23 giugno 1668: nasce Giambattista Vico… la sua filosofia una boccata di aria pura tra tanta ammorbata di razionalismo

 La filosofia di Giambattista Vico è così seria che non può essere inserita in nessuna corrente filosofica. Inoltre costituisce puro ossigeno all’interno di un contesto di aria mefitica qual è l’insorgere e lo sviluppo del razionalismo filosofico.

Giambattista Vico nacque a Napoli nel 1668. Ebbe un grande amore per i libri, lui che tra i libri era nato: il papà faceva il libraio. Allora a Napoli c’era la cosiddetta “casa e puteca” (casa e bottega): davanti il negozio, dietro le stanze dove si dormiva.

 Sin da piccolo studiava moltissimo. Nel 1669 vinse la Cattedra di Retorica nella prestigiosa Università della sua città.

Dovette faticare tanto: allo studio accompagnava l’impegnativa attività di accudire la sua numerosa famiglia (ebbe ben otto figli!) e spesso si trovava a non avere soldi per pubblicare i suoi libri.

Ma tutto ciò ha contribuito non poco alla elaborazione del suo pensiero, perché non c’è nulla di meglio per la filosofia che avere i piedi ben piantati a terra e conoscere davvero la vita con le sue difficoltà e con le sue quotidiane preoccupazioni.

Morì il 23 gennaio del 1744 dopo anni di acciacchi e malattie e come scrive il suo biografo:“…con la più perfetta uniformità al divino volere”.

Il suo capolavoro sono i Princìpi di una scienza nuova intorno a una comune natura delle nazioni, che ebbe ben tre edizioni: nel 1725, nel 1730 e nel 1744.

Non solo natura, ma anche uomo

Prima abbiamo detto che Vico ci fa respirare la verità in tempi di errori. Egli fu contemporaneamente: anticartesiano, antiempirista e antilluminista. Che volere di più? Non due, ma tre piccioni con una sola fava …e in questo caso: con una sola filosofia!

La cultura filosofica dell’epoca era tutta orientata al razionalismo e all’empirismo, era tutta rivolta all’indagine della natura trascurando il mondo dell’uomo, cioè dello spirito, dell’interiorità umana. Vico questo non lo accettava. Riteneva un errore che ci si concentrasse sulla realtà naturale prescindendo dalla storia umana.

Cartesio credeva che l’essenza vera dell’uomo fosse la razionalità, Vico, pur riconoscendo importanza alla ragione, affermò invece che l’uomo non è costituito solo di ragione, ama anche di fantasia e sentimento. Attenzione: non “solamente”, ma “anche” di fantasia e sentimento.

Non “verum est certum”, ma “verum est factum”

Vico ebbe una grande intuizione filosofica che espresse con una formula rimasta famosa: verum est factum.

Mentre Cartesio aveva identificato il vero con il certo (verum est certum), Vico identificò il vero con il fatto. Cartesio riteneva la verità frutto di un’elaborazione razionalistica; Vico invece del riconoscimento di un fatto. Secondo il filosofo napoletano, per conoscere veramente una cosa, è necessario conoscere il modo di farla, non di pensarla.

Approfondiamo.

Vico riprese la definizione classica di “scienza”: “scire per causas”, cioè “conoscere attraverso le cause”. Da qui arrivò ad affermare che può conoscere la causa di qualcosa, e quindi fare veramente scienza, soltanto chi ha causato quella cosa, ossia chi l’ha prodotta. Solo così si può davvero penetrare nel processo attraverso il quale quella cosa è stata generata.

Da questo ragionamento Vico dedusse due princìpi fondamentali:

Verum est factum: il vero s’identifica con il fare.

Verum et factum convertuntur: il vero e il fatto s’identificano, la verità si manifesta nel fatto e il fatto è testimonianza di verità.

Vico scrive ne L’antichissima sapienza degli Italici: “Sapere è possedere l’origine di una cosa, cioè il modo e la forma con cui è fatta. Altro mezzo non ha il filosofo per sradicare del tutto lo scetticismo che l’aver per criterio del vero la sua effettuazione.”

Dio conosce la verità di tutto… l’uomo di poco. Da questa convinzione derivano almeno due conseguenze.

La prima è la distinzione tra certezza e verità: l’uomo raggiunge certezza di molte cose, ma la verità di poche, perché poche cose l’uomo può produrre da sé.

La seconda conseguenza è il fatto che solo Dio può conoscere la verità di tutte le cose, perché Egli solo può fare tutte le cose.

Applicando il criterio del verum est factum, Vico affermò che l’uomo non può conoscere pienamente la propria persona, Dio e la realtà perché non è autore né di se stesso né di Dio né del mondo.

Da qui due sonori “schiaffi” al pensiero moderno.

Schiaffo all’antropocentrismo, perché l’uomo può trovare la ragione e il senso della propria vita solo in Dio.

Schiaffo al tecnologismo scientista, perché l’uomo può servirsi della natura, ma non stravolgerla, in quanto essa (la natura) è al di sopra di ogni potenzialità umana. Un conto è lavorare sulla natura, altro è annullarla. In questo Vico è stato un ottimo “profeta”: lo sviluppo tecnologico, per quanto sofisticato, non riuscirà mai ad annullare il limite umano. Oggi abbiamo macchine che spostano tonnellate di materiale e che fanno in poco tempo lavori per cui prima occorrevano giorni, mesi e anni; ma poi -purtroppo- dinanzi ad una semplice alluvione, l’uomo è impotente …e soccombe.

La sciocchezza del “cogito” cartesiano

E’ evidente come con questa convinzione Vico volesse mandare all’aria la filosofia di Cartesio. Il cogito non può essere il presupposto del vero perché in esso non si coniugano il vero e il fatto, in quanto la creazione dello spirito umano non è opera dell’uomo, ma di Dio. Il cogito -per Vico- è coscienza, non scienza del proprio essere. Il pensiero dell’uomo non produce la realtà; serve piuttosto a riconoscere la realtà.

L’uomo può conoscere pienamente solo la Storia

Da questo Vico conclude che il campo in cui l’uomo davvero può conoscere la verità è il campo storico, perché la storia è fatta dall’uomo. La “scienza nuova” di cui Vico si ritiene inventore (e lo è certamente) è appunto la scienza storica.

Prima di lui la storia non era considerata “scienza” ma “arte letteraria”; egli invece puntualizza che la storia è una scienza perché soddisfa i due requisiti fondamentali del sapere scientifico, concretezza ed universalità: studia vicende particolari (concretezza) soggette a leggi sempre valide (universalità). Ed è inoltre una scienza vera perché in essa si attua il principio verum est factum, in quanto il suo oggetto sono i fatti compiuti dall’uomo.

Ma vediamo meglio come Vico intende la Storia.

Come già anticipato, la Storia è una “scienza”, ed è una scienza concreta ed universale.

Concreta, perché si avvale della filologia (lo studio della lingua e di ogni altra forma di civiltà umana, come la poesia, l’eloquenza, l’arte, il diritto, la politica, i costumi, le religioni…). Universale, perché si avvale della filosofia (scienza dell’universale, ricerca della verità).

Interessante anche questo aspetto. In tal modo il particolare non è incomprensibile, perché viene introdotto all’interno di categorie universali che lo rendono, appunto, comprensibile; e l’universale non si riduce ad un’astrazione perché è ancorato alla concretezza del particolare.

La filosofia di cui parla Vico non è dunque “filosofia astratta”, “razionalistica”, “castelli in aria” e basta …bensì è “filosofia del vero”. Insomma è “verum et factum convertuntur”!

Vico denuncia il fatto che nel passato filologi e filosofi non abbiano saputo rispondere adeguatamente perché hanno lasciato divise filologia e filosofia. Per esempio, Tacito ha esaminato la storia da filologo esponendo i fatti, ma senza saper individuare di questi le ragioni ideali. Platone, tenendo fuori la concretezza, immagina una repubblica utopistica non tenendo in alcun conto la realtà individuale.

Vi è da dire, però, che tutto questo avveniva in passato perché mancava la cultura cristiana. Col Cristianesimo, infatti, nasce la Storia come “senso”; e, sempre con il Cristianesimo, la filosofia si sgancia da quel retroterra gnostico che l’ancorava allo spiritualismo.

L’uomo non può annullare il mistero della realtà

Se la Storia è una vera scienza, perché è prodotta dall’uomo, per Vico anche la matematica lo è ma fino ad un certo punto. Essa è sì costruita dall’uomo, ma è finzione astratta, cioè una creazione convenzionale che non può essere applicata al mondo concreto. Vico smonta la pretesa razionalista di ridurre il reale ad equazione matematica. La realtà, quella vera, è invece più grande dell’uomo, sfugge alla capacità intellettiva di esaurirne il mistero. Egli scrive ne L’antica sapienza degli Italici: “L’uomo, con la così detta astrazione, due cose si figura: il punto, cioè, che possa venir espresso con un segno, e la unità, che possa essere moltiplicata. Così si è composto un mondo di forme e di numeri, ch’egli possa tener tutto quanto racchiuso entro se stesso: e prolungando, accorciando o combinando linee, sommando, sottraendo o numerando, realizza opere infinite, perché conosce entro se stesso infinite verità. Ma tutto è fittizio.” Siamo d’accordo: la pretesa di “…tener tutto quanto racchiuso entro se stesso…” è fittizia! In questo caso Vico è perfettamente d’accordo con quelle famose parole che Shakespeare fa dire ad Amleto: “Ci sono più cose in cielo e in terra che non nella tua filosofia, Orazio”.

Torniamo alla Storia.

Vico, a conferma della sua concretezza, dice che la Storia universale in un certo qual modo rispecchia la storia individuale di ogni uomo. L’uomo prima sente senza avvertire (l’infanzia), poi avverte con animo perturbato, cioè lasciandosi condurre dall’impulsività (l’adolescenza e la giovinezza) e poi passa alla maturità della riflessione (l’età adulta). A queste tre periodi dell’esistenza individuale corrisponderebbero anche i tre periodi della Storia universale: l’età degli dei, degli eroi e degli uomini. Cioè l’età del senso, l’età della fantasia, l’età della ragione.

Attenzione però: c’è un particolare importante. Nel passaggio da un’età all’altra il momento precedente non è annullato in quello successivo, bensì permane; anche se quello che scaturisce successivamente è sempre nuovo.

La prima età (quella degli dei) fu caratterizzata dalla passione e dalla violenza. Gli uomini, come una sorta di bestioni, agivano di istinto quasi incontrollato. Si tratta di una concezione pessimistica dell’uomo? C’è chi ha visto in questo un’influenza di Hobbes. E’ da escludersi. Teniamo presente che Vico era un convinto cattolico e quando parla in tal senso intende l’umanità dopo il peccato originale e ancora lontana dalla Redenzione. Non a caso chiama questa età come età degli dei.

La seconda età (quella degli eroi) è caratterizzata dalla fantasia, con la quale gli uomini, non riuscendo ancora a dominare le impressioni sensibili e a renderle chiare con la ragione, esprimono la loro meraviglia attraverso la poesia e il mito.

Nella terza età (quella della ragione) gli uomini, subordinando la fantasia alla riflessione, osservano il mondo con mente pura e, mediante la filosofia, ne ricercano i princìpi universali.

Torniamo all’età degli eroi. Vico non considera negativamente le manifestazioni culturali della poesia e del mito. Tant’è che ne sottolinea l’importanza in polemica con la dominante razionalistica dell’epoca in cui visse. Il mito –dice Vico- è un “universale fantastico”, cioè un’immagine poetica di valore universale.

A riguardo va ricordato che Vico si occupa anche della questione omerica. La sua posizione è questa: Omero rappresenta la poesia dell’età eroica della Grecia, cioè di quel tempo in cui l’umanità, osservando il mondo con stupore e meraviglia, non lo rappresenta ancora con concetti e invece, sotto la spinta della fantasia, se lo raffigura con immagini suggestive. L’Iliade e l’Odissea, pertanto, non sono opera personale di un singolo poeta, realmente vissuto, ma espressione di un’epoca, di una collettività. Omero non è una persona, storicamente esistita, ma un simbolo di quel ben preciso “universale fantastico”.

C’è però da aggiungere una cosa che rende ancora più “grande” il nostro Vico. Egli definisce il mito “universale fantastico”. Già questo sostantivo “universale” dovrebbe far pensare, perché significa che il mito è uno strumento di conoscenza e pertanto non è in contrapposizione con la filosofia. Ma non solo. Vico parla del mito anche come “logica poetica”. Dunque il Mito non è qualcosa di pre-logico o di anti-logico, bensì è un’altra modalità della logica, e nel mito la logica c’è ed è rispettata.

Da qui si capisce perché sono errate tutte quelle intepretazioni che vogliono Vico come una sorta di precursore dell’ “estetica moderna”, la quale afferma la completa autonomia della sapienza poetica dalla riflessione razionale. Niente affatto: “universale fantastico” vuol dire che il Mito esprime quella stessa verità che la Filosofia esprime con la riflessione e l’arte con la fantasia.

La Storia è fatta di corsi e ricorsi. L’umanità passa dal senso alla fantasia e dalla fantasia alla ragione. Ma ciò non avviene definitivamente. Quando l’umanità si corrompe, allora si ricade nello stadio selvaggio per poi riprendere il processo di risalita.

Questi corsi e ricorsi costituiscono la storia ideale eterna, la quale procede uguale ma anche diversa. Vico, infatti, intravede una circolarità nella Storia, ma è una circolarità che non compromette la linearità della Storia stessa. Una circolarità a spirale, per cui c’è sempre un procedere.

Cosa rimane identico e cosa muta nella Storia? Vico risponde dicendo che rimane identica la filosofia cioè l’universale, il vero; mentre muta la filologia, cioè il particolare. Ciò attesta quanto il pensiero vichiano non sia storicista, infatti la Verità non è un prodotto della Storia, bensì è ciò che giudica la Storia perché rimane sempre identica.

Vico dà grande attenzione alla storia, dice che è proprio il campo storico il “luogo” dove davvero poter sviluppare una conoscenza scientifica, ma non annulla l’uomo nella storia, non dice che la libertà dell’uomo sia esito del divenire storico, come invece afferma qualsiasi storicismo. La legge della ripetizione dei corsi non sopprime la libertà umana, non è un ostacolo al processo di civiltà, è necessaria e voluta dalla Provvidenza divina per riportare l’uomo corrotto dalla ragione alla religione.

Insomma, quando l’uomo sceglie una determinata cosa ne consegue automaticamente una certa conseguenza, resta però il fatto che l’uomo liberamente decide se scegliere o meno quella cosa.

Per Vico la Provvidenza regola il corso naturale degli avvenimenti dirigendo il progresso spirituale verso un fine. Scrive nella Scienza Nuova: “la divina Provvidenza è una Mente eterna e infinita che penetra tutto, la quale per la sua infinita bontà ciò che gli uomini o popoli particolari ordinano ai particolari loro fini, per li quali principalmente essi anderebbero a perdersi, ella fuori, e bene spesso contro ogni loro proposito, dispone a un fine universale; per la quale, usando ella per mezzo quegli stessi particolari fini, li conserva.”

La Provvidenza però –precisa Vico- non è fatalismo; essa aiuta l’uomo ma non coarta la sua libertà. La Storia è pertanto una risultante di Provvidenza e libertà individuale.

Ritorniamo ad un’importante convinzione di Vico: quando nella storia l’uomo opera certe decisioni conseguono automaticamente determinate conseguenze. Dunque, da una parte, è l’uomo che decide (l’uomo sceglie nella storia); dall’altra, le conseguenze di certe decisioni sono costanti nella storia.

E’ per questo che l’esperienza storica è maestra (historia magistra vitae). Ebbene, Vico ad un certo punto parla del fatto che quando la ragione cresce a dismisura vien fuori l’irrazionalismo.

Come dargli torto? Il buon Vico trova ampia conferma nei nostri tempi. Oggi ci si vergogna di essere cristiani, ma non di correre dietro a maghi, cartomanti e sciocchezze varie. Le città d’Italia con più alta fascinazione nei confronti del “magico”, non a caso, sono quelle che si vantano di essere più emancipate e culturalmente “aggiornate”.

Insomma, la grandezza di Vico è che, per sapere chi è l’uomo, è necessario esaminare le sue espressioni nella storia.

La sua attenzione alla storia va ben d’accordo con la metafisica naturale e cristiana ed è tutta all’insegna del rifiuto di qualsiasi razionalismo e soggettivismo.

Dio è verità, Bontà e Bellezza

Il Cammino dei Tre Sentieri

 


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2 Comments on "23 giugno 1668: nasce Giambattista Vico… la sua filosofia una boccata di aria pura tra tanta ammorbata di razionalismo"

  1. Caro Prof. Gnerre,
    ho letto con molto interesse il suo articolo su Giambattista Vico e, a tale riguardo, vorrei sottoporle una mia riflessione.

    Vico sostiene, giustamente, che l’uomo non può conoscere pienamente ciò di cui non è l’autore. Solo Dio, infatti, essendone l’autore, può conoscere pienamente e con certezza la natura cose. Vico sostiene, giustamente, che il pensiero dell’uomo non produce la realtà, ma la riconosce come fatto. Questa considerazione pone un problema: se l’uomo può conoscere pienamente solo ciò di cui è l’autore, significa che della natura delle cose di cui non è l’autore (se stesso, gli altri, la creazione) può comprendere solo qualcosa (quello che la sua intelligenza, finita, gli consente di comprendere). Se l’uomo può comprendere solo parzialmente la natura delle cose che non ha fatto, come può stabilire la moralità di certi atti umani?
    Per stabilire se certi atti umani siano morali oppure no – ossia conformi alla natura umana e, dunque, buoni – è necessario ammettere che l’intelligenza umana è in grado di cogliere la natura delle cose (in questo caso quella umana) in maniera sufficiente a comprendere se un atto sia o meno conforme ad essa. Dunque, è necessario ammettere che la limitata intelligenza umana è incapace – dal momento che l’uomo non ne è l’autore – di comprendere in maniera assoluta la natura umana, ma che è in grado di comprenderla in maniera sufficiente a stabilirne l’esistenza e le caratteristiche che la individuano e la differenziano dalla natura delle altre cose esistenti.
    Questo è un punto di fondamentale importanza, per rispondere, per esempio, a chi sostiene l’impossibilità di stabilire l’esistenza di un ordine naturale e di affermare, appunto sul piano naturale, l’immoralità dell’atto omosessuale, in quanto contrario alla natura umana.
    Per sostenere l’esistenza dell’ordine naturale e oggettivo delle cose, con tutto ciò che ne consegue in termini morali, è necessario ammettere che l’uomo – pur non essendone l’autore – è in grado, con le sole capacità naturali fornitegli dal Creatore, di cogliere la realtà e di farlo con un grado sufficiente di certezza. Per cui quando Vico sostiene che, delle cose che non ha creato, l’uomo può conoscere solo il fatto, è necessario precisare che nel fatto l’uomo è in grado di cogliere la natura delle cose grazie alla sua, seppur limitata, intelligenza, facoltà che gli consente di leggere dentro le cose, ossia di coglierne l’essenza.

  2. d. Andrea M. Migliorini | 24 giugno 2019 at 11:07 | Rispondi

    Non condivido l’entusiasmo per Vico. Condivido invece il discorso di S. Tommaso sul vero, che mmi sembra molto diverso.

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