L’ARCHIVIO DEL PELLEGRINO – La filosofia di Giambattista Vico

Il Secondo Sentiero (La Verità va conosciuta: apologetica per dimostrare la verità del Cristianesimo) ha bisogno di informazioni, che però siano le più semplici possibili. L’Archivio è affidato a San Giuseppe, Colui che fu chiamato dalla provvidenza, in obbedienza totale e offrendo tutto se stesso, a proteggere e a custodire la Verità.

Giambattista Vico

Finalmente un po’ di ossigeno. Dopo tanto penare tra errori e sciocchezze, ecco qualcuno che dice cose serie: Giambattista Vico.

Cose così serie che non è possibile inserirlo in nessuna corrente filosofica del tempo.

Giambattista Vico nacque a Napoli nel 1668. Ebbe un grande amore per i libri, lui che tra i libri era nato: il papà faceva il libraio; e allora a Napoli c’era la cosiddetta “casa e puteca” (casa e bottega): davanti il negozio, dietro le stanze dove si dormiva.

 Sin da piccolo studiava moltissimo. Si formò una grande preparazione e nel 1669 vinse la Cattedra di Retorica nella prestigiosa Università della sua città.

Dovette faticare tanto: allo studio accompagnava l’impegnativa attività di accudire la sua numerosa famiglia (ebbe ben otto figli!) e spesso si trovava a non avere soldi per pubblicare i suoi libri.

Ma tutto ciò ha contribuito non poco alla elaborazione del suo pensiero, perché non c’è nulla di meglio per la filosofia che avere i piedi ben piantati a terra e conoscere davvero la vita nelle sue difficoltà e nelle sue quotidiane preoccupazioni.

Morì il 23 gennaio del 1744 dopo anni di acciacchi e malattie e come scrive il suo biografo:“…con la più perfetta uniformità al divino volere”. Davvero ammirevole.

Il suo capolavoro sono i Princìpi di una scienza nuova intorno a una comune natura delle nazioni, che ebbe ben tre edizioni: nel 1725, nel 1730 e nel 1744.

Non solo natura, ma anche uomo

Prima abbiamo detto che Vico ci fa respirare la verità in questi tempi di errori… pensate che egli fu contemporaneamente: anticartesiano, antiempirista e antilluminista. Che volere di più? Non due ma tre piccioni con una sola fava …e in questo caso: con una sola filosofia!

Va detto che la cultura filosofica dell’epoca era tutta orientata al razionalismo e all’empirismo, é tutta rivolta all’indagine della natura trascurando il mondo dell’uomo, cioè dello spirito, dell’interiorità umana. Vico questo non lo accetta. Ritiene un errore che ci si concentri sulla realtà naturale prescindendo dalla storia umana.

Cartesio aveva detto che l’essenza vera dell’uomo fosse la razionalità, Vico, pur riconoscendo importanza alla ragione, afferma invece che l’uomo non è costituito solo di ragione, ama anche di fantasia e sentimento. Attenzione: non “solamente”, ma “anche” di fantasia e sentimento.

Non “verum est certum”, ma “verum est factum”

Vico ebbe una grande intuizione filosofica che espresse con una formula rimasta famosa: verum est factum.

Mentre Cartesio aveva identificato il vero con il certo (verum est certum), Vico identifica il vero con il fatto. Cartesio riteneva la verità frutto di un’elaborazione razionalistica; Vico invece del riconoscimento di un fatto. Secondo il filosofo napoletano, per conoscere veramente una cosa, è necessario conoscere il modo di farla, non di pensarla.

Ma vediamo di approfondire.

Vico riprende la definizione classica di “scienza”: “scire per causas”, cioè “conoscere attraverso le cause”. Da qui afferma che può conoscere la causa di qualcosa, e quindi fare veramente scienza, soltanto chi ha causato quella cosa, ossia chi l’ha prodotta. Solo così si può davvero penetrare nel processo attraverso il quale quella cosa è stata generata.

Da questo ragionamento Vico deduce due princìpi fondamentali:

  1. Verum est factum: il vero s’identifica con il fare.

  2. Verum et factum convertuntur: il vero e il fatto s’identificano, la verità si manifesta nel fatto e il fatto è testimonianza di verità.

Vico scrive ne L’antichissima sapienza degli Italici: “Sapere è possedere l’origine di una cosa, cioè il modo e la forma con cui è fatta. Altro mezzo non ha il filosofo per sradicare del tutto lo scetticismo che l’aver per criterio del vero la sua effettuazione.”

Dio conosce la verità di tutto… l’uomo di poco

Da questa convinzione derivano almeno due conseguenze.

La prima è la distinzione tra certezza e verità: l’uomo raggiunge certezza di molte cose, ma la verità di poche, perché poche cose l’uomo può produrre da sé.

La seconda conseguenza è il fatto che solo Dio può conoscere la verità di tutte le cose, perché Egli solo può fare tutte le cose.

Applicando il criterio del verum est factum, Vico afferma che l’uomo non può conoscere pienamente la propria persona, Dio e la realtà perché non è autore né di se stesso né di Dio né del mondo.

Da qui due sonori “schiaffi” al pensiero moderno.

Schiaffo all’antropocentrismo, perché l’uomo può trovare la ragione e il senso della propria vita solo in Dio.

Schiaffo al tecnologismo scientista, perché l’uomo può servirsi ma non stravolgere la natura in quanto essa è al di sopra di ogni potenzialità umana. Un conto è lavorare sulla natura, altro è annullarla. In questo Vico è stato un ottimo “profeta”: lo sviluppo tecnologico, per quanto sofisticato, non riuscirà mai ad annullare il limite umano. Oggi (ringraziamo Dio!) abbiamo macchine che spostano tonnellate di materiale e che fanno in poco tempo lavori per cui prima occorrevano giorni, mesi e anni; ma poi, dinanzi ad una semplice alluvione, l’uomo è impotente …e soccombe.

La sciocchezza del “cogito” cartesiano

E’ evidente come con questa convinzione Vico voglia mandare all’aria la filosofia di Cartesio. Il cogito non può essere il presupposto del vero perché in esso non si coniugano il vero e il fatto, in quanto la creazione dello spirito umano non è opera dell’uomo, ma di Dio. Il cogito -per Vico- è coscienza, non scienza del proprio essere. Il pensiero dell’uomo non produce la realtà; serve piuttosto a riconoscere la realtà.

L’uomo può conoscere pienamente solo la Storia

Da questo Vico conclude che il campo in cui l’uomo davvero può conoscere la verità è il campo storico, perché la storia è fatta dall’uomo. La “scienza nuova” di cui Vico si ritiene inventore (e lo è certamente) è appunto la scienza storica.

Prima di lui la storia non era considerata “scienza” ma “arte letteraria”; egli invece puntualizza che la storia è una scienza perché soddisfa i due requisiti fondamentali del sapere scientifico, concretezza ed universalità: studia vicende particolari (concretezza) soggette a leggi sempre valide (universalità). Ed è inoltre una scienza vera perché in essa si attua il principio verum est factum, in quanto il suo oggetto sono i fatti compiuti dall’uomo.

La Storia? …E’ scienza concreta e universale

Ma vediamo meglio come Vico intende la Storia.

Come già anticipato, la Storia è una “scienza”, ed è una scienza concreta ed universale.

Concreta, perché si avvale della filologia (lo studio della lingua e di ogni altra forma di civiltà umana, come la poesia, l’eloquenza, l’arte, il diritto, la politica, i costumi, le religioni…).

Universale, perché si avvale della filosofia (scienza dell’universale, ricerca della verità).

Interessante anche questo aspetto. In tal modo il particolare non è incomprensibile, perché viene introdotto all’interno di categorie universali che lo rendono, appunto, comprensibile; e l’universale non si riduce ad un’astrazione perché è ancorato alla concretezza del particolare.

La filosofia di cui parla Vico non è dunque “filosofia astratta”, “razionalistica”, “castelli in aria” e basta …bensì è “filosofia del vero”… insomma è “verum et factum convertuntur”!

Vico denuncia il fatto che nel passato filologi e filosofi non abbiano saputo rispondere adeguatamente perché hanno lasciato divise filologia e filosofia. Per esempio, Tacito ha esamina la storia da filologo esponendo i fatti, ma senza saper individuare di questi le ragioni ideali. Platone, tenendo fuori la concretezza, immagina una repubblica utopistica non tenendo in alcun conto la realtà individuale.

Vi è da dire, però, che tutto questo avveniva in passato perché mancava la cultura cristiana. Col Cristianesimo, infatti, nasce la Storia come “senso”; e, sempre con il Cristianesimo, la filosofia si sgancia da quel retroterra gnostico che l’ancorava allo spiritualismo.

L’uomo non può annullare il mistero della realtà

Se la Storia è una vera scienza, perché è prodotta dall’uomo, per Vico anche la matematica lo è ma fino ad un certo punto. Essa è sì costruita dall’uomo, ma è finzione astratta, cioè una creazione convenzionale che non può essere applicata al mondo delle cose.

In ciò c’è molto d’interessante. Anche con queste affermazioni Vico vuole smontare la pretesa razionalista di ridurre il reale ad equazione matematica. La realtà, quella vera, è invece più grande dell’uomo, sfugge alla capacità intellettiva di esaurirne il mistero. Egli scrive ne L’antica sapienza degli Italici: “L’uomo, con la così detta astrazione, due cose si figura: il punto, cioè, che possa venir espresso con un segno, e la unità, che possa essere moltiplicata. Così si è composto un mondo di forme e di numeri, ch’egli possa tener tutto quanto racchiuso entro se stesso: e prolungando, accorciando o combinando linee, sommando, sottraendo o numerando, realizza opere infinite, perché conosce entro se stesso infinite verità. Ma tutto è fittizio.” Siamo d’accordo: la pretesa di “…tener tutto quanto racchiuso entro se stesso…” è fittizia!

In questo caso Vico è perfettamente d’accordo con quelle famose parole che Shakespeare fa dire ad Amleto: “Ci sono più cose in cielo e in terra che non nella tua filosofia, Orazio”.

Come si sviluppa la Storia?

Torniamo alla Storia.

Vico, a conferma della sua concretezza, dice che la Storia universale in un certo qual modo rispecchia la storia individuale di ogni uomo. L’uomo prima sente senza avvertire (l’infanzia), poi avverte con animo perturbato, cioè lasciandosi condurre dall’impulsività (l’adolescenza e la giovinezza) e poi passa alla maturità della riflessione (l’età adulta). A queste tre periodi dell’esistenza individuale corrisponderebbero anche i tre periodi della Storia universale: l’età degli dei, degli eroi e degli uomini. Cioè l’età del senso, l’età della fantasia, l’età della ragione.

Attenzione però: c’è un particolare importante. Nel passaggio da un’età all’altra il momento precedente non è annullato in quello successivo, bensì permane …anche se quello che scaturisce successivamente è sempre nuovo.

La prima età (quella degli dei) fu caratterizzata dalla passione e dalla violenza. Gli uomini, come una sorta di bestioni, agivano di istinto quasi incontrollato. Si tratta di una concezione pessimistica dell’uomo? C’è chi ha visto in questo un’influenza di Hobbes? E’ da escludersi. Teniamo presente che Vico era un convinto cattolico e quando parla in tal senso intende l’umanità dopo il peccato originale e ancora lontana dalla Redenzione. Non a caso chiama questa età come età degli dei.

La seconda età (quella degli eroi) è caratterizzata dalla fantasia, con la quale gli uomini, non riuscendo ancora a dominare le impressioni sensibili e a renderle chiare con la ragione, esprimono la loro meraviglia attraverso la poesia e il mito.

Nella terza età (quella della ragione) gli uomini, subordinando la fantasia alla riflessione, osservano il mondo con mente pura e, mediante la filosofia, ne ricercano i princìpi universali.

L’importanza del mito

Torniamo all’età degli eroi. Vico non considera negativamente le manifestazioni culturali della Poesia e del Mito. Tant’è che ne sottolinea l’importanza in polemica con la dominante razionalistica dell’epoca in cui visse. Il mito –dice Vico- è un “universale fantastico”, cioè un’immagine poetica di valore universale.

A riguardo va ricordato che Vico si occupa anche della questione omerica. La sua posizione è questa: Omero rappresenta la poesia dell’età eroica della Grecia, cioè di quel tempo in cui l’umanità, osservando il mondo con stupore e meraviglia, non lo rappresenta ancora con concetti e invece, sotto la spinta della fantasia, se lo raffigura con immagini suggestive. L’Iliade e l’Odissea, pertanto, non sono opera personale di un singolo poeta, realmente vissuto, ma espressione di un’epoca, di una collettività. Omero non è una persona, storicamente esistita, ma un simbolo di quel ben preciso “universale fantastico”.

C’è però da aggiungere una cosa che rende ancora più “grande” il nostro Vico. Egli definisce il Mito “universale fantastico”. Già questo sostantivo “universale” dovrebbe far pensare, perché significa il Mito è uno strumento di conoscenza e pertanto non è in contrapposizione con la filosofia. Ma non solo. Vico parla del Mito anche come “logica poetica”. Dunque il Mito non é qualcosa di pre-logico o di anti-logico, bensì è un’altra modalità della logica, e nel Mito la logica c’è ed è rispettata.

Da qui si capisce perché sono errate tutte quelle intepretazioni che vogliono Vico come una sorta di precursore dell’ “estetica moderna”, la quale afferma la completa autonomia della sapienza poetica dalla riflessione razionale. Niente affatto: “universale fantastico” vuol dire che il Mito esprime quella stessa verità che la Filosofia esprime con la riflessione e l’arte con la fantasia.

Corsi e ricorsi storici: la “Storia ideale eterna”.

La Storia è fatta di corsi e ricorsi. L’umanità passa dal senso alla fantasia e dalla fantasia alla ragione. Ma ciò non avviene definitivamente. Quando l’umanità si corrompe, allora si ricade nello stadio selvaggio per poi riprendere il processo di risalita.

Questi corsi e ricorsi costituiscono la storia ideale eterna, la quale procede uguale ma anche diversa. Vico, infatti, intravede una circolarità nella Storia, ma è una circolarità che non compromette la linearità della Storia stessa. Una circolarità a spirale, per cui c’è sempre un procedere.

Vico non è uno storicista

Ma cosa rimane identico e cosa muta nella Storia? Vico risponde dicendo che rimane identica la filosofia cioè l’universale, il vero; mentre muta la filologia, cioè il particolare. Anche questo attesta quanto il pensiero vichiano non sia storicista, infatti la Verità non è un prodotto della Storia, bensì è ciò che giudica la Storia perché rimane sempre identica.

Questa precisazione è importante e voglio che il lettore la ricordi bene. Solitamente a scuola s’insegna ai ragazzi che Vico sia un pensatore storicista. Nulla di più falso.

Indubbiamente Vico -lo abbiamo detto- dà grande attenzione alla storia, dice che è proprio il campo storico il “luogo” dove davvero poter sviluppare una conoscenza scientifica; ma Vico stesso non annulla l’uomo nella storia, non dice che la libertà dell’uomo sia esito del divenire storico, come invece afferma qualsiasi storicismo. La legge della ripetizione dei corsi non sopprime la libertà umana, non è un ostacolo al processo di civiltà, è necessaria e voluta dalla Provvidenza divina per riportare l’uomo corrotto dalla ragione alla religione.

Insomma, quando l’uomo sceglie una determinata cosa ne consegue automaticamente una certa conseguenza, resta però il fatto che l’uomo liberamente decide se scegliere o meno quella cosa.

La Storia è la risultante di Provvidenza e di libertà

Per Vico la Provvidenza regola il corso naturale degli avvenimenti dirigendo il progresso spirituale verso un fine. Scrive nella Scienza Nuova: “la divina Provvidenza è una Mente eterna e infinita che penetra tutto, la quale per la sua infinita bontà ciò che gli uomini o popoli particolari ordinano ai particolari loro fini, per li quali principalmente essi anderebbero a perdersi, ella fuori, e bene spesso contro ogni loro proposito, dispone a un fine universale; per la quale, usando ella per mezzo quegli stessi particolari fini, li conserva.”

La Provvidenza però –precisa Vico- non è fatalismo; essa aiuta l’uomo ma non coarta la sua libertà.

La Storia è pertanto una risultante di Provvidenza e libertà individuale.

Ritorniamo ad un’importante convinzione di Vico: quando nella storia l’uomo opera certe decisioni conseguono automaticamente determinate conseguenze. Dunque, da una parte, è l’uomo che decide (l’uomo sceglie nella storia); dall’altra, le conseguenze di certe decisioni sono costanti nella storia.

E’ per questo che l’esperienza storica è maestra (historia magistra vitae). Ebbene, Vico ad un certo punto parla del fatto che quando la ragione cresce a dismisura vien fuori l’irrazionalismo.[1]

Come dargli torto? Il buon Vico trova ampia conferma nei nostri tempi. Oggi ci si vergogna di essere cristiani, ma non di correre dietro a maghi, cartomanti e sciocchezze varie. Le città d’Italia con più alta fascinazione nei confronti del “magico”, non a caso, sono quelle che si vantano di essere più emancipate e culturalmente “aggiornate”.

Conclusione

Insomma, la grandezza di Vico è che, per sapere chi è l’uomo, è necessario esaminare le sue espressioni nella storia.

La sua attenzione alla storia va ben d’accordo con la metafisica naturale e cristiana ed è tutta all’insegna del rifiuto di qualsiasi razionalismo e soggettivismo.[2]

[1] “(In Vico) l’inselvatichimento non è soltanto momento precedente la maturità della ragione ma pure possibile ulteriorità rispetto all’ipertrofia della ragione stessa, cioè al razionalismo, che ha prodotto i tanto esaltati ‘progressi del mondo moderno’” (G. Cantoni, Dopo Marx, i maghi? La riscoperta del pensiero magico in una cultura postmarxista, in M. Introvigne, Il ritorno della magia, Milano 1992, p. 59).

[2] Il famoso pensatore cattolico Juan Donoso Cortes (1809-1853) così scrive riguardo al pensiero di Vico: “(…) se la Provvidenza non trova l’uomo che cerca nella società incancrenita, lo prende quasi per mano dopo averlo scelto fra altre genti e nazioni; e se non lo trova neppure lì, precipita questa genta e nazioni sulla società decrepita e colpevole affinché, conquistandola, i suoi crimini possano essere lavati. Se crescendo in essa l’anarchia, non esiste un uomo che la governi, né un popolo che la conquisti, allora la Provvidenza applica il maggiore di tutti i rimedi al maggiore di tutti i mali. Lo sterminio è uno strumento nella mano di Dio; con esso fa sì che si adempiano le leggi divine nella società, che ha scosso il giogo delle leggi umane. Allora accade che le città, colme di fazioni e divorate dal fuoco delle discordie, si trasformino in deserti, e quanti abitavano in esse in selvaggi. La notte della barbarie primitiva torna a stendere su di esse le sue ombre, e tornano a camminare nelle tenebre. Tutti i popoli selvaggi che attualmente vagano per il mondo furono in precedenza civili, ma la luce della civiltà si è oscurata davanti ai loro occhi, perché il loro spirito è stato schiavo di turpi abominazioni. La loro barbarie non è una barbarie primitiva, ma una barbarie conquistata.” (J. Donoso Cortes, Filosofìa de la Historia. Juan Bautista Vico, in Obras completas, vol. I, Madrid 1970, pp. 648-649).

Dio è verità, Bontà e Bellezza

Il Cammino dei Tre Sentieri

 

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