a torto sono chiamate “passive”, era naturale che penetrasse, a poco a poco, negli animi anche il disprezzo della stessa vita religiosa» (TB). E ribadisce che la Chiesa ha sempre tenuto in gran conto e più utili la vita religiosa e le virtù “passive”.

Anche San Pio X qualche anno dopo (1908) si esprime in tal senso: riferendosi al sacerdozio scrive che «c’è chi crede, anzi chiaramente professa, che il merito del sacerdote consista semplicemente nel sacrificarsi tutto al bene degli altri; per cui neglette quasi del tutto quelle virtù, che mirano al perfezionamento individuale (le così dette virtù passive), dicono che si deve porre ogni studio per conseguire ed esercitare quelle virtù che chiamano attive. Questa è dottrina indubbiamente fallace e rovinosa» (Esort. Apost. Haerent animo).

Si nota, a volte anche nel mondo della Tradizione, molta ricerca del “fare”, molta ricerca del maggior numero di attività, come se la cosa più importante fosse la quantità, con minor attenzione a quelle che sono attività necessarie per la fede cattolica. Anzi, forse anche più importanti, dato che San Pio X nella frase citata spiega che «mirano al perfezionamento individuale».

Preferire una conferenza o un’iniziativa formativa di qualunque tipo, per quanto sia meritorio farla, non può essere il fine unico del cattolico o, se va bene, una limitazione ad altre attività fondamentali per l’anima, legate alle c.d. virtù “passive”.

Non è il “fare tanto” che conta, ma come lo si fa. Una singola e semplice iniziativa a volte è molto più utile di dieci. Ma, soprattutto, come ci spiegano molti santi, la preghiera è ancora più importante di un’iniziativa di qualsiasi tipo.

Non per nulla San Pio X nel citato documento spiega la necessità e l’importanza della meditazione.

La preghiera è la prima cosa! Altrimenti Nostro Signore non avrebbe detto «chiedete e vi sarà dato» (Lc 11, 9).

Sant’Alfonso Maria De’ Liguori ha ammonito che «chi prega si salva, chi non prega si danna».

Senza la preghiera non si va da nessuna parte. Non pregare significa davvero puntare tutto solo sulle proprie forze, pensare che si è autonomi, autosufficienti. Forse onnipotenti?

Ogni apostolato che ha un buon effetto ha alla sua base la preghiera, costante. Se si chiede al Signore l’aiuto per fornirgli questo servizio (perché di questo si tratta: facendo apostolato, rendiamo un servizio a Lui), allora abbiamo buone possibilità di fare un buon lavoro.

Dimenticarsi o, peggio, snobbare la preghiera per concentrarsi solo sul “fare” invece è in un certo senso mettere se stessi al centro.

Ci sono due motivi alla base di questo.

Uno è quello che intende le c.d.  virtù “passive” oramai inutili e anacronistiche.

Ai nostri giorni, “nel 2018” molti sottolineano con enfasi (come se essere cattolici non sia lo stesso nel 2018 come nel 1018…), è inutile stare dietro al Rosario, alle preghiere, alle meditazioni. Ci vuole azione! Ci vuole attività sociale! Certo la preghiera va bene, ma nel tuo interno, a casa tua, non togliendo tempo alle cose importanti…

Poi c’è l’altro motivo che è quello dell’accezione assolutamente negativa che si dà oggi alla parola “passiva”.

Nella fede però non si può applicare a questa parola il generico significato di “mancanza di attività, di spirito di iniziativa” (Treccani online), perché nella fede si è “attivi” …anche quando si è “passivi”.

Nella fede invece essere “attivi” è anche porre in essere azioni meditative, ossia pregare, meditare, andare a Messa. A Fatima la Madonna non ci ha indicato di andare in giro a creare tante iniziative e a fare mille cose, ma ci ha chiesto in modo chiaro ed esplicito di recitare il Rosario. Questa è l’arma più forte, è l’azione più grande che un cattolico possa fare, come ci hanno spiegato molti santi, ad es. San Pio da Pietrelcina.

Pregare per un cattolico è “essere attivo”, molto più che nel fare tante altre cose ritenute queste sì “attive”.

Un esempio di questa attuale differente comprensione delle virtù “passive” è la partecipazione alla Messa.

Negli ultimi decenni, oltre al Rito, è cambiato anche il modo di intendere la partecipazione dei fedeli.

La partecipazione attiva (c.d. actuosa participatio) è stata intesa come un “fare” qualcosa dei fedeli al suo interno (e nel N.O. vediamo i fedeli fare di tutto…), mentre invece essa è l’azione spirituale, l’intima unione all’azione principale (che non è dell’uomo, ma di Cristo: il Sacrificio), che significa viverla con la coscienza di quel che essa è e di quel che vi succede e starci con la giusta disposizione d’animo, come spiegato in un altro articolo (qui).

Agiamo, allora, senza dimenticare alcuna delle virtù che Nostro Signore ci ha donato nella sua infinita misericordia. E cominciamo sempre dalla preghiera, il Rosario se possibile, perché essa è il vero traino di tutto il resto che potremo fare per rendere gloria a Dio.

Dio è Verità, Bontà e Bellezza

Il Cammino dei Tre Sentieri

 

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